Charly's blog

Per una volta andiamo bene: l’Italia e il gender pay gap

Alcuni anni fa l’allora Presidente Obama sollevò il problema del gender pay gap con il celebre “77 cents for every dollar” [1]:

All of you are working day in, day out, to support the basic principle, equal pay for equal work. And we’ve made progress.  But we’ve got a lot more to do.  Women still earn just 77 cents for every dollar a man earns.  It’s worse for African American women and Latinas.  Over the course of her career a woman with a college degree is going to earn hundreds of thousands of dollars less than a man who is doing the same work.

Le donne, insomma, guadagnano meno degli uomini… pur facendo lo stesso lavoro. Ma è davvero possibile considerate le leggi attualmente in vigore?

 

—- Il gender pay gap? Nah —-

Partiamo da una comparazione fra i paesi europei, cortesia dell’Eurostat [2]:

Gender pay gap Italy

Che l’Italia si posizioni in fondo alle classifiche internazionali non è una novità con poche eccezioni – debito pubblico, disoccupazione – ma per una volta l’essere fra gli ultimi ci mette fra i virtuosi. Urrà!

Se non fosse che… partiamo dalle basi, come al solito. Dalla definizione del problema [3]:

The gender wage gap is defined as the difference between median earnings of men and women relative to median earnings of men. Data refer to full-time employees on the one hand and to self-employed on the other.

Notate niente di strano? Evidenziamo giusti tre punti:

  • in molti paesi non è possibile avere retribuzioni differenti se si ricopre la stessa mansione con lo stesso profilo professionale: i salari sono stabiliti per legge, magari via contratti collettivi come in Italia. L’unica eccezione sono livelli di anzianità maggiori (e/o margini lasciati alla contrattazione individuale);
  • uomini e donne sono due categorie troppo grandi che riassumono due popolazioni troppo differenti per età, studi, occupazione;
  • le posizioni professionali non presentano lo stesso livello retributivo né tantomeno la stessa percentuale di maschietti e femminucce;

Ha senso comparare lo stipendio/reddito annuale di un ingegnere con quello di un’addetta alle pulizie? No, ovviamente. Il problema, allora, non è come lo presentano di solito e l’ottimo risultato italiano perde di valore. Urrà…

 

—- Il caso italiano —-

Il fenomeno non nasce dal fatto che la busta paga cambi di consistenza in base al sesso, ma dalle semplici scelte professionali. L’occupazione femminile è predominante in determinati settori professionali (e prima ancora scolastici) che sono meno lucrosi rispetto altri a trazione maschile (IT, ingegneria). È normale che un ingegnere guadagni di più di una laureata in lettere che finisce a insegnare in una scuola media ma non disperate, la soluzione è semplice: studiare ingegneria e non lettere.

Ci sono poi altri fattori relativi alla vita professionale da considerare come il fatto che spesso le donne si prendono una o più pause professionali per via della maternità e, subito dopo il rientro al lavoro, optano per un orario ridotto o part-time per via delle cure parentali. Ed è qui che si deve intervenire via welfare in modo da restribuire le cure parentali fra maschietti e femminucce (e il pubblico, vedi anche solo gli asili nido).

L’Eurostat mette bene in chiaro il problema:

A high pay gap is usually characteristic of a labour market that is highly segregated, meaning that women are more concentrated in a restricted number of sectors and/or professions (e.g. Czechia, Estonia and Finland), or in which a significant proportion of women work part-time (e.g. Germany and Austria).

Per avere lo stipendio di uomo, pertanto, basta studiare le stesse discipline e lavorare negli stessi ambiti professionali. Tutto qui, a cui aggiungere di nuovo una riforma del welfare passando da quello a tipologia familiare attuale a quello universale di tipo scandinavo.

Il caso italiano, infine, presenta anche due ulteriori peculiarità:

  • una forte rigidità contrattuale per via dei contratti collettivi con una progressione di carriera dettata primariamente dalla anzianità;
  • un basso tasso di occupazione femminile – se figli magari esci dal mercato del lavoro – che porta a una riduzione del peso statistico delle professioni a basso salario tradizionamente femminili;

Ci sono, ovviamente, anche settori professionali dove conta la libera contrattazione ma sono o apicali (manager) o residuali (sport, spettacolo), mentre in ambito di consulenza ci sono spesso elementi di natura corporativa – per quanto sotto attacco da anni con le liberalizzazioni – che comportano una pressione egualitaria.

Paradossalmente la natura arretrata e coerentemente alla natura socialistoide, il mercato del lavoro rende l’Italia un paese migliore di tanti altri, perlomeno sotto questo punto di vista. Non che non ci siano comunque problemi da risolvere:

  • il mancato equilibrio di genere fra maschi e femmine per studi e professioni (ma vale anche per la forte predominanza femminile nel corpo docente);
  • il supporto alla maternità;
  • il minore peso contrattuale femminile nelle professioni manageriali/artistiche/sportive;

Ma così la storia suona diversamente, non trovate?

 


[1] Cfr https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/2012/06/04/remarks-president-equal-pay-equal-work-conference-call

[2] Cfr. https://ec.europa.eu/info/policies/justice-and-fundamental-rights/gender-equality/equal-pay/gender-pay-gap-situation-eu_en

[3] Cfr. https://data.oecd.org/earnwage/gender-wage-gap.htm

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 21 novembre 2019 da in economia con tag , .
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