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Globalizzazione vs Pax imperiale: dall’economia alla geopolitica

Una delle conquiste più rilevanti a livello metodologico degli ultimi decenni è la realizzazione che la mente umana crea schemi e concetti fondamentali per interpretare il caos della realtà. Per quanto sia un fenomeno necessario e vantaggioso, non mancano ad ogni modo delle problematiche dettate dalla parzialità e dalla semplificazione che inevitabilmente si associano agli schemi concettuali. Al riguardo gli esempi sono innumerevoli ma oggi voglio portare alla vostra attenzione quanto una chiave di lettura interessata possa imporsi con facilità e determinare un profondo impatto su molteplici aspetti teorici e concettuali. Voi cosa sapete della globalizzazione?

 

—- Globalizzazione, un concetto dell’economia… —-

Partiamo dalla chiave di lettura più comune e diffusa, quella economica [1]:

Fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti. Da un lato, si assiste, infatti, a una progressiva e irreversibile omogeneità nei bisogni e a una conseguente scomparsa delle tradizionali differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale o regionale; dall’altro, le imprese sono maggiormente in grado di sfruttare rilevanti economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing dei prodotti, specie dei beni di consumo standardizzati, e di praticare politiche di bassi prezzi per penetrare in tutti i mercati. L’impresa che opera in un mercato globale, pertanto, vende lo stesso bene in tutto il mondo e adotta strategie uniformi, a differenza dell’impresa multinazionale, il cui obiettivo è invece quello di assecondare la varietà delle condizioni presenti nei paesi in cui opera.

La globalizzazione, concettualmente, non è un fenomeno particolarmente complesso perché si tratta semplicemente della costruzione di un singolo mercato – merci, capitali, persone – su scala globale con relativa rimozione degli ostacoli (repressione finanziaria, dazi, vincoli all’immigrazione). In pratica tutti quello che fate all’interno del vostro paese – spostare l’azienda, cercare lavoro – dovrebbe poter essere fatto su scala globale.

Di per sé non si tratta di un fenomeno nuovo e a parte alcune mini globalizzazioni limitate su scala geografica – come l’Impero Romano – un fenomeno analogo era già presente nel 19° secolo seppur con una differenza rilevante. Nella prima globalizzazione si trattava di costruire un mercato globale in termini di movimenti di merci e capitali, mentre al giorno d’oggi il fattore principale è la frammentazione del ciclo produttivo in paesi differenti.

A parte la dimensione produttiva non mancano altre tematiche come quelle dettate dall’immigrazione e dal fallimento dell’idiozia multiculturale, del lavoro e dell’ineguale concorrenza che si viene a formare fra i lavori qualificati e quelli non, della creazione di una superclass globale e le periferie che rimangono ancorate allo Stato-Nazione per necessità. Ma ancor di più, paradossalmente, la globalizzazione porta alla rinascita del locale non solo sul piano culturale ma anche su quello economico [2]:

Termine, sinonimo di glocalismo, formulato negli anni Ottanta del secolo scorso in lingua giapponese, successivamente tradotto in inglese dal sociologo Roland Robertson e poi ulteriormente elaborato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, per indicare l’applicazione a livello locale dei prodotti o servizi creati grazie alla globalizzazione, attraverso un processo che mette in relazione le specificità delle singole realtà territoriali con il contesto internazionale (per es. l’utilizzo del web per fornire servizi di carattere locale ma a livello internazionale). Se da un lato la g. rappresenta il tentativo di difendere l’originalità della cultura, della produzione e delle identità locali dal conformismo e dall’appiattimento della globalizzazione, dall’altro lato è la forma con cui singole specificità locali, modellandosi su canoni e forme globalizzate, aspirano ad assumere rilevanza internazionale, secondo il motto think global, act local.

Se i capitali e le aziende sono liberi di spostarsi dove meglio credono, infatti, lo faranno laddove incontreranno le migliori condizioni. E a chi tocca a creare le suddette condizioni? Agli Stati che amministrano un territorio: ben lungi dall’essere la morte degli Stati la globalizzazione ne porta la rinascita stante l’impossibilità di creare una governance globale e il declino del potere imperiale. Cronaca odierna, d’altronde…

 

—- … o è la Pax imperiale americana? —-

La globalizzazione viene spesso presentata come una sorta di atto della natura che si viene a creare tramite l’autoregolazione dei mercati e che, come tale, sarebbe inevitabile. A questa visione bucolica e vagamente lisergica della realtà si contrappone un’esigenza di ordine pratico: dato che il pianeta è ricoperto dal 70% dalle acque e per quanto riguarda il commercio «l’80% del volume e il 70% del valore del commercio mondiale viaggia via mare» [2], che succede se le vie marittime sono impraticabili per pirateria o conflitti vari? Semplice, non abbiamo nessuna globalizzazione. Il fenomeno, quindi, nasce se si viene a formare un potere politico in grado di tenere aperte le rotte commerciali, specialmente i colli di bottiglia obbligati come Suez o Gibilterra, Panama o Hormuz. A cui aggiungere, inoltre, una persuasione politica e culturale volta a rimuovere gli ostacoli alla libera circolazione di capitali/merci/persone.

Al giorno d’oggi abbiamo un unico potere politico che domina sia gli oceani sia gli strumenti di propaganda e retorica (Hollywood, le università) che servono per formare il consenso: gli Stati Uniti d’America. E questo ci porta al prossimo punto: sapete cos’è un impero? Gli imperi si differenziano dagli altri attori politici per due dimensioni:

  • La missione imperiale: salvifica e civilizzatrice;
  • Il rifiuto di riconoscere altri attori politici in termini egualitari;

Gli USA, ricordiamolo, si propongono come promotore dell’american way of life, della democrazia liberale, dei diritti umani e non riconoscono nessuna legittimità ad altri attori politici (impero del male, stati canaglia, terroristi). Non a caso gli americani agiscono unilateralmente se devono e non si disturbano neppure a dichiarare guerra a un nemico ma si impegnano a esportare la democrazia, a fare operazioni di pace e altre amenità simili.

Ma perché un impero dovrebbe promuovere un fenomeno del genere? Per un motivo molto semplice: gli imperi sono multietnici e falsamente multiculturali – c’è sempre un gruppo etnico e culturale dominante – e per mantenere insieme i pezzi non basta la forza dato che una volta venuta meno spunterebbero come funghi le prime ribellioni. Oltre all’ideologia imperiale e alla cooptazione delle élite locali, un modo per sopravvivere alla perdita del primato della forza è l’interesse e l’interdipendenza reciproca. Un’economia integrata non permette una rapida secessione di una o più parti del territorio imperiale e un rapporto del genere non è un semplice rapporto unilaterale dove il Centro deruba la periferia, ma uno dove il Centro investe nelle province imperiali.

I vantaggi dell’interdipendenza sono evidenti se pensiamo al rapporto fra gli USA la Cina, i campioni in carica e lo sfidante al titolo. I Cinesi, si sa, olte a essere in attivo nella bilancia commerciale sono anche i principali detentori del debito USA. La cosa porta a pensare, specie per gli europei plagiati dalla retorica teutonica, che siano i Cinesi a tenere per le palle gli americani… peccato che sia l’esatto contrario. Se i Cinesi sono i principali creditori degli americani vuol dire che sono gli stessi cinesi a riempire di soldi gli yankee. E cosa fanno gli americani con i soldi in questione? Costruiscono il contenimento militare della Cina… finanziato dagli stessi cinesi! Allo stesso tempo i cinesi non possono sbarazzarsi di colpo di tutti i loro crediti perché rischierebbero una fortissima svalutazione con relative perdite, mentre una ritirata organizzata permetterebbe agli americani di trovare facilmente delle alternative. E sul piano produttivo, a dispetto della retorica teutonica che vede i paesi in surplus come virtuosi e quelli in deficit come peccaminosi, a chi venderebbero i loro prodotti i virtuosi cinesi senza i peccatori americani? E così i cinesi si ritroverebbero con una marea di prodotti invenduti e gli americani con le tasche piene di soldi.

Ricordiamo, poi, che finché il dollaro è la moneta di riserva internazionale gli americani difficilmente  possono fare default – i soldi se li stampano – rendendo i loro titoli dei beni rifugio. Fra l’altro è proprio questo status a rendere l’economia americana perennemente in deficit – se i Dollari non escono non possono essere usati come moneta internazionale – e a rendere impossibile l’ascesa dell’Euro o dello Yuan vista l’ideologia mercantilista che regge due paesi in attivo commerciale come la Cina e la Germania. Ma, ehi, nessun problema se il tuo obiettivo è quello di rendere dipendenti le economie di potenze rivali: lo Stato non è e non deve agire come un padre di famiglia e il debito è un tuo problema se è piccolo, se è grande è un problema per i creditori. E c’è un motivo se gli anglosassoni dominano il mondo da 250 anni mentre i tedeschi hanno perso due conflitti mondiali in 30 anni…

 

—- Contro l’economicismo della vita quotidiana —-

Partiamo da un presupposto ovvio: nulla è eterno a questo mondo e anche gli imperi, prima o poi, crollano o si frazionano in entità politiche minori. L’Impero Romano e quello Britannico, al riguardo, ne sono una lampante dimostrazione. Anche l’Impero Americano crollerà, probabilmente per overstretchning imperiale dettato dal fatto che l’ascesa del resto del mondo porterà a ridurre il gap economico, militare e tecnologico con Washington il cui apogeo, non a caso, è datato 1945. Ma dubito che emergerà un altro polo imperiale perché in un contesto parificato come quello odierno nessuno ha un vantaggio tale per imporsi sul prossimo, Asia inclusa nonostante certe illusioni dettate dalla demografia che invece sarà proprio la causa della rovina asiatica. È più probabile il formarsi di blocchi politici basati su una comunanza socio-culturale e standard tecnologici condivisi… che porterà, di fatto, alla rottura dell’attuale globalizzazione. Si potrà sempre commerciare, ovvio, ma frazionare le proprie catene di produzione e rendersi dipendenti è troppo stupido in termini geopolitici.

Tornando all’ideologia imperiale, qual modo migliore per assicurarsi la vittoria se non nel convincere i potenziali rivali che:

  • Gli Stati sono obsoleti (tranne il nostro);
  • La globalizzazione è un atto della natura, non politico (nostro);
  • La storia è finita e non ci saranno ulteriori innovazioni socio-politiche;

Ma il tocco di classe è stato quello di disabituare al pensiero strategico i potenziali rivali specie le potenze sconfitte (come Germania e Italia) inculcando a forza un modo di pensare unicamente economicista che declina e ragiona solo in termini economici trascurando la dimensione strategica. Qualcuno, per caso, ha detto Unione Europea?

 


[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/globalizzazione/

[2] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/glocalizzazione_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

[3] Cfr. https://www.assagenti.it/it/data-e-report

Un commento su “Globalizzazione vs Pax imperiale: dall’economia alla geopolitica

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Questa voce è stata pubblicata il 12 giugno 2019 da in geopolitica con tag , , , .
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