Charly's blog

Letture di mezza estate: Limes, Essere Germania (seconda parte)

Leggi le news e ti trovi articoli sempre più allarmanti relativi all’arrivo della recessione per l’economia tedesca… e sorridi. Il modello tedesco è disfunzionale, destabilizzante ed è strutturalmente condannato al fallimento. Ben lungi dall’essere la locomotiva d’Europa, la Germania è solo un vagone a rimorchio della domanda altrui in un mondo sempre più protezionista e frammentato. Era solo una questione di tempo, allora.

Ma per capire la Germania e la sua mancata dimensione strategica basterebbe questo curioso episodio diplomatico:

Bruxelles, luglio 2000. Andante clausura intergovernativa sulla riforma dell’Unione Europea. Ciascun rappresentante legge dal suo foglietto, preconfezionato in corretto burocratese. Christoph Zöpel, ministro di Stato agli Esteri della Repubblica Federale Germania, si sforza di tenere sollevate le palpebre. Proprie e altrui. Ci riesce infiggendo agli attoniti colleghi una sinossi storico-geopolitica del suo paese che le cronache riportano così: «La Germania non esiste. In ogni caso non come Stato nazionale. Esistono Baviera, Prussia, Vestfalia. Se io stesso sono tedesco o polacco non saprei dirlo con precisione, visto che sono nato a Gleiwitz, Alta Slesia, nel 1943. È colpa dei tedeschi se non ho potuto vivere nel mio luogo di nascita. Per questo non sopporto i tedeschi. Quanto all’Unione Europea, possiamo scordarcela. Germania e Austria dovrebbero solo collaborare piů strettamente insieme, come una volta, allora le cose andrebbero meglio. Nello Stato plurinazionale tedesco-austro-ungarico le cose funzionavano meglio che nell’Unione Europea». Non soddisfatto, Zöpel racconta che con i funzionari del suo ministero è rissa permanente: «Diplomatico: per me una parolaccia». Infine, distribuisce battute sui «famigerati» spagnoli, dediti a scroccare denari europei con ogni pretesto.

Non male visto che a dirlo è un ministro del Governo tedesco! E sapete come finisce la storia? Così: «mantiene il posto di governo fno al 2002, gode di un seggio al Bundestag tra 1990 e 2005, né sdegna la Croce al Merito della Repubblica Federale con banda (2007). Il suo grado di non sopportazione dei tedeschi è dunque sopportabile». Come un Borghezio qualsiasi se non fosse che il nostro eroe era un eletto della SPD e non il rappresentante di una forza localista e secessionista.

 

—- La Germania o del paese senza identità —-

La Germania come paese è un paradosso: «nessun paese al mondo teme tanto sé stesso, pur serbando un’alta opinione della propria esemplare moralità e cultura civile, cui i più generosi vorrebbero convertire il mondo». Se il secondo fattore, forse, deriva dalla storia del Protestantesimo, il primo elemento è facilmente spiegabile dalla sconfitta rimediata nell’ultimo conflitto mondiale:

Su questa vena autocostrittiva hanno lavorato i suoi nemici di ieri, alleati di oggi. Tardo ma persistente frutto della pedagogia infitta ai vinti dai vincitori americani, francesi, russi e britannici, la germanofobia tedesca è illanguidita ma non evaporata. La rieducazione dei vincitori non mirava a redimere. Serviva a dominare i tedeschi. A sterilizzarne ogni velleità di rivincita impiccandoli al paradigma del Male assoluto. Mentre con una mano i vincitori – autoproclamati liberatori, non percepiti tali dalla massa che aveva difeso il Reich fno all’ultimo ragazzotto dell’Hitlerjugend – gareggiavano a reclutarne i cervelli, non importa quanto criminali, con l’altra stigmatizzavano il popolo tutto, marchiandolo di colpa collettiva.

Il risultato di decenni e decenni di dominazione straniera ha portato alla totale atrofia del pensiero strategico, al rifiuto dell’elemento militare, alla rimpiazzo della geopolitca tramite l’economia. Con l’effetto non voluto di giocare a fare la Svizzera quando:

  • La Germania collocata nel cuore del Continente è una base logistica imprescindibile per gli USA;
  • La Germania necessita delle risorse russe e del mercato cinese ma entrambi i paesi sono rivali strategici di Washington;
  • La Germania dipende economicamente dalla zona Euro senza, però, fare nulla per far sì che la moneta unica soppraviva ai suoi deficit strutturali;

Specie l’Euro sarà il punto dirimente della geopolitica tedesca dei prossimi anni:

A partire dall’euro, divisa pensata per realizzare l’Europa, senza alcuna cognizione strategica. Le eccezionali abilità dei tedeschi hanno trasformato la moneta comune in nazionale, meno pesante del marco quindi più utile per l’export. Conducendola a un passo dal collasso. Centrato su di un paese che è esportatore netto, l’euro contraddice platealmente la grammatica geopolitica che vuole cardine di un sistema internazionale soltanto una nazione dotata di uno scientifico deficit commerciale. Norma basilare di qualsiasi legame imperiale. Rifutata dalla Bundesrepublik, che mantiene un gigantesco avanzo nelle esportazioni, che drena ricchezza senza reimmetterla nel contesto. Per la rabbia di molti Stati membri, da tempo disposti ad abbandonare il progetto se fosse fnanziariamente indolore. Per la preoccupazione di Berlino, che pure non si attiva per garantirne la sopravvivenza.

E in caso di frammentazione europea la Germania non perderebbe solo la moneta unica – se non addirittura il mercato unico – ma anche l’attuale situazione geografica assolutamente positiva e irripetibile. Esattamente come la Polonia e o la Russia, la Germania non ha barriere naturali difensive e si ritrova a gestire più minacce allo stesso tempo. La NATO e la UE hanno assicurato il fianco occidentale, mentre quello orientale è stato messo in sicurezza con il crollo dell’Impero Sovietico. Un’Europa frammentata vedrebbe Visegrad, gli scandinavi, i baltici dal lato anglosassone e strumento di proiezione di potenza americano contro la minaccia russa e cinese. E quale sarà la posizione tedesca in questo scenario?

 

—- L’Est e l’Ovest, o del passato che non passa —-

Dopo la riunificazione con l’Est, l’Ovet tedesco non ha certo lesinato con il trasferimento di risorse destinando all’Est qualcosa come 1.600 miliardi di euro. Eppure le differenze permangono ancora nella disoccupazione:

A settembre 2018 la disoccupazione nell’Est era al 7,2% (nell’Ovest al 5,1%), il livello più basso dal 1990. In Pomerania Anteriore-Greifswald, nel 2005 i senza lavoro erano ancora il 27%, mentre oggi sono il 9,2%. Se nel 2005 i picchi di disoccupazione erano nell’Est, oggi (settembre 2018) sono nell’Ovest, specie nella Ruhr deindustrializzata e nella città di Bremerhaven.

Nei salari:

A fine 2017 il salario medio lordo di un occupato a tempo pieno in Germania era di 3.216 euro, ma mentre nell’Est la media era di 2.653 euro, nell’Ovest era di 3.343 euro: il 26% in più. Dal 1991 al 2017, nella Germania orientale le retribuzioni sono aumentate di un fattore 2,4 (in Germania occidentale di 1,6): se nel 1991 i tedeschi orientali, con una media di 15.293 euro annui, avevano un reddito inferiore del 43,1% a quello occidentale, questa differenza si è ridotta al 14,8% nel 2017.

E nella produttività:

la produttività nell’Ovest tedesco resta più alta del 20%. Tra le cause di queste perduranti disparità vi sono le piccole dimensioni dell’economia tedesco-orientale (che dopo il drastico crollo degli anni Novanta cresce con una certa lentezza) e la mancanza di grandi gruppi industriali. Nessuna impresa dell’Est fgura infatti nel DAX 30, l’indice della Borsa di Francoforte con i trenta titoli a maggior capitalizzazione. Molte aziende tedesco-orientali appartengono inoltre a grandi gruppi tedescooccidentali o stranieri, il che ne limita le possibilità di sviluppo e radicamento. Queste differenze strutturali si traducono poi in meno attività di ricerca e sviluppo, nonché in una minore internazionalizzazione.

Ma a destare maggiori preoccupazioni è la demografia:

A partire dal 1990 molti tedeschi dell’Est si sono trasferiti più o meno volontariamente nell’Ovest. Tra il 1990 e il 2000 quasi 2,3 milioni di tedeschi orientali si sono trasferiti nell’Ovest e tale dinamica è proseguita anche dopo, pur se con minore intensità: dal 2002 al 2016 il saldo resta negativo per 400 mila individui. In questo periodo, un saldo migratorio positivo si osserva solo per gli stranieri (639 mila). Lo spopolamento è stato molto selettivo per età e sesso: il grosso delle persone trasferitesi nell’Ovest aveva tra 18 e 40 anni. Inoltre, specie nelle aree periferiche e rurali, l’emigrazione è stata soprattutto femminile: oggi in queste aree vi sono in media meno di 80 donne per 100 uomini tra 18 e 40 anni. Dopo il 1990 nell’Est si è registrato anche un forte calo delle nascite: nel 1994 il tasso di natalità era di appena 0,77 fgli per donna (1,35 in Germania occidentale).

 

Nel 1990 i tedeschi orientali erano in media ben più giovani (38,3 anni) dei tedeschi occidentali (39,6 anni); nel giro di quasi trent’anni questo vantaggio si è completamente dissolto. Nel 2016 l’età media dei tedeschi orientali era 46 anni, quella dei tedeschi occidentali 43,9 anni.

La crisi demografica tedesca avrà un impatto nella disponibilità di personale specializzato e per le aziende orientali sarà sempre più diffcile trovare lavoratori giovani e qualificati. Nell Germania orientale, poi, l’invecchiamento della popolazione unito alle basse nascite metterà sotto pressione il sistema sanitario. Saranno pertanto proprio le regioni più deboli e periferiche ad avere problemi semre maggiori nel garantire i necessari standard di assistenza, mentre la progressiva chiusura di scuole, banche, uffici postali ed esercizi commerciali assottiglierà ulteriormente la rete infrastrutturale.

Un altro punto di contrasto fra l’Est e l’Ovest è la cultura come l’ascesa del partito AfD ben dimostra.

Voti AfD

L’AfD, partito identitario e “sovranista”, presenta  tre elementi caratterizzanti:

  1. a) recupero della tradizione nazionalpatriottica tedesca, dalle guerre antinapoleoniche in avanti, specialmente riferita alla «rivoluzione conservatrice» e alla (tardiva) resistenza al regime nazista;

  2. b) contrapposizione fra patrioti devoti alle tradizioni germaniche, alla sua lingua, ai suoi Lieder e ai suoi miti, ed élite globaliste transnazionali (peggio se transessuali) – spesso moraleggianti fno alla spocchia – insediate nei partiti popolari in declino (CDU e l’agonizzante SPD) e fra i Verdi, di gran moda, che hanno trasformato la Germania in uno dei paesi più multiculturali al mondo, con annesse comunità parallele;

  3. c) gusto anarcoide per la trasgressione in un paese non ancora emancipato dai tabù, dalla refrattarietà a elaborare storicamente il dodicennio hitleriano, ridotto a puro paradigma dell’orrore piovuto chissà da dove – fenomeno che si sta ripetendo riguardo alla parabola della DDR, condannata all’oblio o ai più vieti stereotipi.

Paradossalmente sotto questo punto di vista l’ex Germania dell’Est ha molto più in comune con Visegrad che con la delirante ideologia post nazionale propalata dalla Germanie e dai paesi dell’Ovest.

 

—– La Germania e la sua fine: la demografia? —-

Non diversamente dall’Italia e dal Giappone – ironie della storia – anche la Germania presenta una devastante crisi demografica:

Negli ultimi anni, tra il 2015 e il 2017, in Germania la media annuale delle nascite è stata pari a 772 mila unità e i genitori dei nati sono sposati in poco meno dei due terzi dei casi. Il 38% dei nati non ha la cittadinanza tedesca perché fra le donne in età feconda è aumentata la quota delle straniere, in particolare delle donne provenienti da paesi con una fecondità tradizionalmente elevata. Anche se probabilmente nel medio termine il comportamento procreativo delle donne straniere diventerà più simile a quello delle donne tedesche. Nel frattempo, tuttavia, il tasso di fecondità totale – 1,55 a livello nazionale nel triennio 2015-17 – si attesta all’1,45 tra queste ultime mentre sale al 2,13 tra le donne straniere.

Il calo delle nascite ha avuto una chiara progressione temporale e se «le donne nate all’inizio degli anni Trenta hanno avuto in media 2,2 figli e quelle nate all’inizio degli anni Cinquanta 1,7 fgli, le donne appartenenti all’ultima generazione ad aver concluso il suo ciclo di fecondità – quelle nate intorno al 1967 – hanno avuto in media 1,5 fgli». Nel 2016, poi, l’età media delle madri alla nascita del primo figlio è salita a quasi 30 anni. Aumentano anche le donne senaìza figli:

Nel corso degli anni la percentuale delle donne senza fgli è aumentata in modo costante. Si stima che il 21% delle donne nate intorno al 1967 non ha fgli, mentre per le generazioni precedenti il valore era più basso (12% tra il 1940 e il 1943; 15% tra il 1950 e il 1953; 18% tra il 1960 e il 1963). È nelle aree urbane e tra le donne con un grado di istruzione più alto che si registra la fecondità più bassa e la percentuale più elevata di coloro che hanno scelto di non fare fgli.

La Germania, si sa, è terra d’immigrazione:

Nello scorso decennio la presenza di immigrati con cittadinanza straniera si è attestata intorno all’8,8% della popolazione. A causa dell’ondata migratoria del 2015, alla fine del 2016 questo dato è salito all’11,2%. Nel triennio 2015-17 sono immigrate in Germania in media un milione e 850 mila persone all’anno, di cui un milione e 710 mila stranieri, e sono emigrate un milione e 170 mila persone, di cui 940 mila stranieri. In media si osserva dunque un saldo migratorio positivo annuo di 685 mila persone. I principali paesi di provenienza in questo lasso temporale sono stati la Siria (189 mila arrivi annui), l’Afghanistan (58 mila) e l’Iraq (53 mila).

Ma l’immigrazione non è un fenomeno unidimensionale e si dovrebbe effettuare una netta distinzione fra quella adulta e quella non adulta:

La popolazione con background migratorio viene stimata in 19,3 milioni su un totale di 81,7 milioni di persone residenti in famiglia (23,6%), escludendo dunque coloro che risiedono in istituti. Fanno parte di questo segmento soprattutto gli appartenenti alle fasce d’età più giovani: più di un terzo della popolazione sotto i 15 anni d’età ha un background migratorio. Conseguenza diretta della già menzionata maggiore fecondità delle donne straniere o con background migratorio. Più della metà di queste persone (51,1%) è di nazionalità tedesca. Il 53,2% ha vissuto una propria esperienza migratoria, percentuale che tra gli stranieri sale all’84,3% e coinvolge le classi d’età da 20 a 64 anni.

Per il futuro, visto il trend, le prospettive demografiche non sono molto rosee:

Secondo le ultime previsioni dell’Ufficio federale di statistica, la popolazione tedesca conterà 82,9 milioni di abitanti nel 2030 e 76,5 milioni nel 2060, secondo una variante denominata «continuità» che prende in considerazione una fecondità quasi costante a 1,5 fgli per donna e una speranza di vita alla nascita di 84,7 anni per gli uomini e 88,8 anni per le donne. Viene inoltre previsto che il saldo migratorio scenderà a 200 mila persone entro il 2021 e che da allora in avanti rimarrà costante.

Grazie all’immigrazione il decremento demografico (weniger) verrà probabilmente rimandato a dopo il 2030. Al contrario, l’aumento dell’eterogeneità (bunter) dovuto all’immigrazione e l’invecchiamento (älter) sono inevitabili. La struttura per età cambierà sicuramente già nei prossimi anni: entro il 2060 la popolazione sotto i 20 anni scenderà dall’attuale 18% al 17%, quella con più di 65 anni salirà dal 21% al 31%, mentre la popolazione ultraottuagenaria passerà dal 6% al 12%. Inoltre, la popolazione attiva – solitamente individuata tra i 20 e i 64 anni – scenderà al 52%.

Ma la demografia, si sa, non è destino.

 

—- E i richiedenti asilo? —-

Un aspetto curioso della mentalità italiana è l’autorazzismo: se qualcosa non funziona è perché gli italiani – italiani: tutti tranne chi parla – non sono capaci di fare niente. Va bene, ma cosa dire dei tedeschi? Ricordate il milione di profughi nel biennio 2015-6?

Il numero totale di richieste d’asilo è stato di 476.649 nel 2015 e di 745.545 nel 2016. Dal 2011 al 2014, ad avanzare richiesta d’asilo in Germania erano state 460.855 persone. Nel 2017, le richieste sono state 222.683; 142.167 quelle da inizio 2018 allo scorso settembre. Circa un quarto dei richiedenti asilo proviene dalla Siria e tra questi il tasso di accoglimento delle domande sfora l’80%. Negli ultimi anni, i principali paesi d’origine dei richiedenti asilo sono stati Afghanistan, Eritrea, Iraq, Iran, Nigeria, Pakistan, Somalia e Siria. La quota più consistente è composta da giovani uomini: nel 2017, il 60% dei richiedenti erano uomini (il 75% nella fascia d’etŕ 16-25 anni) e l’84% aveva meno di 35 anni.

Davanti a queste numeri la Germania, zitta zitta, ha cominciato ad assumere una posa salviniana: «la quota di domande accolte ha subito un notevole ridimensionamento. Sempre meno profughi si vedono riconosciuto lo status di rifugiato: il 62% nel 2016, il 43% nel 2017, il 33% tra gennaio e settembre 2018. Quest’anno, due terzi delle richieste sono state rigettate». Ma proprio come Salvini anche per la Germnaia l’alta percentuale di rifiuto non si traduce in un incremento delle espulsioni: 20.888 nel 2015, 25.375 nel 2016, 23.966 nel 2017 e 12.261 nei primi sei mesi di quest’anno. A dispetto delle parole dell’allora coordinatore dei rifugiati – e attuale ministro dell’Economia – Peter Altmaier visto che il nostro eroe ebbe ad affermare che i 300 mila richiedenti asilo la cui domanda era stata rifiutata dovevano essere «rimpatriati a forza». Proprio come Salvini, di nuovo.

Ma quelli che non vogliono buttare fuori dal paese? Partiamo da una considerazione molto banale, la possibilità di inserimento nel tessuto lavorativo di un paese:

Secondo l’Ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati, il livello d’istruzione di chi arriva in Germania è basso: molti rifugiati non hanno una formazione professionale o titoli di studio e questi ultimi, quando presenti, sono spesso diffcilmente assimilabili agli analoghi tedeschi. Il 76% non ha alcun tipo di formazione, oltre la metà non ha frequentato la scuola oppure ha un grado d’istruzione medio-basso 8, il 40% non detiene alcun titolo di studio e l’85% non ha una formazione paragonabile agli standard tedeschi.

Eh sì che i mitologici corsi di formazione non sono mancati:

Visto l’incremento degli arrivi, l’offerta di corsi per l’integrazione e l’affuenza agli stessi è notevolmente aumentata: se nel 2015 i partecipanti erano stati 179 mila, l’anno seguente il numero è quasi raddoppiato (340 mila). Nel 2017, 292 mila persone hanno frequentato i corsi per l’integrazione, 46 mila quelli di alfabetizzazione. Malgrado l’ampia offerta formativa (dal costo non indifferente per lo Stato), i risultati sono deludenti: le statistiche federali rivelano che meno di un profugo su quattro ha raggiunto una conoscenza del tedesco tale da consentirgli un’interazione elementare e solo l’1% ha un livello sufficiente a cercare lavoro

Morale ed epilogo della storia? Che persino in un paese che veleggia nella piena occupazione ha scoperto essere «quantomeno ottimistica la stima iniziale che quantificava in sei anni il tempo necessario all’integrazione lavorativa dei rifugiati». Ma se manca il lavoro ci sono pur sempre i sussidi:

A luglio 2018, in Germania ricevevano sussidi 4,15 milioni di abili al lavoro; di questi, il 15% (615 mila persone) era composto da profughi. A ciò vanno ad aggiungersi 310 mila profughi che, pur ricevendo aiuti statali, sono considerati inabili al lavoro.

E se non riesce a gestire il problema un paese come la Germania dovrebbe riuscirci l’Italia con la sua elevata dissocupazione, bassa occupazione e inesistente tasso di crescita?

 

[… fine]

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Questa voce è stata pubblicata il 15 agosto 2019 da in geopolitica con tag , , , , .
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