Charly's blog

De Rita: non fate figli perché siete egoisti e usate Facebook!

Ieri, nella mia solita via crucis informativa mi sono imbattuto in questa fine analisi socio-demografica [1]:

Analisi secca, senza sfumature: «Per  riempire le culle non bastano bonus o asili nido gratis. Bisogna lavorare sul tessuto sociale e ricostruire un’idea di comunità». Il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis ed ex presidente del Cnel, attribuisce il crollo delle nascite a «una dinamica culturale malata».

Che poi è quella che io chiamo la “culturalizzazione” dei problemi, il ridurre il tutto a cause di natura culturale. Se solo fosse così semplice…

 

—- Il De Rita pensiero —-

Devo ammettere che è difficile leggere tante perle in un’intervista, livello raggiungibile forse solo in qualche intervento del teologo di turno. Ma partiamo dall’idea che la denatalità diminuisca «la ricchezza sociale attraverso effetti negativi sulla mobilità economica e sulla psicologia collettiva. Le culle sempre più vuote sono il risultato di un Paese impaurito,ripiegato sul presente, incapace di pensare al futuro».

E fin qui ci siamo, soprattutto per le dinamiche del Pil e le coperture pensionistiche. I dolori iniziano con le cause del fenomeno:

Problema solo culturale? «Non solo. C’è un narcisismo di massa che fa temere al ceto medio un progressivo impoverimento. Non si è più disposti a fare sacrifici per proiettare in avanti, attraverso i figli, le proprie speranze. Il crollo delle nascite nell’ultimo decennio sarebbe stato ancora più verticale se l’Italia non avesse goduto dell’effetto compensatorio della fecondità delle straniere»

In realtà anche la fecondità delle donne straniere è in calo essendo passata da 2,65 a 1,98 figli per donna nell’arco di un decennio, con un trend decisamente più marcato rispetto a quello delle donne italiane (da 1,34 a 1,24) [2].

Tassi fecondità

Si saranno fatte il profilo Facebook pure loro… o segno che, guarda caso, essendo le pressioni ambientali le stesse sia per le italiane sia per le straniere i comportamenti tendono ad allinearsi. E sì che De Rita, bontà sua, riconosce l’esistenza dei problemi economici: «C’è un quadro di incertezza occupazionale ed economica che contribuisce a una profonda revisione anche dei modelli culturali relativi alla procreazione».

Ma non preoccupatevi, non siamo mica marxisti, la cultura ha un peso determinante nella condotta quotidiana:

«Si preferisce divertirsi o mettere da parte risorse in vistadi qualche investimento o nel timore di esigenze future. Quello che entra in cassa viene messo a risparmio invece che a consumo. Fare figli è ritenuto un salto nelbuio

 

E’ un problema più profondo, di mentalità e di dittatura dell’io. Una società che non sa più dire “noi” non fa figli. Si è perso l’equilibrio nei rapporti sociali necessario per stare bene insieme, uno accanto all’altro. Per uscire dall’inverno demografico occorre rimboccarsi le maniche. Servono umiltà, volontà di fare, capire, migliorarsi. Altrimenti è la decadenza».

Come si possa biasimare il risparmio, pure citato nella Costituzione, francamente mi sfugge. Ma le perle non sono finite qui:

L’egolatria dei social riduce gli orizzonti mentali e impedisce di accettare la sfida della genitorialità. Sono cresciuti timori, risentimento, autoreferenzialità. Tutti dicono che in Italia non c’è più un euro, ma non è vero. Aumentano i depositi bancari, le polizze vita, il risparmio nei fondi d’investimento, i soldi provenienti dall’economia sommersa e nascosti nel materasso. Lo conferma il fatto che in giro sono introvabili le banconote da 200 euro. Se non si fanno figli è soprattutto perché non sivuole ridimensionare tenore di vita, abitudini e comodità. I figli costano e obbligano eterni Peter Pan a uscire da loro egoismo». ».

Un problema culturale… declinato ai social. Se non si figlia più è colpa di Facebook, in pratica.

 

 

—- Il presente che ha ucciso il futuro —-

Lungi da me l’essere marxista, ma la cultura ha i suoi limiti e ci sono evidenti fattori esterni che condizionano il comportamento delle persone. Il principale, come intuibile, è quello economico. Partiamo dalla disoccupazione giovanile [3]:

Disoccupazione giovanile

Facebook è stato fondato nel 2004, Twitter nel 2006 e Instagram nel 2010. Ma nel 2008/9 abbiamo anche avuto una lieve crisi economica di dimensione globale che poi è diventata nel 2011 la crisi dell’Eurozona. Secondo voi quali di questi eventi possono avere più probabilità di connessione con i pattern riproduttivi?

E vediamo gli attuali disoccupati per classe d’età [4]:

 

Occupati/disoccupati/inattivi per classe d’età, espressi in migliaia.

Occupati Disoccupati Inattivi
15-24 anni 1.087 441 4.347
25-34 anni 4.098 705 1.699
35-39 anni 9.394 890 2.430
Over 50 8.797 510 17.576

Fonte: Istat

 

Se consideriamo la fecondità, la primaria finestra temporale rientra nella classe d’età 15-35 anni, con possibile estensione fino ai 40. Bene, fra i 15 e i 34 anni abbiamo 4,1 milioni di occupati e 1,1 milioni di disoccupati. Siccome non paghi le bollette con il senso di comunità o le aspettative del futuro, più prosaicamente, io vedo un milione di persone senza i mezzi per mantenersi. A cui aggiungere i 6 milioni di inattivi…

E neppure quelli che lavorano se la passano benissimo, sapete? Il lavoro è spesso precario e, di nuovo, le bollette non si pagano con il senso di comunità. Si potrà anche lavorare un mese sì e uno no, ma l’affitto lo paghi tutti i mesi. Ricapitoliamo:

  • Si studia fino a 19 anni con il diploma, fino a 24/5 e spesso anche dopo per la laurea;
  • La disoccupazione è alta, il lavoro è spesso precario;
  • La finestra riproduttiva primaria è fra i 15 e i 35 anni;
  • Il nanismo aziendale italiano pone alle donne il problema se lavorare o rimanere incinte;

Ma la colpa è dei social media e dell’egolatria. Ok. Soprattuto riproponiamo questa genialità:

Aumentano i depositi bancari, le polizze vita, il risparmio nei fondi d’investimento, i soldi provenienti dall’economia sommersa e nascosti nel materasso. Lo conferma il fatto che in giro sono introvabili le banconote da 200 euro.

Secondo voi, i depositi e i fondi d’investimento sono dei disoccupati e dei precari? Così, tanto per chiedere. E così succede che in molti prendono la via per l’estero:

Tanti vanno all’estero… «Le nuove generazioni, quelle in età fertile, vanno a studiare o lavorare all’estero e lasciano il Paese al suo declino. La metafora della mucillagine rende bene l’idea: monadi scomposte che si riaggregano in poltiglie indistinte, senza un collante che le unisca in nome diunbene comune o di un progetto familiare. Non c’è più la speranza di migliorare, di crescere».

Ma una persona senza prospettive in Italia che dovrebbe fare? Ah già, fare figli. Così, per senso di comunità.

 

 

—- Ma il mondo come fa? —-

Se l’analisi di De Rita avesse senso dovremmo trovare gli stessi trend anche nelle altre economie avanzate, non è  che i social media siano presenti solo in Italia. Prima di procedere una premessa banale: la riduzione della natalità è comune a tutte le economie avanzate quale che sia la cultura, la religione o l’organizzazione socio-economica d’appartenenza. In una società pre-industriale i figli sono un investimento, in una post-industriale con il welfare sono un costo.

E così ecco l’Europa [5]:

Total fertility rate

E l’andamento americano per gruppo etnico della madre [6]:

Total fertility rates USA

Giappone, Cina e Corea sono nelle stesse condizioni e lo stesso vale per la Russia.

Come al solito c’è chi fa meglio e chi fa peggio e dubito che la cosa sia dettata dall’influenza dei social media. Prendiamo l’Europa:

  • I peggiori sono i paesi periferici investiti dalla crisi del 2011;
  • La Polonia presenta una situazione negativa dovuta al pre-boom economico degli ultimi anni: parecchi polacchi hanno lasciato il paese;
  • I paesi migliori sono quelli che, guarda caso hanno investito nel sostegno alla natalità;

Alla fine, la storia è sempre quella: la culturalizzazione dei problemi permette di chiacchierare, chiacchierare e chiacchierare senza dover prendere provvedimenti drastici e costosi sul piano economico e del welfare (nonché del consenso politico). Il dualismo del mercato del lavoro italiano precari/garantiti post 1998 ha portato alla situazione attuale, il tutto peggiorato da un welfare inefficiente e mal concepito. Aggiungiamo vent’anni di stagnazione et voilà. Con buona pace di Facebook o Instagram.

 


[1] Cfr. https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2020/02/si-rifiutano-i-sacrifici-che-i-figli-richiedono-int-g.-de-rita-last.pdf

[2] Cfr. https://www.istat.it/it/files/2018/11/Report_Natalita_fecondita.pdf

[3] Cfr. https://tradingeconomics.com/italy/youth-unemployment-rate

[4] Cfr.https://www.istat.it/it/archivio/237933

[5] Cfr. https://jakubmarian.com/fertility-rate-by-region-in-europe/

[6] Cfr. https://hailtoyou.wordpress.com/2015/12/21/total-fertility-rates-by-race-in-the-usa-1980-2013/

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 20 febbraio 2020 da in Uncategorized con tag , , , , .
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