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HR e dintorni: De Masi e il lavorare gratis

Un paio di anni fa, il sociologo De Masi imperversava sui media sostenendo una curiosa ricetta per il problema della disoccupazione: i disoccupati, a suo dire, avrebbero dovuto lavorare gratis. Leggiamo [1]:

La teoria del professore è in effetti dirompente: i disoccupati dovrebbero offrire il proprio lavoro in modo del tutto gratuito attraverso una app – «semplice semplice, come Uber» – e questo costringerebbe i lavoratori strutturati, i dipendenti e i professionisti, a cedere loro alcune ore del proprio impiego, pur di mettere fine a una concorrenza decisamente sleale.

C’è di che far rizzare i capelli in testa a qualsiasi sindacalista. I contratti nazionali tracollerebbero. Come le è venuta in mente questa idea?

La mia è una proposta di rottura, che mira a creare uno shock nel mercato del lavoro, oggi immobile. Ricette come il Jobs Act, dove si sono investiti 20 miliardi di euro per creare poche centinaia di migliaia di posti – peraltro volatili – hanno chiaramente fallito. Il lavoro gratuito, comunque, non sarebbe per sempre: serve nella fase della lotta, dopo seguirebbe l’accordo con i sindacati e si metterebbe fine alla disoccupazione.

Visto che sto leggendo Lavoro 2025. Il futuro dell’occupazione (e della disoccupazione) – ricerca pagata dai grillini, fra l’altro – vediamo di analizzare la cosa dal punto di vista HR.

 

—- Si lavora troppo, lavorate gratis! —-

De Masi inizia il suo ragionamento da un semplice confronto di ore lavorate l’anno dove gli italiani sono ampiamente sopra la media degli altri partner europei:

In Italia, dove il PIL pro capite è di 35.865 dollari e la disoccupazione è al 12%, un occupato lavora mediamente 1725 ore l’anno. In Francia, dove il PIL pro capite è di 42.719 dollari e la disoccupazione è al 10%, un occupato lavora 1482 ore. In Germania, dove il PIL pro capite è di 48.042 dollari e la disoccupazione è al 3,8%, un occupato lavora 1371 ore.

Da qui con un semplice operazione aritmetica si arriva al dunque: «Se ognuno dei 23 milioni di lavoratori occupati italiani lavorasse le stesse ore del suo collega francese, ci sarebbe lavoro per 4,4 milioni di disoccupati; se lavorasse con lo stesso orario dei tedeschi, sarebbero disponibili 6,6 milioni di posti di lavoro». Ma l’operazione non può essere portata a termine per via della resistenza dei lavoratori occupati e dei loro sindacati che «non sono disposti a cedere neppure un decimo del loro lavoro ai disoccupati, ignorando i vantaggi che ne trarrebbero essi stessi (disponendo di maggiore tempo libero), l’azienda (guadagnando maggiore produttività), la società tutta (evitando emarginazioni e conflitti)». Comprensibile visto che ridurre le ore vuol dire anche tagliare i salari. Ecco, allora, la soluzione:

A mio avviso l’unica azione possibile, efficace e non violenta, è mettersi in concorrenza con gli occupati lavorando gratis. In tal modo salterebbero le attuali regole protezionistiche del mercato del lavoro e gli occupati sarebbero costretti a scendere a patti. Intanto i disoccupati resterebbero privi di salario ma, per lo meno, potrebbero socializzare e autorealizzarsi.

Sia chiaro, lungi da me l’idea di spingerli a lavorare gratis a vita. Ciò che intendo è pervenire a un nuovo patto sociale di tipo solidale tra i «lavoratori garantiti» e i disoccupati, grazie al quale i primi siano sollevati dal troppo lavoro e i secondi dalla frustrazione del non lavoro, pervenendo entrambi a una qualità della vita in cui il rapporto tra lavoro e tempo libero risulti più equilibrato.

O no?

 

—- Le aziende cercano professionalità o skills, non persone —-

L‘idea che i disoccupati si mettano a lavorare gratis mettendosi in concorrenza con i lavoratori si scontra con un piccolissimo e banalissimo dettaglio: perché i disoccupati sono disoccupati? Sono quattro le possibili cause:

  • Ciclo economico negativo: l’offerta lavoro eccede la domanda delle imprese;
  • Saturazione: in un determinato settore lavorativo siamo alla situazione di cui sopra quale che sia la ragione (concorrenza, tecnologia);
  • Mancanza delle professionalità e/o skills necessarie richieste dal mercato del lavoro;
  • Caratteristiche extra professionali che danneggiano l’impiegabilità (età, salario);

In Italia siamo al punto uno da circa un decennio ma esiste, seppur minoritario, anche il punto tre specie negli ambiti tecnici e più esposti alla concorrenza internazionale. E i disoccupati chi sono? Partiamo dal titolo di studio [2]:

Tasso di disoccupazione e occupazione per titolo di studio, classe erà 15-64 anni

Tasso dissocupazione Tasso occupazione
Licenza elementare 20,5 30,2
Licenza media 14,9 44,5
Diploma 10,5 64,5
Laurea 5,9 78,7

Fonte: Istat, 2019.

 

E arriviamo alle classi d’età dei disoccupati:

 

Numero di disoccupati (espresso in migliaia) e tasso disoccupazione

Numero disoccupati Tasso disoccupazione
15-24 anni 427 28,1%
25-34 anni 731 15,2%
35-49 anni 867 8,3%
50+ 501 5,5%
Totale 2.525

Fonte: Istat

 

Se combiniamo i dati che cosa abbiamo? Che fra i disoccupati i laureati sono una minoranza, un disoccupato su cinque è over 50 (che di solito presentano un basso livello di scolarizzazione) e gli under 24 non hanno avuto il tempo di sviluppare una professionalità definita. Peccato che le aziende non cerchino un persona ma un lavoratore in base a requisiti più o meno stringenti: non posso fare concorrenza a un medico se non sono in grado di tenere in mano un bisturi, non trovate? Non basta essere disposti a lavorare gratis se poi non puoi ricoprire la mansione per mancanza di conoscenza o skills.

Alla fin fine, con qualche eccezione, parliamo di persone sprovviste della professionalità richiesta o dotate di skills di un settore saturo per eccesso offerta lavoro o carenza della domanda delle imprese. Nel primo caso abbiamo una concorrenza al ribasso verso settori non qualificati già esposti alla deflazione salariale via competizione stranieri/automazione, nel secondo caso avremmo l’effetto perverso di applicare lo stesso meccanismo svalutativo del lavoro anche in altri ambiti finora protetti.

 

—- De Masi applicato: il mondo del lavoro a stipendio zero —-

In effetti l’idea di De Masi non è affatto rivoluzionaria visto che è prossima alla realizzazione nei settori a bassa qualificazione come l’agricoltura. E non mi pare che l’arrivo di manodopera a costo zero o quasi abbia migliorato la situazione, anzi. Dalle mie parti la chiamano semi schiavitù ma noi siamo vecchio stile.

Ma gli esempi non finiscono qui e nel settore dei lavori creativi non manca la prestazione a titolo gratuito di Demasiana memoria [3]:

C’è chi la prende con (nichilistica) filosofia e dice: che lavoro faccio? Il gratis designer! Perché se è difficile stabilire cosa sia esattamente un creativo oggi, molto meno difficile, purtroppo, è assistere allo sfruttamento di prestazioni di lavoro commissionato e non retribuito. Per superare la legittima ma troppo spesso sterile poetica della lamentela, e rendere comprensibile l’ingiustizia patita da molti giovani lavoratori d’intelletto (per me un creativo è questo, un lavoratore dell’intelletto), il gruppo ZERO ha ideato una efficacissima campagna virale (#CoglioneNo) contro le frasi che un copywriter, un pubblicitario, un qualsiasi curatore di contenuti si sente rivolgere troppo spesso dal suo committente.

E no, la ricetta Demasiana non ha portato a una riduzione della disoccupazione, solo all’utilizzo gratuito di una prestazione lavorativa da parte di un’impresa.

Se poi si applicasse per davvero la politica Demasiana, tralasciando la storia delle skills mancanti, cosa credete che succeda? Che i lavoratori sottoposti a una forte pressione al ribasso sui loro salari saranno costretti a ridursi lo stipendio senza che la cosa automaticamente porti all’assuzione di nuove persone. Perché, infatti, le aziende dovrebbero assumere chi è disposto a lavorare gratis? Possono essere inquadrati come prestatori d’opera occasionali e comunque potrebbe non essere vantaggioso mettere sotto contratto due persone per lo stesso monte ore. E si badi bene che questo è lo scenario migliore, nello scenario peggiore in molti potrebbero cominciare a chiedersi se valga la pena lavorare in Italia quando abiti a pochi km dalla Svizzera o dall’Austria con relativa perdita di risorse umane e professionalità.

Morale della favola? La proposta di De Masi non è una provocazione, è una follia. In compenso fra le righe si possono leggere alcune magagne tipica della mentalità lavorativa italiana:

  • La teologia del dolore che vede il lavoro come un’espiazione per eletti che hanno la “cultura del lavoro”;
  • L’idea che basti avere la voglia di lavorare e non le competenze o le professionalità richieste;
  • La mancata conoscenza dei più basilari meccanismi del mercato del lavoro alla voce “selezione” e “stipendio”;
  • La curiosa idea che in un mondo globalizzato siano solo le merci e le aziende a poter delocalizzare e non anche i lavoratori;

E pensare che capitalismo, banche e mercati internazionali sono tutte cosuccie inventate dagli italiani nel basso Medioevo…

 


[1] Cfr. https://ilmanifesto.it/de-masi-disoccupati-ribellatevi-offrite-lavoro-gratis-sul-web/

[2] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/232492

[3] Cfr. http://solferino28.corriere.it/2014/01/13/creativo-si-coglioneno-basta-con-il-lavoro-gratis/

3 commenti su “HR e dintorni: De Masi e il lavorare gratis

  1. am
    19 agosto 2019

    uhm…mi domando quanto De Masi abbia chiesto per il suo studio: immagino non si sia sentito in dovere di lavorar gratis

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 agosto 2019 da in HR con tag , , .
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