Charly's blog

Post-democrazia? No, post post-politica

Ricordate l’immediato post 11/09 e la curiosa idea di esportare la democrazia di qua e di là? All’epoca si argomentava che la democrazia liberale fosse l’evoluzione ultima del pensiero politico e che le società democratiche fossero strutturalmente predisposte alla pace e allo sviluppo economico. Poi arriviamo, mesti mesti, all’oggi [1]:

BBC Democracy

Non male come incidente di percorso, vero?

 

—- Domanda semplice: sei soddisfatto della tua democrazia? —-

Lo studio, opera dell’University of Cambridge’s Centre for the Future of Democracy, combina i dati presi da 25 fonti differenti, 3500 survey condotte in svariati paesi e milioni di rispondenti fra il 1973 e il 2020. Limitandoci agli ultimi 30 anni, ecco il risultato:

Democracy

In punti:

  • dalla metà degli anni ’90 a oggi la percentuale degli insoddisfatti per la democrazia è passata dal 47,9% al 57,5%;
  • il 2019 è l’anno con il più elevato livello di insoddisfazione;
  • 3/4 dei cittadini sono soddisfatti per la democrazia in paesi quali Austria, Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Danimarca, Svizzera;
  • Fra i paesi dove fra il 25% e il 49% della cittadinanza non è soddisfatta della democrazia troviamo Israele, Ungheria, Repubblica Ceca, Portogallo, Polonia, Germania;
  • Fra i paesi dove la maggioranza non è soddisfatta della democrazia troviamo la Francia, la Grecia, l’Italia, il Regno Unito, USA e Giappone;

In sintesi:

In the West, growing political polarisation, economic frustration, and the rise of populist parties, have eroded the promise of democratic institutions to offer governance that is not only popularly supported, but also stable and effective. Meanwhile, in developing democracies the euphoria of the transition years has faded, leaving endemic challenges of corruption, intergroup conflict, and urban violence that undermine democracy’s appeal.

Ma, non so voi, questa ricerca mi suona come un già sentito.

 

—- Fine della storia… —-

Ma prima un passo indietro, torniamo a inizio anni ’90, l’URSS dissolta, il comunismo sconfitto, la liberaldemocrazia trionfante. Quanto basta per permettere a Francis Fukuyama di proclamare la fine della storia non per il venir meno degli avvenimenti storici, ma per la fine dell’evoluzione ideologica dell’umanità. Il doppio pilastro:

  • democrazia;
  • capitalismo;

Avrebbe dovuto garantire un relativo livello di pace, stabilità e benessere. Senza più il comunismo fra i piedi abbiamo avuto l’inizio della seconda Globalizzazione (con poche eccezioni tipo la Corea del Nord) e, allo stesso tempo, la fine del socialismo reale permetteva l’avanzata delle democrazie.

A dispetto di quel che in genere si dice, l’emergere dell’integralismo islamico non è una smentita della tesi di Fukuyama. Stiamo parlando dell’evoluzione ideologica finale dell’umanità e qualcuno è semplicemente rimasto indietro sulla strada. L’autore, al riguardo, usa la metafora della fila di carri: alcuni seguono la strada, altri si perdono per strada, altri ancora sono in ritardo. Ma, alla fine, c’è solo una meta finale.

Sostenitore dell’esportazione della democrazia all’inizio della Presidenza Bush, alla fine anche Fukuyama si è accorto di un piccolo problema. No, non il fallimento a Kabul o in Iraq, ma questa roba qui [4]:

Fukuyama H+

Tralasciando la discussione sull’H+, si potrebbe far notare che la mitica fine della storia alla fine non regge… al divenire della storia: bastano pochi avanzamenti tecnologici per mettere il tutto in crisi. Ops.

 

—- … o post-democrazia? —-

A distanza di anni sappiamo che “la fine della storia” non era altro che l’ideologia della Pax Imperiale americana unita anche a fantasie del calibro dell’obsolescenza degli Stati-Nazione, il multiculturalismo e simili. La globalizzazione stessa, d’altronde, non è un fenomeno economico ma uno geopolitico. L’unica vera novità è la rapidità visto che l’ideologia imperiale romana è durata secoli, quella britannica decenni e quella americana soltanto una generazione. Ma i nostri tempi sono caratterizzati dalla rapidità, anche in ambito ideologico.

Di poco posteriore a Fukuyama, abbiamo l’opera di un sociologo inglese, Colin Crouch, autore del termine post-democrazia [5]:

[…] anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici” (p. 6). Questo è il modello di quella ‘sindrome’ che Colin Crouch definisce ‘postdemocrazia’.

In questo quadro l'”assioma politico contemporaneo della sparizione della classe sociale”, più che una diagnosi fondata, è un “sintomo della postdemocrazia”. Accanto al declino della classe operaia – da classe del futuro a soggetto di politiche di retroguardia – emerge l’incoerenza delle altre classi, la loro mancanza di autonomia e la loro debolezza rispetto alla manipolazione postdemocratica. La politica dei nuovi riformisti si incentra sulla costruzione di un modello di partito adeguato per la postdemocrazia, un ‘partito per tutti’ che abbandona la sua base tradizionale. “Ma per un partito non avere una base definita significa esistere nel vuoto. È qualcosa che la natura politica aborre e i nuovi interessi delle grandi aziende, incarnati nel nuovo modello aggressivo e flessibile dell’azienda che massimizza i dividendi degli azionisti, hanno spinto per riempirlo” (p. 73). D’altra parte nessuno ha trovato la formula per rappresentare gli interessi dei lavoratori subordinati postindustriali. Mentre “un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta” si assiste all’affermazione di partiti nazionalisti, xenofobi o razzisti, che nel vuoto politico propongono identità nette senza compromessi.

Fra i due studiosi è evidente chi abbia visto giusto nel lungo periodo, non trovate?

 

—- Eppure non è post-democrazia —-

Ma anche la diagnosi di Crouch, corretta come poche, è a rischio di fraintendimento. La post-democrazia ci racconta la crisi dell’utilizzo dello strumento democratico e non l’esaurimento della democrazia liberale di per sé. Ricordiamo le basi della democrazia liberale: il multipartitismo. E perché esistono più partiti? Per l’ovvia ragione che rappresentano interessi contrapposti da mediare nelle apposite sedi politiche come il Parlamento. Negli ultimi anni, invece, abbiamo assistito a:

  • tecnocrazia: l’idea che ci sia una soluzione tecnica a problemi politici;
  • il “cetomedismo” – l’idea che tutti siano ceto medio – esteso a categoria della politica e dello spirito;
  • la scomparsa del conflitto politico;

Soprattutto l’ultimo aspetto è quantomeno ironico vista l‘intensa natura conflittuale che ha definito i tratti politico-sociali del secolo passato.

La farsa in atto non è tanto la crisi della democrazia via post-democrazia, è la crisi della post-politica, l’idea che tutto si possa risolvere grazie a un dimensione tecnica da libro di economia. Peccato che il conflitto sociale sia inevitabile, che la politica non possa essere ridotta alla tecnica perché si muove primariamente su una dimensione valoriale e che se non combatti in prima persona per i tuoi interessi non lo farà nessuno. L’insoddisfazione attuale nasce dall’ostinata lotta di classe dell’élite, ammantata di tecnocrazia e TINA (there is no alternative), verso tutte le altre classi e tutti gli altri ceti sociali. E ben lungi dal realizzare le promesse ideologiche della fine della storia, la guerra di classe condotta dall’alto verso il basso ha solo lasciato macerie economiche e sociali.

La politica sta tornando, il conflitto sociale sta tornando. Tutto qui. E non basterà delegittimare il dissenso via fazzzismo e o deumanizzarlo via analfabetismo funzionale per invertire la rotta. La politica è connaturata all’agire umano, con buona pace dei tecnocrati.

 

Approfondimenti:

 


[1] Cfr. https://www.bbc.com/news/education-51281722

[2] Cfr. https://www.bennettinstitute.cam.ac.uk/media/uploads/files/DemocracyReport2020.pdf

[3] Cfr. https://foreignpolicy.com/2009/10/23/transhumanism/

[4] Cfr. https://www.au.dk/fukuyama/boger/essay/

[5] Cfr. https://www.juragentium.org/books/it/crouch.htm

Un commento su “Post-democrazia? No, post post-politica

  1. am
    17 febbraio 2020

    eh be’ , non voglio togliere niente alla tua analisi , la cui validità è sotto gli occhi di tutti,
    va però precisato che il tizio_1 in errore è yankee e il suo scritto del’92
    Il tizio_2 che siede al tavolo della ragione, invece, mezzo-europeo e il suo libro dei primi anni duemila….che poi avendo il tizio_2 frequentato un pochetto l’italia e nella fattispecie la mia gioiosa hometown mi sa che la politica del riformismo l’abbia dovuta annusare un pochetto….
    e poi vedremo, come al solito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 17 febbraio 2020 da in Uncategorized con tag , , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: