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Diamo i dati: la povertà assoluta in Italia

In attesa del miricolo grillino del Reddito di Cittadinanza – con il dichiarato obiettivo di abolire la povertà – L’Istat continua  a registrare i dati statistici in merito [1]:

Nel 2018, si stimano oltre 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 7,0%), per un totale di 5 milioni di individui (incidenza pari all’8,4%). Non si rilevano variazioni significative rispetto al 2017 nonostante il quadro di diminuzione della spesa complessiva delle famiglie in termini reali.

Ma diamo un’occhiata in dettaglio alla questione.

 

—- Tre dimensioni per la povertà assoluta —-

La povertà assoluta in Italia può essere misurata su tre dimensioni:

  • Geografica;
  • Anagrafica;
  • Professionale/titoli di studio;

Nella prima dimensione, come facilmente intuibile, è il Sud a presentare la situazione peggiore:

L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro). Analogamente agli anni passati, questo fa sì che, sebbene la quota di famiglie che risiede nel Nord sia maggiore di quella del Mezzogiorno (47,7% rispetto a 31,7%), anche nel 2018 il maggior numero di famiglie povere è presente in quest’ultima ripartizione (45,1% contro 39,3% del Nord). Nel Centro si trova il restante 15,6% di famiglie povere. Anche in termini di individui, il maggior numero di poveri (oltre due milioni e 350mila, di cui due terzi nel Sud e un terzo nelle Isole) risiede nelle regioni del Mezzogiorno (46,7%), il 37,6% nelle regioni del Nord, circa 1 milione e 900mila individui (il 22,7% nel Nord-ovest e il 14,8% nel Nord-est). L’incidenza di povertà individuale è pari a 11,1% nel Sud, 12,0% nelle Isole, mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa e pari a 6,9% e 6,6% (nel Nord-ovest 7,2%, nel Nord-est 6,5%).

Sul piano anagrafico l’incidenza della povertà presenta valori più elevati nelle classi d’età 7-13 anni (13,4%) e 14-17 anni (12,9%) rispetto alle classi 0-3 anni e 4-6 anni (11,5% circa):

Se consideriamo classi d’età più canoniche:

 

2017 2018
Fino a 17 anni 12,1 12,6
18-34 anni 10,4 10,3
35-64 anni 8,1 8
65+ 4,6 4,6

 

La maggiore incidenza per i più giovani non deve sorprendere perché una persona anziana ha dalla sua una carriera professionale che gli ha permesso di prepararsi per l’ultima parte della sua vita. Discorso non valido per i più giovani che possono fare affidamento solo sulla famiglia.

Sul piano professionale la diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio, cosa che si muove in parallelo con la disoccupazione. In caso di conseguimento di un titolo di studio pari almeno alla scuola secondaria superiore l’incidenza è pari al 3,8%, mentre si attesta su valori attorno al 10,0% in caso in cui il titolo massimo conseguito sia la licenza di scuola media. Se consideriamo la professione, il dirigente, il quadro o impiegato il rischio di povertà assoluta è minore con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. Per operai o simili, invece, la povertà riguarda il 12,3% delle famiglie. Come facilmente intuibile la situazione è peggiore per chi è in cerca di occupazione con un’incidenza della povertà pari al 27,6%.

 

—- Povertà e un paio di dati spiccioli —-

Passiamo, ora agli stranieri. Considerato che spesso ricoprono lavori poco retribuiti e saltuari non è una sorpresa scoprire che gli individui stranieri in povertà assoluta sono oltre un milione e 500mila, con una incidenza pari al 30,3% contro quella degli italiani del 6,4%. Il che porta al paradossale risultato che se il Reddito di Cittadinanza manterrà le sue promesse di “abolire la povertà” sarà anche grazie ai voti della Lega!

Da ultimo, essendo la povertà un concetto statistico è bene ricordare che può essere articolato in svariate maniere. Eccovi le famiglie sicuramente povere, appena povere e quasi povere:

La classificazione delle famiglie in povere e non povere, ottenuta attraverso la linea convenzionale di povertà relativa, può essere articolata ulteriormente tramite l’utilizzo di soglie aggiuntive, corrispondenti all’80%, al 90%, al 110% e al 120% di quella standard, che permettono di individuare gruppi di famiglie distinti in base alla distanza dalla linea di povertà. Nel 2018 le famiglie “sicuramente” povere (che hanno livelli di spesa mensile equivalente inferiori alla linea standard di oltre il 20%) sono stabili al 6,2%, con valori più elevati nel Mezzogiorno (12,6%). Quelle “appena” povere (ovvero con una spesa inferiore alla linea di non oltre 20%) sono il 5,5% delle famiglie residenti (6,1% nel 2017) e raggiungono il 9,5% nel Mezzogiorno (12,2% l’anno precedente); tra le “appena” povere, il 3,1% presenta livelli di spesa per consumi molto prossimi alla linea di povertà (inferiori di non oltre il 10%) percentuale che sale a 5,2% nel Mezzogiorno. È invece “quasi povero” il 7,5% delle famiglie (spesa superiore alla linea di non oltre 20%) mentre il 3,5% ha valori di spesa superiori alla linea di povertà di non oltre 10% (5,3% nel Mezzogiorno). Le famiglie “sicuramente” non povere, infine, sono l’80,8% del totale (80,4% nel 2017), con valori pari a 88,1% nel Nord, 85,4% nel Centro e 66,7% nel Mezzogiorno.

In attesa del miracoloso Reddito di Cittadinanza, ovviamente…

 


[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/231263

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Questa voce è stata pubblicata il 20 giugno 2019 da in Diamo i dati con tag , .
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