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Letture estive: Limes – Antieuropa, l’impero europeo dell’America (prima parte)

Il numero di aprile di quest’anno di Limes è dedicato a una provincia dell’Impero Americano, la perla dell’Impero: l’Europa.

Limes

Ma prima dobbiamo fare un passo indietro al ’45 quando gli eserciti angloamericani e quelli sovietici si incontrano in Germania in un passaggio di consegne del potere epocali. Con l’Europa devastata e gli imperi coloniali in via di disfacimento il mondo assunse una dimensione bipolare incarnata nello scontro USA-URSS. Ma con l’89 l’Unione Sovietica crolla e la Russia non si è ancora ripresa da quella catastrofe geopolitica:

Quanto alla Russia: primum vivere. Mentre per altri questo imperativo, dettato da deprimenti fattori strutturali – monocultura energetica, deficit demografco, ripida faglia fra sezione europea e profondità asiatica, metropoli luccicanti e campagne depresse, latente friabilità geopolitica celata dalla verticale del potere – spingerebbe all’introversione, nel caso russo la gloria imperiale obbliga all’estroversione. A esibire una taglia superiore alle misure omologate. Per confermarsi malgrado tutto potenza transcontinentale, contro la (s)qualifca di attore regionale pubblicamente attribuitale da Obama. Nell’Antieuropa, oggi come ieri, Mosca pratica il divide, non l’impera. La perdita delle marche sovietiche estese fno all’Elba è irreversibile.

Eppure, nonostante la ritirata di oltre mille km dei tanks russi, per gli USA l’Europa rimane una provincia essenziale a dispetto di tutta la retorica versata sull’ascesa dell’Asia. Perché? Per motivi molteplici:

  • L’Europa, pur avendo perso il potere politico, rimane un gigante economico e scientifico che può facilmente riattrezzarsi come polo politico-militare;
  • Nell’ottica americana una priorità geopolitica è quella di fermare l’ascesa di un singolo attore politico dominante nelle varie regioni dello scacchiere euroasiatico;
  • L’Europa rimane uno strumento di proiezione indispensabile per logistica e supporto verso l’Africa e il Medio Oriente;
  • L’Europa permette il contenimento della Russia grazie agli ex territori dell’impero russo;

Sul versante opposto, la strategia della Cina non può che passare per il versante continentale vista l’inferiorità del dragone sui mari. L’Europa, allora, rimane campo di battaglia per lo scontro fra l’oceano e la terra, fra il mondo anglosassone talassocratico e il duo Russia/Cina bloccati a una dimensione continentale.

impero americano

 

—- E l’Europa dov’è? —-

Campo di battaglia, ma non attore politico. La diagnosi al riguardo è secca: «L’Europa non è, non è mai stata e non sarà nel tempo visibile soggetto geopolitico. Nessuno degli Stati che ne ritagliano i territori può federarla. L’impero europeo dell’Europa è impossibile. Siamo un campo di competizione destrutturato, facilmente penetrabile». Diagnosi condivisa dagli altri attori geopolitici:

Per tale europeismo manierato Europa è sinonimo di Unione Europea. Spazio identifcato con un’organizzazione formata dai suoi Stati membri a protezione dei rispettivi interessi nazionali. Nel caso italiano, dell’incapacità di defnirli. Grazie a tale geografismo, un continente assurge a giocatore geopolitico globale. Peccato che nel mondo nessuno lo riconosca per tale. Tantomeno le grandi potenze. Un americano, un russo e un cinese possono litigarsi su tutto, salvo coralmente irridere le pretese della sedicente Europa e dei suoi pretenziosi rappresentanti.

D’altronde la stessa UE nasce per impulso americano per avere una massa da contrapporre all’URSS, per legare le mani alla Francia e per evitare la fusione dell’elemento tedesco con quello russo. La NATO, allora, rimane con il solito scopo:

Non è affatto vero che la Nato abbia perso lo scopo. La sua missione rimane quella affidatale da Truman: americani dentro, russi fuori, tedeschi sotto. Solo in un contesto e con approcci mutati. Così riassumibili: a) gli Stati Uniti sono meno dentro, dunque meno dominanti di prima nel Vecchio Continente, perché causa crollo dell’Urss debbono accollarsi compiti di polizia intercontinentale un tempo divisi col Nemico – partner di fatto sotto il profilo dell’ordine mondiale – per i quali sono costretti a impiegare buona parte delle risorse materiali e immateriali prima concentrate sulla loro metà d’Europa; b) i russi sono molto più fuori, dunque deboli, di quanto fossero nel 1949; c) i tedeschi sono stanchi di stare sotto anche se non sembrano pronti a pagare il prezzo necessario a risalire di qualche grado nelle gerarchie planetarie.

Per difendersi contro i nemici dell’Impero Americano, a partire dalla Repubblica Popolare, che «giunta sulla soglia delle sue storiche defcienze strutturali, incapace di dominare i mari rivieraschi pattugliati dalla Marina nemica, dipendente dal mercato nordamericano per il suo export, Pechino prova a rilanciare agganciandosi all’Europa. Attraverso le vie della seta (Bri), onirico progetto infrastrutturale che dovrebbe collegare la luminosa costa cinese al Reno». Le ragioni?

  • Sul piano economico: per saldare il proprio sviluppo alle sofisticherie del Vecchio Mondo, per attingere alla sua diffusa prosperità, per rendere meno determinanti i capricci dei consumatori d’Oltreoceano.
  • In ambito geopolitico: per aggredire gli americani nel loro impero, per frammentarne i clientes, per sottrarre a questi tecniche e dati sensibili. Persuadendo le cancellerie europee dell’inevitabilità della propria affermazione, dimostrando agli avversari e a sé stessi di potersi installare in partibus infdelium. Mistificando la dimensione economica della propria azione, per magnifcarne l’aspetto strategico.

A cui aggiungere la Russia alle prese con le solite urgenze difensive con l’obiettivo di spezzare il campo avverso e di ottenere la tecnologia di cui manca. Troppo debole per sottomettere l’estero vicino e per allontanare la prima linea di difesa, cerca disperatamente di recuperare terreno in Ucraina per creare la solita profondità strategica che già salvò Mosca ai tempi di Napoleone e Hitler. La Russia prova a dividere i membri dell’Unione Europea, dove si sono rifugiati gli ex satelliti comunisti per aggiungere sviluppo economico alla protezione militare fornita dalla Nato, facendo leva su partiti e movimenti antieuropeisti, tendenzialmente nazionalistici, mentre il paese assume la postura retorica di difensore della cristianità europea, baluardo del tradizionalismo.

L’Europa si scopre essere campo di battaglia con da una parte le legioni americane e dall’altra l’infiltrazione economica cinese e il caos seminato dai russi. Ma c’è ancora un fattore da considerare: la Germania.

Espansione Est Nato

 

—- Aquisgrana: la Germania e la Francia rispondono? —-

Già elemento perturbante per gli equilibri europei tali da scatenare due guerre mondiali, anche oggi il problema europeo e americano ha lo stesso nome: Germania. Se la Germania è un nano militare e scientifico in confronto agli USA, rimane l’aspetto economico:

Né c’è alcun motivo per ritenere che Berlino manipoli deliberatamente l’euro per alimentare il surplus commerciale. D’altro lato la sua strategia economica si fonda sulle esportazioni. E su esportazioni aiutate da una valuta sicuramente più conveniente di quanto non fosse il marco, perché include delle tartarughe del calibro della Grecia, dell’Italia e della Francia. Non è manipolazione: è un sintomo dello squilibrio strutturale della moneta comune.

Il problema di fondo della posizione tedesca è che se l’euro vuole essere un’importante valuta internazionale, gli stranieri devono poterlo usare. E per poterlo usare devono possederlo. Ma al di là di operazioni bancarie esotiche, ci sono solo due modi per acquisire euro: un surplus commerciale nei confronti dell’eurozona o accettare la carità dai tedeschi. A peggiorare la posizione di Berlino intervengono poi gli squilibri che la moneta comune crea all’interno della stessa Ue, con nazioni come l’Italia sistematicamente spinte fuori dal mercato tedesco e costrette a adottare politiche defazionistiche, in sostanza ad accettare più alti tassi di disoccupazione.

Ma la Germania non è sola e con il trattato di Aquisgrana si sono gettate le basi per un’unione franco-tedesca la cui prima dimensione pratica sarà economica e industriale. Come difendersi dal capitalismo di Stato cinese e dal protezionismo americano? Creando dei campioni europei:

«Prendendo in maggior considerazione il controllo di Stato e i sussidi nell’ambito delle fusioni e acquisizioni [industriali]», «aggiornando le sue linee guida per tenere maggiormente conto della competizione globale» e, soprattutto, «valutando se un diritto d’appello del Consiglio europeo, che possa eventualmente ribaltare decisioni della Commissione, possa essere opportuno in alcuni casi». Quali? Quelli dove sia in gioco «la protezione di tecnologie e attività strategiche», per la tutela delle quali «gli Stati membri devono poter integrare le norme comunitarie con stringenti norme nazionali, come quelle già vigenti in Francia e Germania». Perché «gli interessi europei sono vulnerabili quando alcuni Stati membri non agiscono in questi ambiti».

Mettiamo in fla i termini evidenziati dal corsivo (nostro): controllo di Stato, sussidi, competizione globale, Consiglio europeo, norme nazionali, alcuni Stati membri. Ora serviamocene per distillare il senso strategico del documento franco-tedesco: nell’ambito dell’odierna competizione globale, per far prosperare le proprie economie gli Stati membri (dell’Ue) devono poter prescindere da una normativa comunitaria che lega loro le mani, impedendo la formazione/tutela di aziende con taglia e libertà d’azione adeguate.

E insieme ai campioni nazionali si presenta la necessità strategica di conservare competenze tecnologiche necessarie in termini militari. E qual è il modo migliore per perdere competenze? Delocalizzando:

essere difficile o «semplicemente» dannoso da dislocare non è solo il terziario a basso valore aggiunto, come i gommisti o i parrucchieri, ma anche e soprattutto l’industria altamente sofisticata, che dev’essere accudita perché frutto di un ecosistema fragile e complesso fatto di istruzione, cultura, enti di ricerca e reti produttive, assai difficile (a volte impossibile) da ripristinare una volta perso. Il salto culturale è notevole. Paradigmatico. Dal modello «capitalismo versus Stato» all’assioma «capitalismo e Stato». Con il decisivo risvolto della democrazia. Perché oggi, tramontate le ideologie e i partiti di massa, in un’economia avanzata sono soprattutto i soggetti istruiti e professionalmente capaci a essere politicamente impegnati, sicché la preservazione del loro ambiente socioeconomico è funzionale al benessere democratico della nazione. Insomma: l’elemento geografico torna centrale in ambito sia produttivo che politico. E affnché il binomio capitalismo-democrazia sopravviva, esso dev’essere messo al riparo dalla concorrenza al ribasso.

Interessi strategici, politiche industriali, campioni nazionali, limiti alle delocalizzazioni per preservare il know-how tecnologico. Ovvietà in termini strategici ma che nel nostro continente sottomesso a un’ideologia prettamente economicista non può che suonare come aliena.

 

[… continua]

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Questa voce è stata pubblicata il 1 luglio 2019 da in geopolitica con tag , , , , , .
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