Charly's blog

Sul banco degli imputati: ma Milano drena risorse dall’Italia?

Fino a poco tempo fa, prima della svolta nazionalista della Lega, il dibattito pubblico era dominato dallo slogan “Roma ladrona” anche se chi lo gridava non poteva vantare il massimo della credibilità. Poi venne dato spessore statistico alla questione con il libro Il sacco del Nord del sociologo Luca Ricolfi dove si evidenziava il flusso in uscita – per il Nord – delle risorse fiscali a favore del Sud. Anzi, si argomentava che il Sud fosse persino più ricco del Nord… grazie al tempo libero [1]:

È semplice: perché il tenore di vita medio del Sud è molto più alto di quanto si crede, e questo sia a causa del più basso livello dei prezzi, sia a causa della maggiore quantità di tempo libero. Una delle tesi centrali del Sacco del Nord è che il divario Nord-Sud esiste ed è molto ampio in termini di reddito prodotto, ma si riduce drasticamente se consideriamo il potere di acquisto del reddito disponibile, e addirittura si capovolge in un vantaggio del Sud se nel calcolo includiamo il tempo libero. È questa la ragione di fondo per cui il Mezzogiorno accetta lo status quo: questo assetto dei rapporti fra Nord e Sud è il solo che gli permette di vivere (ampiamente) al di sopra dei propri mezzi.

D’altronde chi non paga le bollette e la spesa con il tempo libero?

 

—- Contrordine compagni: è il Nord che deruba il Sud! —-

Siccome a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, la retorica leghista ha portato alla nascita di un revanscismo di stampo neoborbonico. È il Nord, allora, che saccheggia il Sud [2]:

Milano prende. E prende molto dal resto dell’Italia. Ma non restituisce quasi nulla. Una città sempre più disconnessa dal resto del Paese. Un’accusa pesante. Tanto più perché arriva dalla bocca di un ministro, quello per il Sud, Giuseppe Provenzano. «Tutti decantiamo Milano», dice parlando proprio nel capoluogo lombardo in un incontro organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e dall’Huffingtonpost, «ma non è la prima volta nella storia d’Italia che è un riferimento nazionale. A differenza di un tempo però», aggiunge il ministro, «oggi questa città attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae. Intorno ad essa», sono le parole del ministro, «si è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all’Italia. È la sfida che dovremo provare a cogliere».

«Oggi i giovani talenti che vi sono attratti», ha scritto, «difficilmente restituiscono al Paese l’esperienza professionale e civile che maturano in città. Quanti giovani del Sud che vanno a Milano in cerca di migliori condizioni di vita diventano classe dirigente del Paese?».

Ma a stupire è la reazione del sindaco di Milano:

Il sindaco Beppe Sala, anche lui presente all’evento, prova a replicare. «Milano», dice, «restituisce se messa in condizione di farlo». Ma poi ammette che «oggi è vero che Milano sta un po’ fagocitando tutta la crescita che il nostro Paese potrebbe meritare. Ma, se mi chiedete da sindaco di Milano se è giusto», prosegue, «dico di no. Mettendomi nei panni delle imprese straniere, qui si sentono rassicurate perché sanno che il sistema funziona».

Che parzialmente concorda con Provenzano!

 

—- Il sacco del Nord: fu vera gloria? —-

Il problema di Ricolfi è che quando si tratta di fare i conti della serva con i dati statistici va bene ma guai ad allargare l’orizzonte in termini un pochino più strategici. Torniamo alla storiella del sacco del Nord ad opera dei meridionali cattivi. Tutto vero, eh, se ci si limita a fare la conta della serva e non si ragiona in termini strategici perché altrimenti la storia cambia un pochino:

  • Il Sud è il primo partner commerciale del Nord;
  • I trasferimenti dal Nord al Sud concorrono a formare il reddito per comprare i beni e/o i servizi del Nord;
  • Essendo dipendente dal Nord ed essendo orientato più sul pubblico o collegati, il Sud non presenta un ecosistema economico concorrenziale. In termini più semplici, il Sud non può fare concorrenza al Nord;
  • Essendo un’area economicamente depressa, le migliori risorse umane si trasferiscono al Nord contribuendo all’economia locale;

E meno male che è un sacco del Sud a danni del Nord! A cui aggiungere che parecchi paesi, se non proprio tutti, presentano aree economiche più sviluppate e altre dipendenti dai trasferimenti di risorse. Londra nel Regno Unito, la Catalogna con la Spagna, Parigi con la Francia, l’Ovest tedesco con l’Est, giusto per fare un paio di esempi.

Il che ci porta di nuovo al punto di partenza: il Sud sarà intrappolato anche in un meccanismo economico disfunzionale ma non lo è aggratis per via dei soldi che da Milano e dintorni partono in direzione Sud Italia. All’epoca del libro erano stimati in 40 miliardi, oggi dopo anni di crisi economica probabilmente saranno di meno, ma il succo non cambia.

Fra Nord e Sud si è venuto a formare – anche grazie alle politiche d’intervento pubblico – un rapporto simbiotico più che un saccheggio con lo sviluppo di una zona d’Italia pagato dai trasferimenti alla zona di minore successo. Il Sud, poi, paga anche il pedaggio di un depauperimento delle risorse umane per via della condizione di sottosviluppo economico e civile imperante ma si prende ulteriori risorse tramite un’elevata evasione fiscale.

 

—- Il sacco del Sud: fu vera gloria? —-

Un’altra pennellata per designare il quadro viene dal gettito fiscale [3]:

Sono i cittadini lombardi a versare più tasse al fisco. Nel 2017 (ultimo anno in cui i dati sono disponibili), ogni residente di questa regione ha pagato mediamente 12.297 euro tra tasse, imposte e tributi. Seguono i valdostani con 11.480, gli abitanti del Trentino Alto Adige con 11.297 e gli emiliano-romagnoli con 11.252 euro. La Calabria, invece, è l’area dove il “peso” del fisco è più contenuto: ogni residente di questo territorio ha pagato all’erario mediamente 5.516 euro. Il dato medio nazionale è pari a 9.168 euro.

E dall’evasione fiscale [4]:

Nel 2016 l’evasione stimata in Italia è stata del 16 per cento. Ciò vuol dire che per ogni 100 euro di gettito incassato dal fisco, 16 rimangono illegalmente nelle tasche degli evasori. In termini assoluti, invece, sono 113,3 i miliardi di euro che in quell’anno sono stati sottratti all’erario. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA. A livello territoriale, invece, le realtà più a rischio sono quelle del Sud: in Calabria la stima di evasione è al 24,2, in Campania è al 23,2, in Sicilia al 22,2 e in Puglia al 22 per cento. Nelle regioni del CentroNord, invece, la situazione desta meno preoccupazioni. Infatti, in Veneto il tasso di evasione si attesta al 13,8 per cento, nella Provincia autonoma di Trento e in Friuli Venezia Giulia scende al 13,3, in Lombardia al 12,5 per fermarsi al 12 per cento nella Provincia autonoma di Bolzano.

Ricapitolando, Milano – la città che nulla restituisce all’Italia – è la prima per gettito fiscale e penultima per evasione fiscale.

Evasione fiscale per regione

Dati alla mano non mi è ben chiaro che cosa prenda Milano all’Italia e che cosa non restituisca visto che anche i meneghini devono pagare le tasse. A meno che…

 

—- Perdere la competizione —-

Partiamo da queste considerazioni [5]:

tutti gli italiani vedono che Milano funziona meglio; che la sua economia è più vivace; che attrae risorse, ed in particolare giovani creativi e qualificati. Che al suo interno si respira ottimismo, e orgoglio per quel che si fa: un’attitudine che tende a scarseggiare altrove. Questo dipende da una buona amministrazione e da un diffuso senso civico.

Milano è ormai l’unica città italiana (insieme a Bologna) ad avere un saldo fortemente positivo dei giovani laureati residenti, nonostante ne partano anche da lì molti per l’estero.
L’economia non va male, come mostrano i dati che l’Istat fornisce sulla struttura produttiva e sulle dinamiche dell’occupazione. Buona amministrazione stimola consenso e partecipazione dei cittadini, che la rinforzano in un circolo virtuoso.

Per poi concludere

La forza di Milano viene esclusivamente da se stessa e dalle sue capacità? In realtà, è forte anche e soprattutto perché è una grande città italiana. Che dalle risorse fiscali di tutti gli italiani ha tratto i suoi collegamenti ad alta velocità (che tanti altri non hanno); che dalle altre città attrae giovani formati con l’investimento – a volta pesante – di risorse familiari; che vende nel resto del Paese beni, e soprattutto servizi, per decine di miliardi. E quindi Milano dovrebbe avere tutto l’interesse affinché tutto il Paese cresca e che le poche risorse disponibili siano investite in tutti i territori per favorirne lo sviluppo.

E

Il timore è che lo sviluppo di Milano sia avvenuto spesso a danno del resto del Paese, e che fantastichi di se stessa come una città-stato largamente autonoma; e che il suo sviluppo sia avvenuto senza dare alcuna spinta al resto del Paese e perciò sia sempre meno interessata alle sorti collettive, alla necessità di rafforzarne di tutte le parti, in un’ottica di equità, di integrazione e di mutuo vantaggio. E non veda il rischio degli eccessi di un “sovranismo comunale”: quello di svegliarsi invece come un piccolo cantone svizzero, satellite della grande economia tedesca.

Al netto della condivisibile valutazione finale di stampo geopolitico – ricordiamo che lo Stato moderno non nasce a caso ma come via di mezzo fra il localismo debole e l’impero strutturalmente inefficiente – non è ben chiaro che cosa debba fare Milano per sviluppare il resto del paese. Il Pil lo produce, l’occupazione anche, le tasse le paga. Impoverisce le risorse umane del Sud? Certo, ma perché è un’area geografica competitiva non per altro. Tassiamo le assunzioni dei migranti interni? Bene, anzi, male perché nessuno li assumerà più.

Assai più banalmente Milano si rivela essere una realtà economica valida – non di successo, non è Singapore – che naturalmente attrae investimenti e forze occupazionali. Siamo sempre lì  e l’abbiamo ripetuto alla nausea su qeusti pixel, ma la realtà occupazionale dipende dall’andamento del ciclo economico con le imprese in competizione per attrarre le risorse umane necessarie. Tutto qui, banalità allo stato assoluto.

Il problema del dibattito politico, invece, è che viene orientato su coordinate morali – buoni/cattivi, lavoratori/parassiti – quando in realtà è una questione di competitività economica.

 


[1] Cfr. https://www.ilsussidiario.net/news/politica/2010/2/10/federalismo-ricolfi-ecco-perche-il-sud-e-piu-ricco-del-nord/66265/

[2] Cfr. https://m.dagospia.com/milano-prende-dall-italia-e-non-restituisce-nulla-il-rapporto-dello-svimez-e-la-polemica-218792

[3]  Cfr. http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/08/lombardi-tartassati-10.08.2019.pdf

[4] Cfr. http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2018/12/EVASIONE-PER-REGIONI.pdf

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2019 da in Uncategorized con tag , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: