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Focus: il Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano

Oggi post rapido dedicato al Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali [1]. Il Centro Studi, omen nomen, è un classico centro studi:

Itinerari Previdenziali è una realtà indipendente che opera da oltre 10 anni in attività di ricerca, formazione e informazione nell’ambito dei sistemi di protezione sociale, pubblici e privati, con l’obiettivo di sviluppare la cultura della previdenza, dell’assistenza e della sanità integrativa. L’analisi si estende inoltre ai settori dell’economia, della fiscalità e della finanza gestionale. A tale scopo, si rivolge dunque sia al grande pubblico, con iniziative di sensibilizzazione e alfabetizzazione, sia a policy makers e operatori di settore, presso i quali alimenta il dibattito e sviluppa l’approfondimento dei vari ambiti del welfare.

Il rapporto è di 200 pagine ed è fuori discussione analizzarlo in dettaglio in questa sede. Ma possiamo apprezzare un paio di chicche.

 

—- La spesa —-

Dici pensioni e dici spesa. Nel 2018 la spesa pensionistica ha raggiunto i 225.593 milioni di euro (220.843 milioni nel 2017) con un aumento rispetto all’anno precedente del 2,15%. Il problema della spesa previdenziale è nel saldo tra contributi e prestazioni: nel 2018 il saldo è stato negativo per 20.883 milioni, leggermente inferiore a quello del 2017 (21.001 milioni).

Anche se negli ultimi anni la spesa pensionistica è costantemente aumentata, il numero delle pensioni è invece diminuito. Nel 2018 il numero dei trattamenti pensionistici di natura previdenziale in essere, rispetto al 2017, è passato da 17.511.910 a 17.386.280 con una riduzione di 125.630 pensioni pari allo 0,72%. Il motivo è dettato dall’innalzamento dei requisiti per il pensionamento introdotto dalle riforme previdenziali degli ultimi anni.

La situazione patrimoniale dell’INPS non è delle migliori e dopo molti anni di esercizi attivi nel 2017 ha presentato un disavanzo di 6.906 milioni (in netto peggioramento rispetto a un sia pure modesto attivo di 78 milioni al 31/12/2016), risultato negativo confermato anche al 31/12/2018 per via di un disavanzo di 7.839 milioni. Di per sé non sarebbe una tragedia perché le risorse possono essere reperite dalla fiscalità generale. Se solo non fosse che la fiscalità generale deriva dal Pil:

Crescita 2020

E che il sistema pensionistico si regga sul rimpiazzo delle generazioni. Ma qui stiamo finendo i marmocchi:

Donne bambini

Ed entrambi sono aspetti decisamente più rilevanti rispetto ai conti della serva.

 

—- I pensionati —–

Abbiamo la spesa, ma abbiamo anche i destinatari di queste risorse. I pensionati sono passati da 16.041.852 a 16.004.503, dei quali il 52,2% sono donne destinatarie di oltre l’87% delle pensioni di reversibilità, mentre il numero delle pensioni sia previdenziali sia indennitarie è pari a 22.785.711. Di queste pensioni, 17.698.960 sono erogate nella tipologia IVS (gestioni INPS, ex INPDAP ed ex Enpals), cui vanno aggiunte le 4.370.538 pensioni assistenziali, di cui 3.366.104 prestazioni di invalidità civile, 843.253 pensioni e assegni sociali e 161.181 pensioni dirette e indirette di guerra, e 716.213 prestazioni indennitarie dell’INAIL.

Prestazioni pensionistiche

Più complicato è lo stabilire l’importo medio delle prestazioni pensionistiche. Come valore, calcolato sul numero totale delle prestazioni (22.785.711), sarebbe di 12.874 euro annui lordi (990 euro lordi al mese in 13 mensilità). Peccato solo che i pensionati beneficiari di queste prestazioni siano 16.004.503 con la conseguenza che il reddito pensionistico medio pro-capite è pari a 18.329 euro annui lordi (15.110 euro annui netti), quindi 1.410 euro lordi mensili (1.162 euro mensili netti) sempre per 13 mensilità.

Le prestazioni sotto i mille euro sono circa 14,9 milioni, pari al 65,4% delle pensioni in pagamento, ma i pensionati sono circa 6,4 milioni (il 40,0% del totale pensionati). Se consideriamo questo collettivo, quasi tutti sono con pensioni in toto o in parte assistenziali ossia senza contribuzione (invalidità civile, assegni sociali, di guerra o con maggiorazioni, somme aggiuntive e 14ma mensilità). I pensionati che percepiscono importi entro il trattamento minimo di 507,42 euro al mese sono circa 2,258 milioni su 16 milioni di pensionati totali (meno del 14%).

 

—- La previdenza assistenziale —-

Il problema del sistema pensionistico italiano è che nel calderone abbiamo sia quella di natura previdenziale sia quella di natura assistenziale creando non poca confusione. Dobbiamo poi aggiungere anche la percezione multipla di assegni previdenziali/assistenziali. In Italia, infatti, in media, ogni pensionato percepisce 1,424 pensioni. La media è ingannevole, ma nel 2018 il 67,2% dei pensionati percepisce 1 prestazione, il 24,8% dei pensionati percepisce 2 prestazioni, il 6,7% 3 prestazioni e l’1,3% 4 o più prestazioni. Quasi uno su tre è “multiplo”.

Se consideriamo il pagamento di  prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra), i numeri sono pari a 4,121 milioni. Dobbiamo anche tenere conto di 7,392 milioni di prestazioni tipicamente assistenziali (integrazioni al trattamento minimo, maggiorazioni sociali, importo aggiuntivo e quattordicesima mensilità), che integrano una pensione previdenziale. Si badi che per le prestazioni interamente assistenziali non è stato versato alcun contributo, per quelle che contengono quote assistenziali le contribuzioni sono state modestissime e versate per pochi anni.

I titolari di sola pensione di invalidità sono 582.730, quelli con la sola indennità 1.764.164 e i 397.094 percettori di entrambe le prestazioni si arriva ad un totale di 2.743.988. A questi vanno sommati i percettori di pensioni e assegni sociali e le pensioni di guerra per un totale di 3.723.945 totalmente assistiti.

Pensioni assistenziali

Sommando i parzialmente assistiti che sono 4.165.748 unità (integrazioni al minimo, maggiorazioni e aggiuntivo) si raggiunge così un totale di 7.889.693 assistiti sui quali non grava l’IRPEF.

 

—- In pensione quando? —-

Al netto dei requisiti della legge, si osserva che nel 2018 l’età media effettiva del pensionamento è di 63,7 anni, media fra l’età degli uomini, pari a 63,9 anni, e quella delle donne (62,9 anni). Su scala europea le cose vanno diversamente:

  • Il Portogallo con un’età legale unica di 66,3 anni registra l’età effettiva di pensionamento più elevata della UE con 69,6 anni per gli uomini, che restano attivi per altri 3,3 anni oltre l’età legale, e 65,6 anni per le donne;
  • La Svezia che, rispetto all’età legale unica di 65 anni, ha età effettive di pensionamento superiori: 66,0 anni gli uomini e 65,1 anni le donne;
  • L’Irlanda (età legale 66 anni) con età effettive maschili di 66,0 anni e di 64,2 anni per le donne;
  • L’Estonia che nonostante un’età legale di 63 anni registra un’età effettiva di uscita per gli uomini di 65,8 anni e di 65,2 anni per le donne.
  • La Francia (età legale unica di 62 anni), che ha però una situazione demografica migliore di quella italiana, registra età effettive di uscita di 60,5 anni per gli uomini e 60,6 anni per le donne.
  • La Germania (età legale unica di 65 anni), con una popolazione che invecchia ma un debito pubblico sul PIL di oltre la metà di quello italiano, registra età effettive di uscita di 63,6 anni per gli uomini e 63,4 anni per le donne.

Morale della storia? Il problema italiano non è tanto la spesa, distorta anche dalla duplice natura previdenziale/assistenziale, ma la stagnazione economica, il declino demografico e un numero insufficiente di occupati. Non è che l’INPS possa dichiarare la bancarotta, ma il livelo fiscale necessario per mantenere la baracca per forza di cose porterà a effetti negativi sull’andamento economico complessivo del paese.

 


[1] Cfr. https://www.itinerariprevidenziali.it/site/home/biblioteca/pubblicazioni/settimo-rapporto-bilancio-del-sistema-previdenziale-italiano.html

2 commenti su “Focus: il Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano

  1. Marco
    21 febbraio 2020

    Eppure conosco più coppie con figli dove solo uno ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato o addirittura solo uno lavora…fanno parecchi sacrifici, ma hanno almeno un figlio…se ce la fanno loro dovrebbero farcela la maggior parte delle persone (ovviamente con molti sacrifici)…

    • Charly
      23 febbraio 2020

      Contratto di lavoro a tempo indeterminato. Prendi i dati Istat e somma disoccupati e inoccupati…

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 febbraio 2020 da in società con tag , , , .
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