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Enrico Letta, Twitter e l’imperatore Claudio: gli stranieri fra integrazione e assimilazione

Se Enrico Letta si è guadagnato un posto di rilievo nella storia della politica italiana è grazie al celebre #enricostaisereno di renziana memoria e, se permettete, è un vero peccato visto che il nostro eroe di tanto in tanto partorisce delle belle genialiate. Tipo questa:

Non notate niente di strano? Eh sì che la storia la studiano tutti a scuola… Con tanto di toppa peggiore del buco:

Vediamo dove il nostro sbaglia.

 

—- Claudio, gens Iulia —-

Secondo Letta, Claudio è stato il primo imperatore straniero di Roma nonché esempio dell’integrazione degli stranieri nella società capitolina. Peccato che si sufficiente leggere Svetonio per scoprire un’altra storia [1]:

Druso, il padre di Claudio Cesare, che inizialmente portò il prenome di Decimo, poi quello di Nerone, fu messo al mondo da Livia, dopo solo tre  mesi che Augusto l’aveva sposata già incinta, e si sospettò che fosse figlio adulterino del suo patrigno.

Claudio nacque durante il consolato di Giulio Antonio e Fabio Africano, a Lione, il primo agosto nello stesso giorno in cui vi si consacrò per la prima volta un altare ad Augusto, e fu chiamato Tiberio Claudio Druso.

Claudio era figlio di Druso a sua volta figlio di Augusto. Il che ci porta a queste considerazioni:

  • Claudio era cittadino romano, appartenente alla gens Iulia;
  • Claudio nacque fuori dall’Italia, a Lione, in un territorio che era una provincia sotto il comando di Roma, non l’estero;

In pratica non era né uno straniero né uno nato da fuori. Essendo un membro della gens Iulia era uno che più romano di così non poteva essere. Fra l’altro era anche un discendente di Enea e di una divinità, Venere, se mi permette il parallelo con la mitologia biblica.

L’essere nato fuori dall’Italia, poi, non vuol dire molto perché Claudio è stato soltanto il quarto imperatore senza che ci fosse, pertanto, una lunga tradizione di imperatori non italiani, ammesso che parlare di Italia per l’epoca avesse senso.

 

—- I Romani e la cittadinanza —-

A differenza dei Greci, i Romani sono passati alla storia anche per la loro capacità di assimilare le popolazioni straniere tramite una concezione flessibile della cittadinanza non legata al sangue&suolo ma all’assimilazione culturale. Proprio Claudio si rese protagonista di un atto di concessione della cittadinanza, la cosiddetta Tabula Clesiana. Tacito riporta anche l’argomentazine d Claudio a favore dell’atto [2]:

Cos’altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri? Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza, quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un’improvvisa novità, bensì una pratica normale adottata dal popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti? Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s’è conclusa in un tempo più breve che quella contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli latini dopo i plebei, degli altri popoli d’Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò per cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi».

Fra l’altro, nell’ormai lontano 2007 era anche argomento dell’esame monografico di Storia Romana da me sostenuto.

Ma torniamo al punto. I Romani assimilivano i popoli stranieri tramite la concessione della cittadinanza? Non così facile, signori miei, eccovi le guerre sociali [3]:

In Italia, la guerra s. degli anni 90-88 a.C. oppose gli alleati italici a Roma, restia a concedere quei diritti che i socii rivendicavano in virtù del contributo dato all’affermazione del predominio romano nel mondo. Scoppiata nel Piceno, la rivolta antiromana coinvolse tutta l’Italia centro-meridionale: i ribelli si riunirono in federazione ed elessero a capitale Corfinio, che chiamarono Italica. La guerra, malgrado la partecipazione dei più valenti comandanti romani (Mario, Silla, Pompeo Strabone) e gli aiuti dei provinciali (Iberici, Galli, Africani), fu inizialmente favorevole ai ribelli: Roma allora concesse la piena cittadinanza agli Italici fedeli (90) e a quelli che si sottomettevano (89). La rivolta si indebolì dopo la vittoria di Pompeo Strabone ad Ascoli (89), la capitolazione dei Marsi e l’assedio di Nola (88); alcuni focolai perdurarono sino all’80 circa a.C.

La storia romana è molto lunga e di volta in volta sono state applicate le misure che parevano più idonee al momento. In generale, quella che viene colorata nelle cartine politiche come Repubblica romana, in realtà, era una confederazione fra Roma, le sue colonie e i popoli alleati (latini, etruschi, sabini, volsci, sanniti). Solo dopo la Seconda Guerra Punica la situazione cambierà radicalmente con gli impegni oltre manica, la crisi sociale che porterà ai Gracchi e alla riforma di Mario fino al collasso della Repubblica. Non a caso avremo poi la concessione della cittadinanza a tutti gli italici… con loro scomparsa etnico-culturale. Assimilazione, ricordate?

 

—- A Roma fate come i Romani! —-

Sul versante amministrativo il Principato e poi l’Impero erano organizzati in modo piuttosto leggero se comparati agli standard moderni. Inizialmente mancava un vero e proprio apparato amministrativo – eredità dello Stato moderno che insieme al sentimento nazionale ha portato alla più grande invenzione politica dopo la democrazia, lo Stato-Nazione – e i Romani preferivano cooptare le élite locali e appoggiarsi ai vari Stati clienti. Altra misura era la fondazione di colonie di cittadini dopo il servizio militare in modo da avere un’ulteriore leva di controllo. Già sul finire del primo secolo d.C. i Romani passarono all’annessione diretta abbandonando la politica degli Stati clienti, mentre dopo la crisi del terzo secolo l’Impero assumerà una maggiore dimensione burocratica e fiscale per provare a tenere insieme i pezzi in piena spinta centrifuga. Anche qui nessuna novità, gli Imperi sono instabili e finiscono sempre in frazionarsi in entità più piccole e più coese dal punto di vista etnico-culturale.

Sia come sia, fino all’Editto di Caracalla, nell’Imperium Romanum erano presenti i cittadini romani e i semplici sudditi. Un fatto abbastanza trascurato ma ovvio è che l’Impero Romano era multietnico e multiculturale… ma non nell’accezione dei radicalcosi. Tutti gli imperi sono per definizione multietnici e multiculturali e già Erodoto cita con cura tutti i popolo sottomessi ai Persiani e presenti durante le guerre contro i Greci. I Romani, allora, non hanno affatto costruito il primo impero multiculturale della storia semplicemente perché il titolo spetta al primo impero della storia, quello di Sargon. Il che non toglie, tuttavia, che in tutti gli imperi c’è sempre un elemento culturale ed etnico dominante, basta guardare il nome. Vale per i Romani, per gli Inglesi, i Turchi o gli Austriaci. Tuttora ci sono paesi che hanno una struttura imperiale come la Russia e la Cina a rischio frantumazione etnica, mentre gli USA sono un caso a parte e leggermente deviante dalla norma.

È facile, quindi, vedere lo scontro fra gli imperi multiculturali e il multiculturalismo radicalcoso: i primi presentano un elemento dominante che detiene il potere politico e militare, nonché l’egemonia culturale. La cittadinanza nel caso romano veniva concessa con fini assimilatori e solo in casi selezionati, in genere le élite (si pensi a Flavio Giuseppe). Ma alla carota i Romani aggiungevano il bastone: le leggi erano quelle romane e se anche veniva concessa autonomia alle comunità locali la soluzione per i problemi di ordine pubblico o ribellione era piuttosto semplice e violenta. Budicca e le Guerre Giudaiche sono lì a dimostrarlo.

Declinato alla realtà nostrana, l’applicazione pratica della politica romana sarebbe quella di dare la cittadinanza a chi si assimila al modello culturale dominante abbandonando la cultura d’origine e, allo stesso tempo, crocifiggere chi incendia le banlieu. Chissà perché questo dettaglio non venne trattato in quel corso di storia…

 

—- Multculturalismo, integrazione e assimilazione —-

Il multiculturalismo radical è completamente differente e mette sullo stesso piano tutte le culture: «In senso generale il termine multiculturalismo fa riferimento a una realtà sociale caratterizzata dalla compresenza di varie comunità dalle origini, abitudini, e cultura differenti. In senso specifico, indica le politiche intraprese da alcuni Stati nazionali per limitare le disuguaglianze tra i diversi gruppi etnici e per valorizzare lingue, credenze e stili di vita» [4].

I sostenitori del multiculturalismo spesso lo confondono con il multiculturalismo di mercato, la storiella del

La democrazia è greca, i numeri arabi, i pc americani e le auto tedesche e vattelapesca.

Confondendo idee, innovazioni e prodotti con le fondamenta di una società. Le società, infatti, richiedono norme e regoli condivise tali da creare un senso di appartenenza, non sono semplici agglomerati di individui. Ma se mettiamo in una città dieci culture differenti, fra loro ostili o indifferenti – laicisti vs integralisti, omosessuali vs religiosi, pacifisti vs violenti – nel migliore dei casi avremo una segmentazione su base etnico-culturale, nel peggiore la guerra civile. Né la democrazia può funzionare perché le faglie politiche seguiranno la realtà etnico-culturale traslando le differenze culturali in differenze politiche portandoci di nuovo alla guerra civile. Poi senza un’identità comune, perché un gruppo etnico-culturale più ricco dovrebbe pagare più tasse a favore di un gruppo etnico-culturale più povero? Si pensi al Belgio e alla frattura fra Fiamminghi e Valloni.

Neanche il mondo delle corporations, a dispetto della pubblicità, è davvero multiculturale perché a dominare è la cultura liberale/liberal. Quale che sia la vostra cultura d’origine vi assicuro che è facile essere cacciati a pedate nel culo in caso di comportamenti scorretti verso donne, omosessuali o altre minoranze. E siamo sempre lì, si confonde il multiculturalsimo di mercato accessorio e basato sulle apparenze rispetto a quello vero che non può esistere.

Che fare, allora, degli immigrati? Semplice, iniziare con l’integrazione per poi passare all’assimilazione:

  • Integrazione: prima generazione che si adegua a usi e costumi dei nativi senza assimilarsi;
  • Assimilazione: terza generazione e successiva con perdita della propria identità culturale separata, senso di appartenenza alla cultura dominante.

Il percorso richiede tempo ed è il motivo per il quale viene misurato su tre generazioni. Gli USA ne sono un ottimo esempio come dimostrano gli italo-americani – De Niro, Stallone, Pelosi, Pompeo – che di italiano hanno soltanto il cognome, anche se cominciano a esserci parecchi problemi con gli ispanici.

Ma per assimilare qualcuno bisogna avere un cosa – la cultura, l’organizzazione socio-economica – che si ritiene essere migliore e degna di preservazione. Nessuna sorpresa che nell’epoca del piagnisteo del politicamente corretto i processi assimilatori siano entrati in crisi con il caos conseguente. Ma non temete, il processo migratorio non è uguale per tutti i paesi e quando i primi Stati entreranno nel caos – Francia, Svezia – gli altri metteranno mano alla situazione con Governi decisamente a trazione conservatrice. La Polonia ne è un lampante esempio.

Gli Stati dati per morti dai globalisti negli anni ‘90 stanno tornando in quanto unici attori politici e geopolitici possibili, piaccia o non piaccia. E il dominio statale si esercita anche su queste tematiche perché solo un folle perderebbe l’elemento nazionale – punto di froza – per avere i partiti politici su base etnica (preludio alla guerra civile).

 

P.S.

A proposito di ritorno degli Stati, che fine ha fatto la moneta di Facebook? Quod Erat Demostrandum.

 


[1] Cfr. https://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/svetonio_xiicesari.pdf

[2] Cfr. https://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/tacito_annales.pdf

[3] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/guerre-sociali/

[4] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/multiculturalismo_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

Un commento su “Enrico Letta, Twitter e l’imperatore Claudio: gli stranieri fra integrazione e assimilazione

  1. am
    19 ottobre 2019

    Il tizio in questione ha letto il testo del compitino e lo ha svolto al meglio delle sue possibilità.
    Vuolsi così colà dove si puote…almeno finchè dura

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2019 da in società con tag , , , , .
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