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C’è Pil e Pil: dalla scala nazionale a quella regionale

Fra i tanti errori concettuali che si possono trovare nel dibattito pubblico in merito al mercato del lavoro, è da notare la curiosa incapacità di discriminare fra un dato di livello nazionale e uno di scala locale. Ha poco senso, infatti, considerare la disoccupazione su scala nazionale – una media fra i valori locali – quando i processi di selezione sono limitati alla scala locale, magari, in una provincia prossima alla piena occupazione. Giusto per spiegare il “paradosso” della difficoltà di trovare figure specializzate in una provincia dove la disoccupazione è al 5% anche se a livello nazionale siamo al doppio.

 

—– C’è Pil e Pil —–

Se i dati occupazionali variano così tanto su scala nazionale, nessuna sorpresa se anche l’andamento del Pil non sfugge alla stessa logica. L’Istat, al riguardo, usa la deliziosa definizione di “conti economici territoriali” [1]:

Nel 2018 il Pil in volume è aumentato dell’1,4% nel Nord-est, dello 0,7% nel Nord-ovest e nel Centro e dello 0,3% nel Mezzogiorno.

Nel 2018 il reddito disponibile delle famiglie, cresciuto dell’1,9% a livello nazionale, mostra una dinamica di poco inferiore nel Centro e nel Mezzogiorno (+1,8%) e superiore nel Nord-ovest e nel Nord-est (rispettivamente, +2% e +2,1%).

Ma se scomponiamo la macroarea a dimensione regionale abbiamo come segue:

Pil per regioni

Sul podio troviamo le Marche con una crescita del Pil al 3%, poi l’Abruzzo al 2,2% e la Provincia Autonoma di BolzanoBozen al +2%. Sopra la media nazionale, curiosamente, si posizionano altre tre regioni del Mezzogiorno: la Sardegna e la Puglia (+1,4%) e il Molise (+1,2%). Al Nord, invece, la Lombardia rallenta sensibilmente: nel 2018 il Pil è aumentato dello 0,5%, contro il + 2,2% dell’anno precedente. In rosso troviamo il Lazio (-0,2%), la Sicilia (-0,3%), la Campania (-0,6%) e la Calabria (-0,8%).

 

—- Il Pil pro capite —-

Inevitabilmente simili dinamiche geografiche finiscono per influenzare anche il Pil pro capite. Con 36,2mila euro (35,7mila nel 2017) il Nord-ovest resta l’area geografica con il Pil per abitante più elevato (misurato in termini nominali). A seguire il Nord-est con 35,1mila euro (34,3mila euro nel 2017) e il Centro con 31,6mila euro (31,1mila euro nel 2017). Il Mezzogiorno, con 19mila euro supera lievemente il livello del 2017 (18,7mila euro).

Su scala regionale abbiamo sul podio la Provincia Autonoma di Bolzano-Bozen con un Pil per abitante di 47mila euro, a seguire la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (38,9mila euro) e la Lombardia (38,8mila euro). Con 33,6mila euro, Il Lazio risulta la prima regione del Centro in termini di Pil per abitante, mentre nel Mezzogiorno la prima regione è l’Abruzzo con 25,6mila euro. All’ultimo posto della graduatoria troviamo la Calabria con 17mila euro, lievemente sopra i 16,9mila euro del 2017.

Pil pro capite

Le dinamiche, insomma, sempre quelle sono.

 

—- E il lavoro? —-

Giusto per non farsi mancare nulla non può mancare il lavoro nero:

Nel 2017, ultimo anno per cui sono disponibili le informazioni, l’economia non osservata (somma della componente sommersa e di quella illegale) rappresenta in Italia il 13,5% del valore aggiunto totale (l’incidenza sul Pil è pari al 12,1%): le componenti più rilevanti in termini di peso sono la rivalutazione della sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese (6,2%) e l’impiego di lavoro irregolare (5,1%). L’economia illegale e le altre componenti minori (mance, fitti in nero e integrazione domandaofferta) incidono per il restante 2,2%. L’incidenza dell’economia non osservata è molto alta nel Mezzogiorno, dove rappresenta il 19,4% del complesso del valore aggiunto, seguita dal Centro (14,1%). Sensibilmente più contenute, e inferiori alla media nazionale, sono le quote raggiunte nel Nord-ovest e nel Nord-est, pari rispettivamente a 10,6% e 11,4%.

lavoro nero

Dove ci portano questi fattori? Semplicemente queste dinamiche influiscono anche sul costo della vita che, notoriamente, è più basso al Sud che al Nord. Eppure i salari, a parità di occupazione (legale), sono gli stessi grazie ai contratti collettivi del lavoro… nonostante il fatto che i livelli occupazionali meridionali siano disastrosi. Da qui l’idea di superare la contrattazione nazionale e di portarla su scala locale con l’intento, più o meno dichiarato, di renderla coerente al costo della vita. Che, detto in termini più semplici, significa avere due stipendi differenti per la stessa mansione: più alto al Nord, più basso al Sud. L’idea sarebbe quella di sfruttare questo differenziale salariale per attirare le aziende: perché delocalizzare nell’Est – dove i salari sono in crescita – quando si può andare nel Sud?

Se io fossi al Governo proverei a fare una cosa del genere, vuoi anche solo per disperazione visto che tutti gli altri tentativi di rivitalizzazione economica non hanno sortito il minimo effetto. Ma sono anche sicuro che una riforma del genere non passerebbe, a quanto pare è meglio avere lo stesso salario del Nord pur avendo il doppio o il triplo della disoccupazione.

 


[1] Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/237813

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 30 gennaio 2020 da in economia con tag , , , , , .
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