Charly's blog

Diamo i dati: il Rapporto Annuale e la demografia italiana

Uno degli aspetti più curiosi della mentalità italiana è quello di essere dominata da due elementi che, paradossalmente, sono uno la negazione dell’altro:

  • Economicismo: ridurre tutto alla dimensione economica trascurando altre dimensioni, fra tutte quella geopolitica/strategica;
  • Culturalismo: il ridurre il tutto – il tutto inteso come massimi sistemi – alla complessità culturale in senso umanistico (filosofia, teologia) scartando fin da subito la risposta semplice e ovvia;

Se vi chiedete come si posa conciliare con successo gli estremi, beh, la risposta è che non si può. Cosa volete che si possa fare con delle persone che, davanti alla disoccupazione a due cifre, si mettono a concionare sulla crisi finale del capitalismo quando un ceco o un polacco non capirebbe neppure di che cosa si sta parlando visto che vivono in paesi in piena occupazione? Magari è l’economia italiana a essere prossima al crollo e non il capitalismo…

 

—- Niente figli, siamo italiani —-

Questo curioso paradosso mi è venuto in mente leggendo il Rapporto annuale del 2019 a cura dell’Istat [1]. Il focus di quest’anno si concentra sulle dinamiche demografiche e sul paese aleggia lo spettro del declino demografico: «negli ultimi decenni è cresciuto lo squilibrio nella struttura per età della popolazione e più recentemente si sono manifestati i segni della recessione demografica. In un contesto di bassa natalità come quello italiano, infatti, l’aumento della sopravvivenza ha portato a una prevalenza della popolazione anziana rispetto ai giovani».

Degno di nota l’andamento della popolazione residente:

  • al Censimento del 2001 l’ammontare dei residenti in Italia (57 milioni) era di poco superiore a quello del 1981 (56,6 milioni).
  • Al Censimento del 2011 i residenti sono circa 59,5 milioni (+2,4 milioni rispetto al 2001, quasi tutti stranieri);
  • al 1° gennaio 2015 la popolazione residente ha raggiunto il massimo di 60,8 milioni.

Fra i residenti, però, abbiamo gli italiani e gli stranieri. Al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391 mila residenti, oltre 400 mila in meno rispetto al 1° gennaio 2015 (-6,6 per mille). Nel calo della popolazione gli italiani scendono a 55 milioni e 157 mila unità (-11,2 per mille rispetto al 1° gennaio 2015), mentre i cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234 mila (+43,8 per mille rispetto al 1° gennaio 2015). La stima dell’incidenza della popolazione straniera sul totale ha raggiunto l’8,7 per cento nel 2019 (era il 5,2 per cento nel 2008), una percentuale ancora minore rispetto a paesi di lunga tradizione migratoria dal versante ricevente come la Germania, la Francia o la Svezia.

In assenza di conflitti o epidemie, il calo degli italiani è da ricercare nel:

  • saldo naturale negativo: stimato pari a -187 mila nel 2018 (iscritti all’anagrafe per nascita 449 mila bambini, quasi 10 mila in meno rispetto al 2017, cancellati per decesso sono stati 636 mila);
  • Calo delle nascite: rispetto al 2008 le nascite sono diminuite di quasi 130 mila unità;
  • Diminuzione delle nascite: calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani che scendono a 359 mila nel 2017 (oltre 121 mila in meno rispetto al 2008);

Il che ci porta alla fatidica domanda: perché si sfornano meno marmocchi?

 

—- I motivi strutturali del calo demografico —-

Il calo della fecondità è già in atto dagli anni ’50 e la cosa porta a una conseguenza scontata: meno bambine oggi vuol dire meno madri domani. L’età feconda è convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni e le italiane in questa classe di età hanno visto progressivamente i loro ranghi ridursi:

  • le cosiddette baby-boomers – le nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta – stanno uscendo dalla fase riproduttiva o si stanno avviando a concluderla;
  • le generazioni più giovani sono meno numerose per via della fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995 che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995;

La diminuzione della popolazione femminile tra 15 e 49 anni osservata tra il 2008 e il 2017 – circa 900 mila donne in meno – spiega per quasi i tre quarti la differenza di nascite che si è verificata nello stesso periodo, mentre la restante quota dipende dalla diminuzione della fecondità (da 1,45 figli per donna del 2008 a 1,32 del 2017).

Aumentano, invece, le donne senza figli:

Di generazione in generazione aumentano le donne senza figli. Il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere: si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni Venti (subito dopo la Grande Guerra), ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato Secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello stimato di 1,44 figli per le donne della generazione del 1977.

Nel 2016 il 45 per cento delle donne tra i 18 e 49 anni non ha ancora avuto figli, ma a dispetto della propaganda conservatrice non è una scelta figlia dello spirito dei tempi bensì una necessità. Chi dichiara di non volere figli, infatti, è meno del 5 per cento. Morale della favola? Il calo della fecondità è anche collegabile alla difficoltà di mantenere un figlio in un contesto economico caratterizzato dall’elevata disoccupazione, la difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro, i bassi stipendi, il nanismo aziendale che porta al licenziamento delle donne in gravidanza. Non a caso anche le donne straniere finiscono per adottare ritmi italiani in tema di fecondità. Incredibile a dirsi, ma non paghi le bollette con l’amore… con buona pace dei massimi sistemi filosofici.

 

—- Fra giovani e pensionati —-

Il calo delle nascite unito all’allungarsi dell’aspettativa di vita porta a una piramide della popolazione a forma di fungo:

Piramide popolazione italiana

Che si nota fra il 2008 e il 2018? Che la sommità del fungo si spsota verso l’altro, mentre la base si restringe ulteriormente. Essendo il sistema previdenziale un meccanismo dove sono i lavoratori a mantenere i pensionati, le conseguenze sono abbastanza ovvie in termini di ritardamento dell’età pensionistica e di alleggerimento dell’importo previdenziale.

E chi è chiamato a pagare per tutti non esce di casa:

Al 1° gennaio 2018 i giovani dai 20 ai 34 anni sono 9 milioni e 630 mila, il 16 per cento del totale della popolazione residente; rispetto a 10 anni prima sono diminuiti di oltre 1 milione 230 mila unità (erano il 19 per cento della popolazione al 1° gennaio 2008). Più della metà dei giovani dai 20 ai 34 anni, celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Nel 2016 sono circa 5 milioni 500 mila, il 56,7 per cento del totale dei giovani in quella fascia di età.

La cosa spesso porta i miei colleghi polacchi all’ilarità perché vivendo in un paese in piena occupazione non riescono a concepire la disoccupazione o la sottocupazione…

Ma potrebbe anche andare peggio: «Il saldo migratorio con l’estero degli italiani è sempre negativo dal 2008 e ha prodotto una perdita netta di circa 420 mila residenti in dieci anni. Circa la metà di questa perdita (208 mila) è costituita da giovani dai 20 ai 34 anni e di questi, due su tre sono in possesso di un livello di istruzione medio-alto».

Saldo migratorio

 

Non che sul versante migratorio, dall’altro verso, ci siano buone notizie:

Negli ultlmi dieci anni le migrazioni di cittadini non comunitari verso il nostro Paese sono profondamente cambiate. In particolare, l’anno 2014 segna uno spartiacque importante se si prendono in considerazione i permessi di soggiorno rilasciati per la prima volta. Se tra il 2008 e il 2010 gli ingressi per lavoro rappresentavano oltre la metà (quasi il 64 per cento nel 2009) dei nuovi permessi rilasciati, nel 2011 gli arrivi per lavoro scendono sotto il 35 per cento e, per la prima volta, vengono superati dai nuovi permessi rilasciati per famiglia (38,9 per cento). Nel 2015 gli ingressi per lavoro si riducono a meno del 10 per cento e si dimezzano nei due anni successivi.

Se anche i nativi scappano, d’altronde, non si vede perché gli stranieri debbano venire qui a lavorare… quando il lavoro non c’è.

 


[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/230712

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Questa voce è stata pubblicata il 24 giugno 2019 da in Diamo i dati con tag , , , , , .
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