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L’analfabetismo funzionale o la deumanizzazione del dissenso politico

Se c’è un tema trattato con grande dovizia di particolari su questi pixels quello è l’analfabetismo funzionale. Abbiamo visto la definizione del fenomeno, i dati statistici, la causa del problema e il curioso atteggiamento che porta a desiderare le cose – la selezione degli studenti – ma non le sue conseguenze (l’ignoranza e l’analfabetismo funzionale). Non per dire, ma eccovi Cottarelli:

Cottarelli

Chissà perché non si chiede la causa di questa situazione…

Rimane un ultimo aspetto da commentare: l’utilizzo dell’etichetta “analfabeta funzionale” nel dibattito pubblico italiano. E no, non è un uso neutro.

 

—- Analfabetismo funzionale: un rapido ripasso —-

L’analfabetismo funzionale non riguarda la dimensione della conoscenza, il non sapere, ma quello delle capacità, il non potere. Si tratta della difficoltà nella comprensione di testi scritti o di grafici e tabelle dati sia nelle sue sfumature e nelle connessioni fra argomenti e numeri sia proprio nel significato del testo o del grafico. Queste capacità non sono naturali ma completamente artificiali essendo derivanti da invenzioni umane come la scrittura e la matematica. Devono essere, pertante, apprese ed esercitate nel corso del tempo e la piena padronanza richiede studi piuttosto lunghi, siamo a livelli universitari.  Livelli d’istruzione bassi, senza alcuna sorpresa, rendono complicata la fruizione di testi scritti di livello superiore e una vita professionale spesa nella manualità e nella operatività non permettono di supplire al problema.

Partiamo dalla ricerca internazionale sulle competenze alfabetiche della popolazione adulta (International Adult Literacy Survey, IALS) lanciata dall’OCSE/OCDE nel 1992. Nel 1996 si ebbe la seconda ricerca del progetto (Second International Adult Literacy Survey, SIALS), che ha fornito a più riprese i risultati tra il 1995 e il 2000 [2]. Ecco i risultati per livelli:

 

Tabella n° 1. Distribuzione dei rispondenti italiani alle prove IALS-SIALS.

1° livello 2° livello 3° livello 4°/5° livello
Testi in prosa 34,6% 30,9% 26,5% 8%
Grafici 36,5% 32,2% 25,3% 6%
Calcoli, problemi 32% 31,4% 27,6% 9%

 

Fonte: Invalsi

 

Un vero e proprio disastro e se ve lo state chiedendo è da questa ricerca che viene l’allarme in merito al 70% di italiani analfabeti funzionali. La ricerca evidenziò anche una cosa molto ovvia: la scarsa scolarizzazione della popolazione italiana è un elemento critico per la comprensione del fenomeno. All’epoca poco più di un terzo della popolazione poteva vantare soltanto la licenza media (34,5%), neppure un terzo un diploma di scuola superiore (27%) e quasi un altro terzo solo la licenza elementare (32,3%). La popolazione laureata non raggiungeva neppure il 7%. Se consideriamo le classi d’età possiamo fare una banale conclusione:

 

Tabella n° 2. Distribuzione dei rispondenti del test in prosa per classi d’età.

1° livello 2° livello 3° livello 4°/5° livello
16-25 15,4% 32,4% 37,6% 14,6%
26-35 21,9% 34,4% 32,3% 11,4%
36-45 32,2% 32,8% 28,2% 6,7%
46-55 46,9% 28,9% 20,3% 3,9%
56-65 63,5% 24,1% 10,5% 1,9%

Fonte: Invalsi.

 

Tabella n° 3. Distribuzione dei rispondenti del test dei grafici per classi d’età

1° livello 2° livello 3° livello 4°/5° livello
16-25 18,2% 35,5% 36,8% 9,6%
26-35 27,2% 32,8% 31,6% 8,4%
36-45 35,2% 33,9% 24,8% 6,0%
46-55 46,5% 30,5% 19,7% 3,3%
56-65 61,0% 27,2% 10,3% 1,5%

Fonte: Invalsi.

 

 

Tabella n° 4. Distribuzione dei rispondenti del test calcoli, problemi, operazioni aritmetiche.

1° livello 2° livello 3° livello 4°/5° livello
16-25 19,0% 34,1% 35,4% 11,4%
26-35 23,5% 30,2% 35,4% 10,9%
36-45 30,5% 31,3% 27,7% 10,6%
46-55 39,4% 32,0% 22,5% 6,2%
56-65 52,3% 29,5% 13,4% 4,8%

Fonte: Invalsi.

 

I più giovani se la cavavano meglio dei più anziani, sia per un maggior livello di istruzione sia per una maggiore esposizione a elementi – testi scritti, grafici – poco presenti nella società nel suo complesso.

La situazione è stata confermatata dalla fase successiva della ricerca, la PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) svoltasi nel 2011-2 [3]. Questa volta è la classe d’età 25-34 a ottenere i risultati migliori, mentre gli over 50 si confermano come i peggiori. La classe 16-24 e 25-34 presentano rispettivamente il 35% e il 34% al livello 3 (su 5), mentre la classe 55-65 presenta la maggiore percentuale di persone al di sotto del livello 1 (10%) e il maggior numero di persone ferme al livello 1 (31%).

Rispetto alla rilevazione precedente si deve notare che i risultati sono migliorati: sono aumentati i punteggi medi di literacy ed è diminuito il gap con la media OCSE. La spiegazione di questo fenomeno è dovuto all’uscita dalla rilevazione della coorte d’età dei nati fra le due guerre mondiali. Non a caso mentre i risultati delle classi d’età più giovani sono grossomodo rimasti invariati, i miglioramenti più consistenti si possono trovare negli over 45. Il gap nella literacy, ad esempio, è passato dai 63 punti a favore dei più giovani (16-24 anni) rispetto ai più anziani (55-64 anni) ai 30 punti dell’ultima rilevazione.

 

—- Deumanizzare —-

Adesso passiamo a un libricino molto interessante per quanto limitato dalla prospettiva adottata (quella occidentale degli ultimi secoli è dominante, la religione è assente) [1].

Deumanizzazione

Con deumanizzazione s’intendono «gli atteggiamenti, i comportamenti, le pratiche sociali che discendono dall’esclusione dell’altro – l’oppositore, il nemico, il diverso – dalla specie umana». Deumanizzare «serve a pensare l’altro come minus habens, essere umano incompleto, animale, oggetto. Serve a compiere su di lui azioni inaccettabili in un contesto normale».

La deumanizzazione può essere esplicita o implicita. Nel primo caso possiamo trovare strategie quali:

  • espulsione sociale (i membri del gruppo delegittimato sono considerati violatori delle norme sociali fondamentali, indicati ad esempio come assassini, criminali, psicopatici);

  • caratterizzazione in tratti (i membri del gruppo sono definiti da tratti fisici o di personalità estremamente negativi);

  • uso di etichette politiche (i membri del gruppo sono categorizzati in gruppi politici considerati inaccettabili dalla società delegittimante: nazisti, colonialisti, capitalisti, comunisti);

  • confronto fra gruppi (vengono effettuati dei confronti intergruppi che definiscono in modo negativo i membri del gruppo delegittimato);

  • deumanizzazione (il gruppo delegittimato viene categorizzato come inumano attraverso paragoni con animali o con mostri).

Altre strategie di deumanizzazione sono:

  • uso del gruppo delegittimato per delegittimare altri gruppi;

  • enfatizzazione della numerosità del gruppo delegittimato;

  • segregazione.

La deumanizzazione sottile è più problematica perché non comporta inevitabilmente un atto di violenza può, anzi, accompagnarsi alla coesistenza più o meno pacifica. Fra le strategie troviamo:

  • Infra-umanizzazione: indica il processo per il quale le persone sono inclini a percepire gli appartenenti a gruppi estranei come meno umani degli appartenenti al proprio gruppo. È un caso di etnocentrismo, il contrario del relativismo culturale.

  • Deumanizzazione animalistica: implica la negazione dei tratti unicamente umani. Gli individui privi di tali caratteristiche sono giudicati incolti, immaturi, incapaci di autocontrollo, irrazionali. Il loro comportamento è stigmatizzato come istintivo e immorale. La deumanizzazione animalistica si basa sul confronto, implicito o esplicito, con gli animali. Essa suscita in coloro che la subiscono emozioni di degradazione e umiliazione; è invece accompagnata in chi la compie da disgusto e disprezzo, emozioni collegate alla perce zione delle componenti animali e al collocamento dell’altro a un livello gerarchico inferiore. Si tratta di una forma di deumanizzazione che si verifica soprattutto nei contesti intergruppi e che prevede confronti tra gruppi di status asimmetrico. Gli esempi più significativi sono rintracciabili nei conflitti tra etnie, classi, nazioni.

  • Deumanizzazione meccanicistica: si riferisce, invece, alla negazione degli aspetti di emozionalità, calore, apertura, vitalità, profondità. Gli individui a cui si negano tali caratteristiche sono percepiti inerti, freddi, rigidi, passivi, superficiali, privi di curiosità e immaginazione. Essi vengono implicitamente o esplicitamente oggettivati, vale a dire considerati alla stregua di macchine, automi o robot, che suscitano indifferenza e mancanza di empatia.

  • Ontologizzazione: quando una minoranza etnica resiste per lungo tempo ai tentativi di assimilazione, le viene attribuito uno statuto ontologico che la separa dalla specie umana e la ancora al mondo animale. Questo processo, definito ontologizzazione, indica l’operazione categoriale che esclude il gruppo minoritario dalla mappa dell’identità umana, definendolo in termini di caratteristiche naturali (comuni all’uomo e agli animali) e non culturali (unicamente umane).

  • Oggettivazione: è una forma particolare di deumanizzazione che fa sì che un individuo sia pensato e trattato come oggetto, strumento, merce.

Non vi ricorda nulla?

 

—- Homo sapiens sapiens —-

Per mettere ordine al caos del mondo gli esseri umani hanno sviluppato la caratteristica di formulare modelli, tassonomie, schemi che filtrano la realtà piuttosto che descriverla (storia lunga). E quando è venuto il momento di definirci come specie, come ci siamo chiamati? Homo sapiens sapiens, con una doppia enfasi sull’elemento cognitivo. Ci percepiamo al vertice della piramide cognitiva al punto da autodefinirci grazie alla nostra intelligenza. Per dire, io avrei optato per Homo faber che mi sembra più appropriato vista la nostra tendenza a fare e poi dopo a riflettere.

Torniamo, ora, dai nostri amici analfabeti funzionali… che sono carenti proprio nella dimensione cognitiva. Ricordiamo di nuovo la deumanizzazione animalistica:

implica la negazione dei tratti unicamente umani. Gli individui privi di tali caratteristiche sono giudicati incolti, immaturi, incapaci di autocontrollo, irrazionali

E cosa si nota se si segue il dibattito politico italiano? Che abbiamo una parte politica, che rappresenta le classi e i ceti meglio messi in termini di potere economico e mediatico, che descrive sistematicamente la parte politica avversa e gli elettori usando proprio questi simpatici epiteti. In pratica abbiamo un palese processo di deumanizzazione del dissenso politico con il contrappasso che chi vede i fascisti ognidove poi, nei fatti, pensa come un simpatico nazista.

In termini più prosaici il dissenso politico potrebbe nascere da interessi di classe e ceto differenti. C’è una bella differenza, ad esempio, fra chi ha scelto di lasciare il paese trovando lavoro nelle corporation e chi ha scelto di rimanere ma trovandosi sottoposto alla concorrenza derivante dagli immigrati. Un ceto (medio vagamente internazionale) sceglie l’immigrazione, una classe (proletari) la subisce. E che dicono i nostri eroi? Di abolire il suffragio universale puntando a una visione tecnocratica che di fatto sposa un interesse di classe a discapito di altri. Ma se gli interessi degli altri sono interessi disumani, ecco qui che il problema non si pone, non trovate?

Non che la parte avversa ne sia esente, sia chiaro, come ben dimostra l’ontologizzazione verso il mondo islamico. Ma non raggiune la potenza di fuoco mediatica dei progressisti che sono passati dal difendere gli interessi delle classi subalterne a replicare il meccanismo di deumanizzazione delle classi dominanti. Senza neppure esserlo visto che sono solo ceto medio

 


[1] Cfr. https://www.ibs.it/deumanizzazione-come-si-legittima-violenza-libro-chiara-volpato/e/9788842096047

Un commento su “L’analfabetismo funzionale o la deumanizzazione del dissenso politico

  1. Pingback: Fenomenologia del politicamente corretto, una minaccia per la democrazia | Charly's blog

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Questa voce è stata pubblicata il 28 ottobre 2019 da in politica con tag , , , .
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