Charly's blog

Letture di mezza estate: Limes, Essere Germania (prima parte)

L’aspetto che più mi intriga di Limes, mensile di geopolitica, non è tanto il livello degli articoli offerti scritti da accademici, diplomatici e generali [1].

No, quello che più mi diverte è che questa testata fa parte dello stesso gruppo editoriale di Repubblica ed Espresso… con la differenza che gli articoli di Limes verrebbero etichettati senza dubbio come “rassssisti, fasssisti e popppulisti!!11!” dai giornalisti del quotidiano e del settimanale. Giornalisti che, però, sono del tutto privi della formazione specialistica e dell’esperienza di chi scrive sul mensile…

 

—- L’euro? Non funziona! —-

Partiamo dall’ovvio, «dai vantaggi offerti da una moneta comune non svalutabile, che aggrava il deficit di competitività delle economie «periferiche» d’Europa (Italia in testa)»:

Se queste hanno potuto importare oltre i propri mezzi negli anni antecedenti la crisi (ancora oggi, oltre il 45% dell’export tedesco è assorbito dai paesi europei; solo il 6,8% dalla Cina e l’8,7% dagli Usa), è anche perché l’aumento del risparmio tedesco indotto dalla ripresa degli anni Duemila è usato dal sistema bancario nazionale per far credito a governi e consumatori stranieri, specie iberici, greci e italiani, consentendo loro di trainare il made in Germany. Sicché l’export contribuisce oggi per oltre il 40% al pil della Repubblica Federale. Il tutto a scapito della domanda aggregata (pubblica e privata) interna, la cui crescita avrebbe creato infazione, ridotto gli attivi di bilancio e il surplus commerciale, mettendo una seria ipoteca sul paradigma mercantil-rigorista. Risultato: a spese proprie e altrui, nel giro di pochi anni (2004-8) Berlino compie il miracolo.

Il modello economico tedesco che viene solitamente esaltato a casa nostra, in realtà, presenta limiti strutturali enormi che vengono per ora occultati dali squilibri dell’Euro e dalla congiuntura favorevole. La competitività tedesca nasce da una parte dalla compressione della domanda interna per mantenere l’inflazione interna a un livello minore degli altri paesi e conseguire un vantaggio competitivo legato al prezzo, dall’altro alla comparsa della Cina:

Dal 2001 (ingresso di Pechino nella Wto) al 2010, le importazioni di beni cinesi crescono un po’ ovunque in Occidente, ma in misura assai diversa: si va dal 25% degli Stati Uniti al 16% di Olanda e Regno Unito, fino al 14% della Germania. Le ragioni di questa minor esposizione alla temibile concorrenza cinese, che hanno consentito a Berlino di beneficiare della Cina senza eccessivi contraccolpi, sono essenzialmente due. Prese insieme, illustrano bene la natura squisitamente commerciale della politica estera tedesca.

Innanzi tutto, le specializzazioni produttive. Il carattere «conservatore» dell’apparato produttivo della Bundesrepublik che, fatte le debite eccezioni, resta in gran parte ancorato alla old economy (veicoli, meccanica, chimica, farmaceutica, siderurgia), ben si attaglia alle esigenze di un mercato nascente come quello cinese, che negli ultimi 15-20 anni ha assorbito beni di consumo e d’investimento in quantità… industriale. Di contro, in questo periodo la Germania importa dalla Cina beni (come l’abbigliamento) che prima reperiva altrove: Italia, Grecia, Spagna o Turchia. Se quindi in questi ultimi paesi la crescita cinese si è tradotta in delocalizzazioni e desertifcazione industriale, per Berlino si è trattato di una meno traumatica sostituzione dei mercati di approvvigionamento.

In secondo luogo, l’Est. Il decollo cinese coincide con l’inserimento dei paesi d’oltrecortina nel mercato comunitario, che ha consentito alla Germania di ricreare una catena del valore mitteleuropea imperniata soprattutto su Polonia, Cechia e Slovacchia. Dato che questi paesi integrano il sistema produttivo tedesco, il commercio della Germania con essi riguarda soprattutto beni intermedi, ovvero beni finali prodotti per conto di aziende tedesche (che spesso forniscono la componentistica). Dunque, ciò che per altri paesi europei è stato un drenaggio di produzioni e occupazione, per Berlino è stato un ulteriore fattore di competitività sui mercati esteri, compreso quello cinese.

La politica economica tedesca si basa sul mercantilismo e uno sbilanciamento sul commercio estero che risulta, tuttavia, insostenibile sul lungo periodo per due ragioni:

  • La prima è che il centro di un’area valutaria (come la Germania lo è per l’euro) non può essere costantemente e sensibilmente in attivo commerciale con il resto, pena un drenaggio di valuta (i surplus commerciali) che alla lunga impoveriscono la «periferia».
  • La seconda è che in un mondo caratterizzato da sovraccapacità produttiva e confittualità diffusa come quello attuale, in cui molteplici poli di potenza collidono per difendere vecchie egemonie o ritagliarsene di nuove dopo il crollo dell’impero sovietico, il confronto passa anche e in notevole misura per le «guerre commerciali».

Ben lungi dall’essere un modello, un’economia export lead si rende vulnerabile alle scelte adottate dai paesi importatori. Essendo parte di un’area valutaria comune, poi, la Germania crea degli squilibri economici che alla lunga portano alla disgregazione dell’area monetaria, stante anche la volontà di non compensare gli squilibri commerciali né con gli investimenti interni o lo stimolo della propria domanda interna né con la creazione di una vera unione politica. In pratica i tedeschi sono un vagone a rimorchio che dipendono dalla domanda altrui, dapprima la periferia dell’eurozona e adesso, dopo averla desertificata, da paesi esteri.

Le conseguenze sono duplici. Per prima cosa l’idea che la Germania possa cacciare un paese dalla UE è semplicemente ridicola e non solo perché non c’è in nessun trattato che Berlino possa disporre di un potere del genere. Ma ancor di più l’Euro è garanzia di potere d’acquisto di paesi periferici destinatari dell’export tedesco: cacciare un paese dall’Euro vuol dire perdere un cliente.

La seconda conseguenza, ancor più rilevante della prima, è la rapida obsolescenza del sistema produttivo tedesco:

prende corpo l’ossimoro di una sofisticata potenza manifatturiera che sovente privilegia il miglioramento dell’esistente all’innovazione, trovandosi così esposta alla concorrenza esterna e obbligata a ulteriori «adeguamenti», funzionali alla «conservazione» dei suoi campioni nazionali. All’alba dell’auto elettrica, dieselgate docet.

L’economia tedesca è assente dai nuovi settori a elevato livello tecnologico, fra tutti proprio il settore dell’auto che è un fondamento del PIL teutonico. Niente auto a guida automatica, ibride, batterie elettriche, ma solo il diesel. Né ci si può aspettare un cambiamento nel prossimo futuro visto che gli attivi della bilancia commerciale servono a compensare gli effetti della compressione della domanda interna tramite il welfare. D’altronde competere sul prezzo vuol dire non competere sull’innovazione…

 

—-  I sovranisti, gli austeri! —-

Ricordate la storia del deficit invocato a più riprese da parte del Governo sovranista? Bene, ma guardiamo gli anni precedenti:

Nel 2012 il socialista Moscovici, al tempo ministro delle Finanze, spinse il deficit francese al 5% del pil, mentre l’allora premier spagnolo Mariano Rajoy (Partito popolare) portò quello della Spagna al 10,5%. Parallelamente, l’austero Mario Monti conteneva il defcit italiano al 2,9%. A settembre lo stesso Moscovici, da commissario europeo, ha bocciato la prima versione della manovra italiana per disavanzo eccessivo. Quale l’indebitamento chiesto dal premier Giuseppe Conte per il 2019? Il 2,4% del pil. Quale quello fatto da Renzi nel 2015? Il 2,6%. E dal governo Gentiloni nel 2017? Il 2,4%. E da Silvio Berlusconi nel 2009, all’apice del suo consenso politico? Il 5,3%. Solo nel 2017 Gentiloni chiese a Bruxelles di potersi indebitare per il 2018 meno di quanto chiesto dal governo Conte: l’1,6% del pil, che nelle previsioni della Commissione dovrebbe arrivare all’1,8%.

Non che fuori dall’area Euro la musica cambi:

Nel 2012, mentre con Monti l’Italia portava il suo rapporto debito/pil al 2,9%, il Regno Unito arrivava all’8,2%, gli Stati Uniti al 7,9% e il Giappone all’8,6%. Nel 2011, quando in Italia il famigerato parametro era al 3,7%, la Francia toccava il 5,1%, la Spagna il 9,6%, il Regno Unito il 7,6%, gli Stati Uniti il 9,6% e il Giappone il 9,1%. Nel 2013, mentre noi eravamo inchiodati al 2,9%, la Francia arrivava al 4,1%, la Spagna al 7%, il Regno Unito al 5,6%, gli Stati Uniti al 4,4% e il Giappone al 7,9%. Nel 2016, mentre noi stavamo al 2,5%, la Francia arrivava al 3,4%, la Spagna al 4,5%, il Regno Unito al 3,3%, l’America al 4,2% e il Giappone al 3,7%. Questi numeri ci dicono due cose: che fuori dall’euro, Stati Uniti e Giappone possono fare quanto defcit vogliono; e che dentro l’euro, Francia e Spagna sono orwellianamente piů uguali dell’Italia.

Il che porta a un verdetto soprendente: «quando gli euroscettici Lega e M5S sostengono di fare spesa pubblica per pensionati, disoccupati e imprese, dovrebbero ricordare che in realtà sono più austeri dei governi Monti e Renzi. Ovviamente Forza Italia e Pd non ammetteranno mai di aver fatto più debito del governo Conte, mentre Lega e Cinque Stelle non riconosceranno mai di aver fatto più austerità dei loro predecessori». Paradossi della politica italiana…

Non mancano altri parametri da prendere in considerazione come quello dei saldi delle partite correnti. Non è di solito noto ma le soglie sulla media triennale dei saldi delle partite correnti in rapporto al pil sono asimmetriche: quella per il defcit è -4% del pil, quella per il surplus è +6% del pil. Il risultato è che lo Stato con una posizione creditoria netta migliore, ovvero la Germania, si trova a poter prestare ai suoi debitori più soldi di quanti questi possano prendere in prestito. Non a caso la Germania ha sostenuto le sue esportazioni finananziando il resto del continente: nei primi anni Duemila ha esportato i suoi beni in Europa meridionale grazie al credito concesso dalle sue banche agli istituti del Sud Europa. Come è finita è noto a parte per i fessi che ancora parlano di una crisi di debito pubblico. E a proposito del debito privato:

Un’altra soglia che favorisce il mercantilismo tedesco è quella del 133% sul rapporto debito privato/pil, la quale avvantaggia i paesi creditori che «irresponsabilmente» prestano soldi a paesi poco virtuosi. Ma perché la soglia del rapporto debito pubblico/pil è invece al 60%? Semplicemente per celare la riduzione del potere d’intervento degli Stati con un debito già alto. L’Italia rispetta il parametro debito privato/pil, con un rapporto al 110%; la Spagna lo viola (138%), al pari di Francia (148%), Danimarca (204%), Paesi Bassi (252%), Belgio (187%) e Regno Unito (169%). Non paga del suo privilegio, dal 2011 la Germania viola anche la soglia del 6% sull’avanzo delle partite correnti, al pari di Paesi Bassi e Danimarca (dal 2010), mentre dal 2008 l’Italia rispetta la soglia sul disavanzo.

I parametri contabili che informano il quadro di valutazione della procedura sugli squilibri macroeconomici non prevengono affatto gli squilibri, li certifcano. Tali parametri sono funzionali all’ideologia tedesca dell’ordoliberismo: «aumentare le esportazioni mantenendo infazione e costo del lavoro sotto i livelli degli altri paesi europei, complici le delocalizzazioni in Europa orientale, la riforma Hartz e i mini jobs. Così la Germania vive al di sotto delle proprie possibilità e costringe gli altri Stati a competere con la defazione salariale e dei prezzi». Fino alla prossima crisi, s’intende…

Nel complesso, nel caso tedesco abbiamo un modello economico dipendente dalla domanda estera, destabilizzante dell’unione monetaria di cui è parte, in rapida via di obsolescenza e che si basa sulla competitività di prezzo (prima con l’inflazione, poi con il cambio sottovalutato) in un contesto internazionale sempre più conflittuale e protezionista. Nessuna sorpresa che qualcuno preveda il collasso dell’economia tedesca nel prossimo decennio e la sua irrilevanza geopolitica in quello successivo

 

[… continua]

 

 

Approfondimenti:

 


[1] Cfr. http://www.limesonline.com/sommari-rivista/essere-germania

Un commento su “Letture di mezza estate: Limes, Essere Germania (prima parte)

  1. Pingback: Letture di mezza estate: Limes, Essere Germania (seconda parte) | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 4 agosto 2019 da in geopolitica con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: