Charly's blog

La scuola, la scuola, chi pensa agli investimenti per l’istruzione????!!1!!1!

Di tanto in tanto gli internauti scoprono i vari report internazionali dedicati alle tematiche della pubblica amministrazione quali le pensioni, la scuola, le tasse. Il bello è che rimangono scioccati dalle comparazioni con gli altri paesi OCSE. Tipo questa qui che gira su Facebook:

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Con annesso il solito discorso moralista – itaglia paese bruttto!1! – quando, in realtà, è una conseguenza abbastanza scontata di alcuni fattori piuttosto banali.

 

—- La demografia —-

L’Italia spende poco per la scuola, va bene. Ma a scuola ci vanno i bambini, vero? E noi come siamo messi in termini demografici? Ecco qui [1]:

Continua il calo delle nascite in atto dal 2008. Già a partire dal 2015 il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2018 si registra un nuovo record negativo: sono stati iscritti in anagrafe per nascita solo 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. La diminuzione delle nascite è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 (-4,0%). Il calo si registra in tutte le ripartizioni ma è più accentuato al Centro (-5,1% rispetto all’anno precedente). La diminuzione delle nascite nel nostro Paese si deve principalmente a fattori strutturali. Infatti, si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom, dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta.

A cui aggiungere (dati Istat):

  • nati per donna: 1,29;
  • età primo parto: 32;

Sul versante opposto, quello degli over 65, abbiamo come segue:

  • età media: 45,4;
  • indice vecchiaia (rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione di età 0-14 anni, moltiplicato per 100): 173,1%;
  • indice dipendenza anziani (rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione in età attiva (15-64 anni), moltiplicato per 100): 35,7;
  • popolazione 0-14 anni: 13,2%
  • popolazione 65+: 22,8%;

Morale della favola? Abbiamo una marea di anziani e pochi marmocchi il cui numero è in continuo calo. Nessuna sorpresa se ce la caviamo egregiamente in termini di spesa pensionistica in rapporto al Pil [2]:

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È proprio grazie agli andamenti demografici se l’età pensionabile effettiva dovrebbe salire a ben oltre i 67 anni ma su questo punto gli italiani non sentono, persino chi lavora in ufficio. Fino a quando non taglieranno brutalmente gli assegni pensionistici, immagino.

 

—- L’apparato produttivo —-

Se consideriamo i paesi con la maggior presenza di over 65 sul totale della popolazione, per una curiosa coincidenza della storia troviamo le ex tre potenze dell’Asse: il Giappone, l’Italia e poi la Germania [3]. E guarda caso tutti e tre sono sotto la media OCSE per quanto riguarda le spese per l’istruzione.

C’è anche un altro fattore da considerare, la specializzazione produttiva del paese. Più un paese presenta un sistema economico tecnologicamente avanzato e più si avrà la necessità di investire in ricerca e sviluppo. E indovinate come siamo messi? Di nuovo la parola all’Istat [4]:

Diversamente da quanto accade per il mercato dei beni, l’Italia appare come un paese relativamente chiuso all’interscambio di servizi, e ha beneficiato in misura molto minore delle altre economie dell’area dell’euro della forte crescita nel commercio internazionale di servizi negli anni recenti.

La composizione delle esportazioni di servizi del nostro Paese, inoltre, è molto diversa rispetto a quelle di Francia e Germania, con una prevalenza – come in Spagna – dei servizi di viaggio e una scarsa rilevanza delle attività a maggior contenuto di conoscenza, quelle cioè ricomprese negli “altri servizi alle imprese” (R&S, attività professionali, tecniche e commerciali), i servizi IT, i compensi per l’utilizzo della proprietà intellettuale, i servizi finanziari e assicurativi. Pure relativamente modeste sono le vendite all’estero. di servizi a media intensità di conoscenza come i trasporti e la logistica, i servizi di manutenzione e riparazione (tipicamente associati alla vendita di impianti e strutture), i lavori di costruzione internazionale.

Il modello di specializzazione settoriale italiano è evoluto in misura moderata nell’ultimo decennio, con una perdita relativa di peso di alcune industrie tradizionali del Made in Italy, ricomprese nelle filiere del vestire (tessile, abbigliamento, calzature e pelletteria), dell’abitare (mobili, ceramica tra i prodotti della lavorazione dei minerali non metalliferi, rubinetterie), e di settori a medio-alta tecnologia già caratterizzati da un ridotto livello di specializzazione (strumenti di precisione, macchine elettriche, mezzi di trasporto diversi dalle automobili, in particolare aeronautica e ferroviario). D’altra parte, ai due estremi della classificazione tradizionale per contenuto tecnologico, sono cresciute notevolmente la filiera dell’agroindustria e quella della chimica e farmaceutica. La perdita di peso relativo delle industrie tradizionali (nelle quali l’Italia conserva comunque una specializzazione molto forte all’interno dei paesi E4) si è anche accompagnata a una diminuzione relativa dei valori unitari, che restano comunque più elevati della media. In marcato peggioramento sono pure, in termini relativi, i valori unitari delle esportazioni di strumenti di precisione, macchine elettriche e mezzi di trasporto (ambiti in cui il deficit di specializzazione è andato peggiorando), nella manifattura ICT e nel comparto automobilistico (in questo caso accompagnato, però, da un recupero relativo dell’export).

O basta rispondere a una domanda più semplice: quanti computer, cellulari, e-reader made in Italy avete in casa?

Possiamo poi aggiungere altri fattori come il nanismo aziendale, il bancocentrismo per quanto riguarda la raccolta di capitali da investire. Che ricerca volete fare se avete un agriturismo? Le uniche eccezioni sono i settori militari – vedi Leonardo, Fincantieri – il cui peso però è troppo piccolo per avere effetti degni di nota. Negli USA, invece, le dimensioni abnormi del complesso militare-industriale poi si scaricano sul civile, al netto delle balle propagandistiche sulla Silicon Valley. Ringraziate i Marines o l’USAF se avete l’elettronica in casa.

Niente bambini, troppi anziani, aziende troppo piccole, specializzazione produttiva non hi-tech. E sapete che vi propongono come soluzione? L’immigrazione… di una manodopera non qualificata da occupare nel settore agricolo o nell’edilizia. Se siete convinti di poter risalire la catena del valore con immigrati con la quinta elementare mentre perdete i laureati, auguri. Il giochino è già stato fatto con la deflazione salariale via precariato che ha portato alla fuga in massa dei profili professionali più elevati: se il tuo profilo è buono in Lombardia lo è anche in UK o Germania.

 

—- Edilizia scolastica —-

Vuol dire che non c’è la necessità di spendere di più nell’istruzione? Beh, un paio di investimenti da fare ci sarebbero [5]:

“Le scuole italiane sono troppo vecchie e strutturalmente pericolose – sostiene Paccagnella – inoltre, negli istituti si insidiano agenti patogeni, ed in particolare il gas radon. In Italia, il 60-70% delle scuole dovrebbero essere letteralmente demolite”.

La denuncia dell’associazione trova fondamento in un dato: la maggior parte delle scuole pubbliche italiane è stata costruita negli anni Settanta, quindi ha tra i 40 e i 50 anni.

Ma qui parliamo della gestione dell’esistente e non di un investimento che visti gli elementi fin qui analizzati non ha motivo di esistere a parità di fattori.

E gli stipendi dei docenti? Visto il basso profilo ricercato – a quanto pare basta un pezzo di carta e la paSSione – è già un miracolo che non vengano tagliati i salari visto l’esercito di riserva dei disoccupati…

 


[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/231884

[2] Cfr. https://data.oecd.org/socialexp/pension-spending.htm

[3] Cfr. https://www.prb.org/which-country-has-the-oldest-population/

[4] Cfr. https://www.istat.it/storage/settori-produttivi/2019/Rapporto-Competitivita-2019.pdf

[5] Cfr. https://www.tecnicadellascuola.it/scuole-che-cadono-a-pezzi-per-federcontribuenti-il-70-vanno-demolite-basta-sprechi-per-la-manutenzione

3 commenti su “La scuola, la scuola, chi pensa agli investimenti per l’istruzione????!!1!!1!

  1. am
    2 gennaio 2020

    ..e beh, mi sa che potremmo diventare esperti nel trattamento – accoglienza senilità.
    una opportunità, se la sai cogliere.

  2. am
    2 gennaio 2020

    …nel frattempo piccola domanda: gli studenti stranieri come vengono-se vengono- considerati nel diagramma spesa-pil ?

    • Charly
      4 gennaio 2020

      Quell’indice misura la percentuale del Pil dedicata alla scuola e non c’è distinzione nativi/stranieri.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 gennaio 2020 da in società con tag , , , , .
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