Charly's blog

La globalizzazione scoppia: la rinascita degli Stati

Anche il mondo intellettuale non è immune dalle mode che assumono la forma di paradigmi culturali dominanti che infestano determinate discipline per anni e anni salvo, poi, sgonfiarsi davanti alle dure repliche della realtà. Se si prendono in considerazione i lavori accademici in ambito economico e sociologico degli anni ’90, si potrà facilmente notare la presenza della tesi dell’erosione degli Stati più o meno nazionali a favore da una parte del locale [1]

Termine, sinonimo di glocalismo, formulato negli anni Ottanta del secolo scorso in lingua giapponese, successivamente tradotto in inglese dal sociologo Roland Robertson e poi ulteriormente elaborato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, per indicare l’applicazione a livello locale dei prodotti o servizi creati grazie alla globalizzazione, attraverso un processo che mette in relazione le specificità delle singole realtà territoriali con il contesto internazionale (per es. l’utilizzo del web per fornire servizi di carattere locale ma a livello internazionale). Se da un lato la g. rappresenta il tentativo di difendere l’originalità della cultura, della produzione e delle identità locali dal conformismo e dall’appiattimento della globalizzazione, dall’altro lato è la forma con cui singole specificità locali, modellandosi su canoni e forme globalizzate, aspirano ad assumere rilevanza internazionale, secondo il motto think global, act local.

E dall’altra di entità sovranazionali. Il tutto a causa della globalizzazione sia economica sia culturale con annesso il corollario delle società multiculturali. Non manca, persino, chi sostiene l’obsolescenza degli Stati a favore delle città assurte alla stazza di megalopoli.

 

—- La logica economica vs la logica geopolitica —-

Gli ultimi anni hanno pesantemente smentito questa visione con evidenti segni di stanchezza della globalizzazione sia economica sia culturale e la contemporanea rinascita degli Stati.  Anche in Europa, dove ci si è impegnati a costruire un’entità sovranazionale che, per reazione porta al riaffermarsi delle piccole patrie, gli Stati sono tornati alla ribalta demolendo il progetto unitario. Il motivo è semplice e si basa sull’errata percezione del fenomeno chiamato globalizzazione: in genere si presenta il tutto come se fosse un fenomeno naturale, una logica conclusione nella fusione in un mercato globale con conseguente obsolescenza degli Stati, un modello culturale dominante e la pace perpetua. Peccato che, in realtà, non è altro che la Pax Imperiale americana dopo la vittoria ottenuta sull’orso russo con tanto di relativa missione imperiale (esportare le liberaldemocrazie, i diritti umani e il libero mercato). Nulla di nuovo, l’Impero Britannico ha fatto lo stesso e limitandosi al Mediterraneo anche l’Impero Romano.

Se sei il centro imperiale, allora, hai tutto l’interesse a promuovere concetti quali l’inevitabilità del tuo dominio e l’obsolescenza di poteri politici alternativi al proprio. Anche forme di governance sovranazionali erano, in realtà, a trazione americana per controllo e ideologia. Fra l’altro era facile da notare che pur declamando la fine della storia elevando il proprio modello socio-economico a fine ultimo dell’evoluzione ideologica dell’umanità, gli americani erano proprio i primi a non abbandonare la dimensione statale né il pensiero strategico.

Ma che succede quando compaiono sulla scena dei rivali strategici in grado di sfidare almeno in ambito locale il potere imperiale? Che succede quando il potere imperiale non è più in grado di imporre il proprio dominio specie in una dimensione globale come quella attuale? Che succede se il principale rivale strategico vuole crearsi il proprio blocco economico e geopolitico alternativo a quello imperiale? E sarete d’accordo con me nel sostenere che non possiamo avere due sistemi globali allo stesso tempo: se sei globale copri l’intero pianeta, se c’è uno o più rivali non sei globale.

 

—- Veneto: l’illusione dell’indipendenSa —-

Passiamo, per un attimo, alle miserie nostrane. L’esaurimento degli Stati per competenza destinate a dimensioni sovranazionali unito alla valorizzazione del locale in un’ottica economica porta alla nascita delle piccole patrie. Ma attenzione, saranno anche piccole ma sono comunque uno Stato e una Nazione:

  • Stato: apparato burocratico amministrativo impersonale che detiene il monopolio della violenza legittima su un determinato territorio;
  • Nazione: Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica [2].

In caso di secessione della Catalogna o della Scozia avremmo due Stati Nazione in più, altro che obsolescenza degli Stati-Nazione.

In Italia ad aspirare all’indipendenza è il Veneto lamentando la pressione fiscale, il drenaggio delle risorse o una differente identità etnica. Nel caso specifico italiano è stato denunciato in passato il sacco del Nord per mano dei trasferimenti a favore del Sud. Il che è vero se ci si limita a fare la conta della serva e non si ragiona in termini strategici:

  • Il Sud è il primo partner commerciale del Nord;
  • I trasferimenti dal Nord al Sud concorrono a formare il reddito per comprare i beni e/o i servizi del Nord;
  • Essendo dipendente dal Nord ed essendo orientato più sul pubblico o collegati, il Sud non presenta un ecosistema economico concorrenziale. In termini più semplici, il Sud non può fare concorrenza al Nord;
  • Essendo un’area economicamente depressa, le migliori risorse umane si trasferiscono al Nord contribuendo all’economia locale;

E meno male che è un sacco del Sud a danni del Nord!

Ma immaginiamo, allora, che il Veneto ottenga comunque l’indipendenza a discapito dell’abissale differenziale militare, demografico, economico fra Roma e Venezia. Aver concesso l’indipendenza senza tirar fuori i cannoni non vuol dire affatto amarsi né l’Italia avrebbe alcun debito nei confronti dei veneti. Il risultato più ovvio, quindi, è il veto all’ingresso nella UE con conseguente esclusione del Veneto dal teritorio nazionale, dall’Unione Europea, dal mercato unico e da Schengen. Di colpo i veneti – e chi sarebbero i cittadini veneti? I residenti? I nati anche se non residenti? – diverrebbero degli extracomunitari illegali da espellere dal territorio europeo, mentre le merci verrebbero sottoposte ai dazi italiani o addirittura bloccate sul suolo veneto. D’altronde per distruggere un nemico non sempre è necessario invaderne il territorio, gli embarghi funzionano altrattanto bene.

Nessuna sorpresa, le piccole patrie hanno un senso economico ma non hanno il minimo significato strategico con l’eccezione dell’operato di una potenza che mira a smantellare il rivale in unità più piccole (il sogno degli USA verso la Cina e la Russia). Immagino che non sia necessario spendere del tempo sull’altra sciocchezza di Milano città-stato, ma la morale è semplice: i veneti hanno sprecato 40 anni baloccandosi su sciocchezze che non hanno il minimo valore geopolitico.

 

—- Stato, Imperi, piccole patrie: potere vs efficienza —-

Per procedere dobbiamo effettuare una piccola operazione di definizione e precisazione dei termini fin qui adottati. Lo Stato è semplicemente un apparato amministrativo che opera su un determinato territorio, può essere centralizzato o federalista, nazionale o imperiale, capillare o più leggero. Il suo contrario è l’ordinamento tribale o feudale dove ogni contrada presenta leggi, lingue e culture differenti, nonché pedaggi e dazi da regione a regione.

Da buon veneto Zaia se ne è uscito recentemente con una genialata storica [3]:

“I veneti ne hanno piene le palle di aspettare”. Ha esordito così il governatore del Veneto Luca Zaia parlando di Autonomia dal palco della festa della Lega di Oppeano (GUARDA VIDEO).

“Qualcuno dice che vogliamo fare un Paese di serie A e un Paese di serie B – ha continuato – io mi guardo in giro e dico che il paese di serie A esiste già. E chi si preoccupa dell’Autonomia dovrebbe piuttosto chiedersi perchè esiste il Paese di serie B”. “Il centralismo è Medioevo” ha poi concluso.

Ma è vero il contrario, lo Stato moderno con la sua forza accentratrice nasce proprio in reazione al pluralismo politico medievale caratterizzato da poteri temporali e non, feudi e città libere, regni e signorie regionali. Persino all’interno della stessa entità politica vigevano più dimensioni linguistiche, legislative ed economiche con il risultato di rendere i regni e imperi medievali frazionati, poveri finanziariamente e deboli militarmente. Le città o le signorie, invece, potevano anche presentare una grande ricchezza ma a discapito di una dimensione militare nanica incapace di resistere le pressioni di avversari più grandi e organizzati.

Lo Stato, allora, non esiste per motivi etici o filosofici ma solo perché ha la forza di imporre la propria esistenza. Né più né meno. La struttura amministrativa permette di raccogliere più risorse da destinare alla guerra imponendo la propria autorità su territori più o meno ampi. Alcuni Stati possono assumere una dimensione nazionale che permette loro di abbinare al potere statale il “furor teutonicus” di patrioti che combattono per la propria Nazione disposti al sacrificio e non meri mercenari. Altri Stati, invece, possono assumere una dimensione imperiale come gli Usa, la Russia, la Cina, il Regno Unito e – per quanto possa sembrare strano – la Spagna.

Gli imperi come è logico aspettarsi possono contare su maggiori risorse umane e finanziarie, ma corrono anche il rischio di frantumarsi in entità politiche più piccole a carattere nazionale. La cosa è evidente per la Cina e la Russia (e in corso per Spagna e Regno Unito), mentre per gli Usa la storia è differente e il crollo dell’Impero Americano andrebbe a colpire le basi oltreoceano piuttosto che il suolo americano.

 

—- La fine della Pax Americana —-

Un aspetto poco noto è che gli Usa sono in declino relativo dal 1945 quando raggiunsero l’apice del loro potere. Ricordiamo che all’epoca gli americani dominavano gli oceani, l’Europa e parte dell’Asia senza avere rivali diretti: l’Impero Britannico era esausto e l’URSS devastata dalla guerra. Nei decenni successivi l’Europa si riprenderà dalla distruzione bellica e l’URSS diverrà il rivale strategico nella Guerra Fredda in una logica bipolare. La sconfitta dell’URSS porterà al dominio americano unilaterale dagli anni novanta fino al 2008, più o meno. In questo lasso di tempo, però, si è progressivamente colmato il gap tecnologico ed economico con la comparsa di nuovi attori che anche se non sono in grado di sfidare globalmente gli americani lo possono fare con successo localmente. Cina e Russia, ovviamente, ma non si devono trascurare il Giappone, la Germania e in prospettiva l’India.

L’emersione di un mondo mutipolare porta con sé la fine dell’egemonia imperiale americana non perché gli americani siano in crisi e abbiano perso potere, ma per via dell’ascesa di potenze rivale in grado di insidiarne l’azione su scala locale. Ma abbiamo detto che la globalizzazione non è altro che la Pax Imperiale a stelle e striscie: che succede se viene meno? Succede che si viene a formare un mondo multipolare in preda al’anarchia internazionale in un contesto di cambiamenti climatici ed esaurimento delle risorse.

In uno scenario del genere la piccola patria non avrebbe un posto geopolitico per ovvi limiti e un proliferare degli imperi non è una gran bella cosa sia per la violenza che tiene in piedi le strutture imperiali sia per la dimensione ideologica che la missione imperiale darebbe al conflitto politico. Gli Stati-Nazione, invece, potrebbero unire la maggiore efficienza rispetto agli imperi e il maggior potere rispetto alle piccole patrie.

Non da ultimo lo Stato – soprattutto se Nazione – permette di esercitare una dimensione civica in un contesto democratico: senza una comunità non c’è la democrazia. Uno Stato permette ai cittadini di scegliere il proprio destino in virtù delle dimensioni e del potere statale e non di essere in balia di forze esterne come nelle piccole patrie o meri sudditi su base etnica come negli imperi.

Mettete, allora, da parte le piccole patrie o idiozie sovranazionali, il contesto geopolitico del prossimo futuro vedrà solo tre tipologie di attori:

  • Imperi a vocazione globale o a dominio locale;
  • Stati di dimensioni rilevanti, siano essi nazionali o meno;
  • Il caos tribale e feudale (Africa, Medio Oriente);

Gli Stati sono tornati, vi piaccia o meno, anche in Europa. E chi non si sveglierà dai sogni euroinomani perderà peso e ruolo geopolitico. A nulla serve avere 500 milioni di abitanti e il secondo PIL al mondo se poi non riesci a esprimere una volontà politica condivisa…

 


[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/glocalizzazione_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

[2] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/nazione/

[3] Cfr. https://www.tgverona.it/pages/835712/politica/zaia_il_centralismo_e_medioevo_siamo_stufi.html?n=1563536215016?n=1566838636099

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Questa voce è stata pubblicata il 26 agosto 2019 da in geopolitica con tag , , , , , .
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