Charly's blog

1861 – 2011: l’Italia in cifre

Avete presente quando si dice che in punto di morte la vita vi passa davanti agli occhi? Bene, siccome il Coronavirus – Covid-19 per gli amici – ha portato il paese alla follia totale nonostante l’influenza stagionale, l’alcol, il tabacco, le auto e pure i fulmini siano più letali, direi oggi di fare lo stesso con l’Italia. Spulciando, ovviamente, i dati statistici dell’Istat raccolti per l’occasione del 150esimo anno dell’Italia [1]. Che, a quanto pare, a 160 non ci si arriva mica…

 

—- La demografia —-

Siccome una Nazione è l’insieme dei suoi  abitanti, partiamo dalla demografia. Il primo censimento del 1861 registrò 26 milioni di italiani residenti, numero salito a 47 milioni nel 1951 per poi raggiungere i 50 milioni nel 1959.

Popolazione residente

Notevole l’andamento degli stranieri residenti passati da 62mila nel 1861 a oltre 4 milioni nel 2010.

Stranieri

E il futuro? Beh, lo sappiamo tutti:

Previsioni popolazione

Può sembrare un piccolo cambiamento, alla fine nel 2051 si dovrebbe tornare ai livelli del 2016. Se solo non fosse per questi piccoli indici – presi da un altro report Italia in cifre [2] – relativi a

  • INDICE DI DIPENDENZA STRUTTURALE: rapporto tra la popolazione in età non attiva (fino a 14 anni e di 65 anni e più) e la popolazione in età attiva (tra 15 e 64 anni), per 100;
  • INDICE DI VECCHIAIA: rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione fino a 14 anni di età, per 100;

Ed ecco le previsioni:

Indicatori demografici

Il numero delle persone potrà anche essere lo stesso, ma non la sua struttura demografica. Con quel che ne consegue sulla spesa previdenziale e sulla capacità di assorbimento socio-culturale di una popolazone immigrata più giovane e non necessariamente minoranza in alcune classi d’età.

 

—- La salute —-

Un paese vecchio è anche un paese dove si vive a lungo. Nel 1881 la vita media era pari a 35,2 anni per gli uomini e 35,7 anni per le donne. Abbiamo superato i 50 anni nel corso degli anni Venti per poi giungere agli attuali 79,1 e 84,3 anni.

Il che non vuol dire che nessuno muoia più. Nel 1863 morivano in Italia 232 bambini ogni 1.000 nati vivi mentre oggi il tasso presenta valori vicini allo zero: nel 2008 morivano nel primo anno di vita 3,5 bambini per 1.000 nati vivi, un valore 100 volte inferiore a quello registrato a metà Ottocento, 10 volte più basso di trent’anni fa.

Mortalità infantile

Dal 1931 a oggi si sono drasticamente ridotte le morti per malattie infettive e parassitarie (da 221 a 14 per 100.000 abitanti), dell’apparato respiratorio (da 262 a 63) e dell’apparato digerente (da 225 a 39). Il discorso cambia per tumori e malattie al sistema circolatorio.

Cause mortalità

Se la vita è sì lunga, la vita è anche larga. Con l’aumentare della speranza di vita è cresciuto anche la massa corporea superiore a 25. Se nel 1994 il 32,8% degli italiani era in sovrappeso e il 7,3%obeso, 15 anni dopo la percentuale è salita rispettivamente al 36,1% e al 10,3%. Le donne sono mediamente più magre degli uomini: sono in sovrappe so o obesi 57 uomini su 100 e soltanto 37 donne su 100.

 

—- L’istruzione —-

Nel 1951 l’università era ancora d’ élite con appena quattro gli iscritti ogni 100 giovani 19/25enni. Il trend prosegue fino alla fine degli anni Sessanta quando viene approvata la legge Codignola (1969) che liberalizza le iscrizioni all’università permettendo l’accesso a tutti i diplomati, a prescindere dal tipo di scuola secondaria frequentata. Nel 1970 gli iscritti all’università sono 12 ogni 100 giovani fra 19 e 25 anni, superano il 20% nel 1990 per raggiungere il 41,5% nell’anno accademico 2008/2009.

Immatricolati corso di laurea

Nel 1926 la metà dei laureati proveniva da corsi di laurea di tipo scientifico: ingegneria 18%, economia 9%, biologia e affini 18%, agrario 4%. Per contro, 22 laureati su cento conseguivano una laurea in materie giuridiche, 18 in medicina e 10 in lettere. Nel 1968 i laureati in lettere balzano oltre il 40%, anche a seguito della maggiore presenza femminile negli atenei, crescono anche i laureati in materie economiche (15%) mentre scendono al 14% i laureati in discipline scientifiche, al 12% i dottori in ingegneria, al 10% quelli in giurisprudenza, al 7% i medici.

Iscritti 2008

Nel 2009 i laureati in discipline tecnico-scientifiche (chimica, biologia, ingegneria, architettura, economia e statistica) sono il 43%, quelli in materie umanistiche il 45%, i medici oltre il 10%.

 

—- Lavoro e pensioni —-

L’Italia ha seguito l’andamento tipico delle economie avanzate passando dall’agricoltura ai servizi. Nel 1861 il 70% della popolazione attiva lavorava nel settore agricolo, il 18% nell’industria e il 12% nelle altre attività; cinquanta anni dopo, i lavoratori agricoli scendono al 52% mentre quelli di industria e servizi salgono a 26 e 22% del totale. Nel secondo dopoguerra l’agricoltura incide ancora per il 42% ma industria e servizi acquistano maggiore peso (32 e 26%). È lo sviluppo industriale degli anni Sessanta che modifica la distribuzione degli occupati fra settori: nell’industria arrivano al 41%, nei servizi al 30% mentre gli occupati in agricoltura si attestano sotto il 30%. La terziarizzazione dell’economia produce un ulteriore spostamento degli occupati: nel 1981 i servizi assorbono la quota maggiore di lavoratori (quasi il 50%), l’industria scende sotto il 40% e l’agricoltura arretra all’11%

Peculiarità italiana è l’incidenza del lavoro autonomo per via delle peculiarità del sistema produttivo. Nel 1977 gli occupati indipendenti erano il 62,3% in agricoltura, il 13,9 nell’industria, il 18,8 nelle costruzioni e il 28,9 nei servizi; nel 2009 la quota di autonomi scende al 52,5 in agricoltura e al 25,2 nei servizi, mentre sale al 20,9 nell’industria e raddoppia nelle costruzioni (37,6).

Incidenz occupati autonomi

E le pensioni? Considerando che nel 1951 il 90% e oltre degli italiani aveva meno di 64 anni, le pensioni erogate erano appena 3,7 milioni. Il progressivo invecchiamento della popolazione porta a una rapida crescirta del numero delle pensioni: se ne contano 14 milioni nel 1971, 20,3 milioni nel 1991, 22,2 milioni nel 2001, per arrivare ai 23,8 milioni del 2008.

Nel 1951 venivano corrisposte 78 pensioni ogni 1.000 residenti; dieci anni dopo tale valore raddoppia attestandosi a 159. Il trend crescente prosegue ininterrottamente nei decenni seguenti ma la velocità della crescita si attenua a partire dal 1981, fin quasi ad arrestarsi negli ultimi sette anni. Nel 2008 le pensioni erogate sono 399 ogni mille abitanti.

Pensioni erogate

La spesa pensionistica complessiva assorbiva 142,3 milioni di euro nel 1951, venti anni dopo raggiunge i 3 miliardi di euro e nel 1991 supera i 100 miliardi. Il ritmo di crescita della spesa si riduce leggermente negli anni Novanta, a seguito della riforma del sistema pensionistico; nel 2001 l’importo complessivo supera i 182 miliardi di euro e sale a 241,1 miliardi nel 2008.

Spesa pensionistica

 

—- Tasse e debiti —-

Nel 1980 la pressione fiscale era il 31,4% del Pil, dieci anni dopo è cresciuta al 38,3% e nel 1992 si attesta al 41,9%, per non scendere più sotto il 40% negli anni successivi. Raggiunge il massimo, 43,7%, nel 1997, a seguito dell’introduzione dell’Eurotassa (o contributo straordinario per l’Europa) necessaria per ridurre l’indebitamento netto e consentire il rispetto delle condizioni poste dal Trattato di Maastricht per l’ingresso dell’Italia nell’area euro. Negli anni Duemila il valore minimo, pari al 40,4% del Pil, si raggiunge nel 2005, quello massimo, 43,1%, nel 2007 e nel 2009. La pressione fiscale scende al 42,6% del Pil nel 2010. Fra i partner dell’Unione europea (a 27 paesi), l’Italia si colloca in sesta posizione (dati 2009), preceduta da Francia (43,2%), Austria (43,8%), Belgio (45,3%), Svezia (47,8%) e Danimarca (49%)

Tasse o non tasse il debito pubblico rimane elevato. Nel 1984 era il 74,4% del Pil ma sale rapidamente negli anni successivi. Nel 1992 il valore del debito supera quello del prodotto interno lordo (105,2), due anni dopo oltrepassa il 120% (121,8). Il debito scende a 103,9 nel 2004, risale a 116,1 nel 2009 con l’acuirsi della crisi finanziaria e arriva a 119% nel 2010. Per  poi salire ancora fino ai giorni nostri.

 


[1] Cfr. https://www.istat.it/it/files/2011/03/Italia-in-cifre.pdf

[2] Cfr. https://www.istat.it/it/files//2016/12/2-popolazione.pdf

2 commenti su “1861 – 2011: l’Italia in cifre

  1. am
    1 marzo 2020

    ”Avete presente quando si dice che in punto di morte la vita vi passa davanti agli occhi?”
    speriamo di no, in quel momento preferisco pensare a due tette…

    • Charly
      2 marzo 2020

      Mi sa che non è contemplato dalle regole 😀

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2020 da in Diamo i dati con tag , , , , , .
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