Charly's blog

Calenda, le cazzate del liberismo e la flexicurity

Nel variegato panorama mediatico italiano non mancano le figure orfane di una poltrona istituzionale pompate da una campagna di hype mediatico degno del wrestling americano. Fra tutti spicca Cottarelli, premier in pectore da anni, ma il più divertente è senza dubbio Calenda con la sua innata propensione alla gaffe. Ecco l’ultima dichiarazione del nostro [1]:

Quando leggevo Alesina e Giavazzi che scrivevano che non è importante salvaguardare i posti di lavoro, ma il lavoro, dicevo ‘che fico’. Ora ho capito che sono solo cazz...”. Carlo Calenda lo dice intervenendo alla presentazione del libro di Antonio Polito, ‘Il muro che cadde due volte’, con Massimo D’Alema.

Un mea culpa dell’ex ministro dello Sviluppo, che oggi è stato sotto il Mise alla manifestazione degli operai ex Embraco. “Io per 30 anni ho ripetuto le banalità del liberismo. Ma vallo a dire a un operaio di 50 anni dell’Embraco che ‘io non ti salvo il posto di lavoro perché potrai trovarne un altro nelle app’. E poi vi chiedete perché votano sovranista? Verrebbe voglia pure a me…”.

Il che ci riporta alla solita questione del perché la sinistra ha sposato acriticamente la narrazione liberista dopo la batosta della fine del socialismo reale. Storia lunga e in questa sede preferisco trattare il problema della riqualificazione professionale.

 

—- Flexicurity: la teoria —

Per sua natura il capitalismo è instabile e mutevole sia per il gioco del mercato – per un’azienda che va bene un’altra chiude – sia per il fattore tecnologico il cui effetto dirompente rende obsolete le figure professionali. Come fronteggiare questo problema? Logicamente si dovrebbe proteggere il lavoratore con un sistema di protezioni sociali e di riformazione professionale volto al reinserimento del disoccupato. Se un’azienda chiude è perché non è sana dal punto di vista del bilancio oppure è obsoleta dal punto di vista tecnologico/gestionale. Mettere soldi pubblici serve a poco a parte tenere in piedi un’azienda decotta. Ma nulla vieta di riformare i lavoratori in relazione alle esigenze di altre aziende o alle nuove figure professionali.

Facile, no? In teoria… Prendiamo la realtà: cosa succede quando un’azienda chiude o delocalizza? Invariabilmente ci sono proteste, interventi sindacali, tavoli di concertazione e la gara dei politici a chi presta più solidarietà. E inevitabilmente finisce con la chiusura o con i soldi pubblici buttati al vento. Ma perché i lavoratori protestano per un’azienda decotta quando potrebbero semplicemente trovare un altro lavoro? Beh, facile a dirsi:

Per me perdere il lavoro non è affatto un dramma, non perché sia un particolare genio, ma perché vivo in un paese dove il tasso di crescita del Pil supera quello di disoccupazione. Si chiama magia della piena occupazione e so perfettamente che in caso di bisogno trovo lavoro in due settimane. Ma in Italia è l’esatto contrario e si deve anche aggiungere che il dinamismo economico è ben differente da regione a regione. Capito perché protestano invece di iscriversi a un corso di formazione? Banalmente perché il lavoro non c’è. Nessuna sorpresa se il longlife learning in Italian non abbia mai attecchito [2]:

Education and training

E qui parliamo di training in generale, non solo per i disoccupati. In Italia studiare non serve a nulla, né sul piano civico/democratico, né sul piano professionale. Se poi aggiungiamo al tutto bassi livelli di istruzione, bassi livelli di capacità cognitive e relativa difficoltà nell’apprendimento, beh, tirate le somme.

 

—- Flexicurity: il problema dei profili —-

Se date un’occhiata ai paesi che fanno un ricorso maggiore alla formazione professionale possiamo trovare Svezia, Finlandia, Danimarca e a seguire la Norvegia. Caso vuole che sono anche i paesi famosi per il welfare universale e che i lavoratori del settore pubblico rappresentino tra il 25 e il 30% degli occupati, contro il dato italiano che non raggiunge neppure il 15% [3].

public sector

Fra l’altro i paesi scandinavi presentano anche tassi di occupazione elevati e in genere tassi di disoccupazione sotto controllo.  

Essendo un HR Specialist preferisco ragionare in termini di skills. e analizziamo la cosa da questo punto di vista. I lavori, infatti, possono essere divisi per categorie dettate dalle skills richieste:

  • Alto: in genere associato alla laurea (medicina, ingegneria, legge);
  • Medio: associabile al diploma o a qualifiche professionali (periti, elettricisti, idraulici, artigiani), lauree non professionalizzanti e lavori nei servizi;
  • Basso: lavori che non richiedono capacità particolari (commessi, fattorini);

La distinzione è idealtipica alla Weber e pertanto ci sono alcune eccezioni. Le laureee non professionalizzanti come scipol o economia non necessariamente sfociano nei profili alti ma possono finire nei profili medi come per l’appunto il mio settore. Allo stesso tempo un laureato in economia può finire a fare contabilità salvo poi scoprire che un ragioniere in quel specifico ambito ne sa almeno quanto lui se non di più. Ma è bene ricordare che una laurea in economia può portare in altri lidi, come la finanza, dove le skills sono più elevate. In poche parole: dipende.

Torniamo, adesso, all’idea della formazione professionale. Non ci vuole un genio a capire che non bastano tre mesi di corsi per passare da un percorso di alto livello all’altro, né tantomeno un ingegnere in tre mesi può diventare un contabile o un medico un artigiano del legno. Ci si può formare, nulla da eccepire al riguardo, ma i tempi sono lunghissimi e siamo nell’ordine di almeno un anno o due per i profili medi professionalizzanti. Quelli di elevato livello, invece, richiedono semplicemente gli anni previsti dell’università, nulla più nulla meno.

Rimangono i lavori di basso livello che non richiedono formazione – o al massimo è minima – e chi vuole salire di livello deve studiare per il tempo richiesto. E siamo sempre lì, ci vuole tempo per imparare una professione. Ma non  necessariamente per un lavoro. Vediamo perché.

 

—- Flexicurity: le aziende —

Sapete qual è la differenza fra una professione e un lavoro? Eccola:

  • Professione: attività che richiede conoscenza ed esperienza per essere portata a termine;
  • Lavoro: attività che richiede conoscenza ed esperienza minima;

Di nuovo abbiamo il facile contrasto fra il programmatore informatico e il commesso, ma questa volta abbiamo iln ballo un altro fattore che riguarda la dimensione aziendale e la parcellizzazione del processo lavorativo. In un’azienda di grandi dimensioni si lavora per team divisi sia per mercato sia per funzione nel processo. In ambito HR possiamo avere il team che si occupa della selezione, poi c’è quello dell’onboarding, il payroll e via a seguire. Anche la contabilità segue lo stesso trend e non limitato ai soli macrosettori AR/AP/GL. Dal punto di vista formativo, quindi, è molto più semplice insegnare una piccola parte del processo rispetto alla sua totalità, non trovate? Specie se sono attività di medio livello o lavori generici di tipo burocratico.

E indovinate qual è la dimensione tipica delle aziende italiane?

 

Tabella n° 1. Numero di imprese per numero di dipendenti, settore manifatturiero

Italia Germania Francia UK USA Giappone
 

1-9

 

319.021

 

124.486

 

186.658

 

100.491

 

229.045

 

287.122

 

10-19

 

39.924

 

38.157

 

13.077

 

13.040

 

46.635

 

40.011

 

20-49

 

19.194

 

18.015

 

9.552

 

9.414

 

37.495

 

32.915

 

50-249

 

8.491

 

16.759

 

5.407

 

6.301

 

23.065

 

21.161

 

250+

 

1.236

 

4.408

 

1.355

 

1.404

 

5.672

 

3.572

 

Totale

 

387.866

 

201.825

 

216.049

 

130.650

 

341.912

 

384.781

Fonte: Database online OECD, 2017.

 

Tabella n° 2. Numero di imprese per numero di dipendenti, servizi

 

Italia

 

Germania

 

Francia

 

UK

 

USA

 

Giappone

 

1-9

 

2.649.255

 

1.650.651

 

2.194.656

 

1.274.346

 

2.742.717

 

1.845.690

 

10-19

 

61.824

 

149.686

 

46.097

 

86.371

 

344.321

 

124.559

 

20-49

 

21.397

 

83.924

 

28.660

 

42.248

 

223.482

 

77.552

 

50-249

 

8.512

 

34.690

 

11.901

 

18.640

 

100.313

 

39.878

 

250+

 

1.639

 

6.205

 

2.455

 

4.299

 

19.732

 

6.836

 

Totale

 

2.742.627

 

1.925.156

 

2.283.769

 

1.425.904

 

3.430.565

 

2.094.515

Fonte: OECD, 2017.

 

Le aziende italiane sono molto piccole con l’impossibilità di ricorrere alla parcellizzazione professionale. Un breve confronto fra gli annunci di lavoro per le stesse posizioni rivela che spesso e volentieri quelli delle aziende italiane sono più esigenti proprio per la necessità di avere il fantuttone che segue tutto il processo lavorativo.

Il nanismo delle aziende italiane, detto en passant, è anche causa di altre problematiche:

  • Il minore fatturato rende complicato investire sulle nuove tecnologie;
  • Le ridotte dimensioni rendono superflue le figure impiegatizie destinate a gestire il processo burocratico di un’organizzazione di dimensioni maggiori. La spia d’allarme in questo senso viene dalle difficoltà occupazionali dei laureati;
  • Le ridotte dimensioni rendono impraticabile il ricorso alle Risorse Umane virando, invece, sui legami deboli in caso di nuovi assunzioni;
  • Le ridotte dimensioni non rendono percorribile una carriera che risulta preclusa dalla dimensione familiare delle imprese con relativa perdita di competenze e personale;
  • Le ridotte dimensioni non permettono di assorbire con facilità i congedi di maternità o paternità con tutto ciò che ne consegue in termini pratici, fra tutti la perdita di lavoro delle neo mamme;

Tornando al punto del post, il fantuttismo inficia l’aspetto formativo per la storiella degli anni di studio di cui sopra. È molto più facile essere formati per i team delle aziende di grandi dimensioni o per i lavori burocratici del settore pubblico come dalle parti dei paesi scandinavi piuttosto che per quelli del settore privato. Soprattutto se stiamo parlando delle professioni attinenti al settore manifatturiero che richiedono skills di medio livello o superiore. Il meccanico sarà anche umile per qualche recondito motivo, ma richiede formazione. Non a caso le imprese martellano sulla scuola perché vogliono lavoratori già pronti all’uso a basso prezzo invece di investire sui disoccupati over 50.

 

—- Flexicurity: e quindi? —-

Quando si tocca l’argomento della formazione professionale e della rioccupazione dei disoccupati si dovrebbero prendere in considerazione, fra i tanti, anche i seguenti punti:

  • Il dinamismo economico e il rapporto fra domanda e offerta lavoro;
  • Le caratteristiche in termini di capitale umano – skills, formazione, capacità cogntive – della forza lavoro e della popolazione in generale;
  • Le caratteristiche del mondo produttivo per dimensioni, specializzazione e cultura aziendale;

Fermo restando che la logica alla base della flexicurity è corretta perché se un’azienda è decotta o se il lavoro è obsoleto c’è poco da fare, rimane come al solito il problema della realizzazione pratica. A cui aggiungere l’effetto dell’automazione del lavoro dei prossimi decenni.

Ma immagino che i più svegli fra voi abbiano già messo in relazione alcuni dati statistici dei paesi scandinavi che svettano nelle classifiche dedicate alla formazione permanente:

  • Tanta spesa pubblica e tante tasse;
  • Tanto welfare;
  • Tanti impiegati pubblici;
  • Livelli di istruzione mediamente elevati;

Diciamo che le cazzate del liberismo di Calenda non riguardavano tanto la teoria ma la pratica.

 


[1] Cfr. https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/10/03/mea-culpa-calenda-per-anni-creduto-nel-liberismo-erano-cazz_EZqOm3tQFaQtk7YyTFwN9L.html

[2] Cfr. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Adult_learning_statistics

[3] Cfr. https://www.oecd-ilibrary.org/sites/gov_glance-2017-24-en/index.html?itemId=/content/component/gov_glance-2017-24-en

 

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10 ottobre 2019 da in economia con tag , , , .
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