Charly's blog

Stroncatura libro: Luca Ricolfi, La società signorile di massa

Quando frequentavo l’Università di Torino – per gli amici UniTo – ormai dieci anni fa, il sociologo Luca Ricolfi teneva dei corsi orientati al lavoro con i dati statistici con un approccio prettamente quantitativo. Nel corso degli anni ho letto svariati libri e articoli di Ricolfi e mi sono fatto l’opinione che quando si tratta di analizzare i dati è interessante ma non appena si deve dare una dimensione teorica o interpretativa iniziano i problemi.

Paradigmatico di questo aspetto è la storia del sacco del Nord nata con la semplice conta della serva ignorando i dati non coerenti – tipo il divario crescente fra Nord e Sud, l’unico saccheggio della storia dove i saccheggiatori diventano più poveri dei saccheggiati! – e mancando totalmente il rapporto di dipendenza Nord/Sud (mercato interno, flussi migratori, blocco nascita imprese rivali).

Quando ho preso in mano l’ultima fatica del nostro

Ricolfi società signorile

Grande è stata la sorpresa che pure sui dati statistici, ormai, non ci siamo più. Vediamo il perché.

 

—- La società signorile di massa —-

Trattandosi di un saggio sociologico è facile risalire alla tesi dell’autore (p.13, formato epub):

La tesi che vorrei difendere in questo libro è che l’Italia non è una società del benessere afflitta da alcune imperfezioni, in via di più o meno rapido riassorbimento, ma è un tipo nuovo, forse unico, di configurazione sociale. La chiamerò “società signorile di massa” perché essa è il prodotto dell’innesto, sul suo corpo principale, che resta capitalistico, di elementi tipici delle società signorili del passato, feudale e precapitalistico. Per società signorile di massa intendo una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano

Per signorile s’intende «l’esistenza di un gruppo sociale, in passato costituito dai nobili, dai guerrieri e dal clero, che ha il privilegio di consumare il sovraprodotto, o surplus, senza contribuire in alcun modo alla sua formazione». Una simile società richiede tre condizioni (p.15):

  • il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano;
  • la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa;
  • il sovraprodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita.

Per la prima condizione, Ricolfi riporta che nella nostra società abbiamo il 52,2% degli italiani che non lavora, il 39,9% che lavora e il 7,9% degli stranieri. Per quanto riguarda gli stranieri leggiamo:

in nessuna società avanzata lo scarto fra il tasso di occupazione degli stranieri e quello dei nativi è ampio come in Italia, dove lavora il 59.8% degli stranieri e solo il 43.3% dei cittadini italiani. Un altro indizio dell’importanza che, nella società signorile, svolge la presenza di un’ampia infrastruttura paraschiavistica, di cui la popolazione straniera è quasi sempre una componente essenziale.

A cui aggiungere la scuola (pp. 32):

Ma c’è un altro processo fondamentale che negli anni sessanta ha inizio: la progressiva distruzione della scuola e dell’università come luoghi di formazione che richiedono un duro impegno, e in cambio promettono un incremento sostanziale delle conoscenze e delle abilità, certificato da un titolo di studio credibile

 

Fra le conseguenze meno importanti, una delle più citate è l’inflazione dei titoli di studio, ovvero il fatto che per fare certi mestieri e professioni siano oggi richiesti titoli di studio più elevati, quindi più anni di studio, con conseguenti maggiori spese per le famiglie. Studiatissima dai sociologi, l’inflazione dei titoli di studio e la conseguente inflazione delle aspettative indotte dalla scuola di massa vengono accusate soprattutto di non aver aumentato la mobilità sociale e di avere creato un esercito di giovani frustrati e disillusi

E la solita storia dei pizzaioli introvabili (p.36):

una intervista rilasciata a Repubblica da Patrick Ricci, pizzaiolo tra i migliori d’Italia, che ha un locale a San Mauro Torinese e in otto mesi non è riuscito a coprire un posto da cameriere, per cui cercava diplomati con meno di trent’anni. Dopo aver rivelato, con sorpresa, che spesso a chiamare al telefono per informazioni non sono i giovani direttamente interessati bensì le mamme, continua così:

     Ce ne sono alcune [mamme] che mi hanno fatto delle richieste assurde. Una mi ha chiesto se il figlio fosse obbligato a venire tutti i giorni lavorativi, o se invece potesse lavorare saltuariamente o fare giornate più corte perché non era abituato a così tante ore di lavoro. Un’altra mi ha detto stizzita che non aveva messo al mondo un figlio per farlo lavorare di sera. Ma parliamo di sei giorni alla settimana per un totale di quaranta ore.

E così prosegue:

     C’è chi chiede eccezioni sull’orario, di arrivare un po’ più tardi ad esempio. O prima. O anche di non lavorare nel weekend o nei festivi, giorni in cui in un’attività di ristorazione c’è più affluenza. Un giovane voleva stare a casa il sabato perché la sua ragazza altrimenti si incazza. Una ragazza mi ha chiesto di poter portare con sé il figlio e di lasciarlo in sala durante il servizio perché non si fida di una baby-sitter, un’altra che il venerdì sarebbe dovuta arrivare più tardi perché ogni settimana quel giorno va dal parrucchiere.

Per poi concludere amaramente:

     Sto capendo come si consideri ormai il lavoro nel settore della ristorazione come un ripiego, una possibilità di arrotondare o di opportunità stagionali e non una professione […]. Abbiamo bisogno di una persona fissa e non la troviamo. Ma siamo così sicuri che manchi proprio tanto il lavoro e che ci sia tutta questa volontà di lavorare?

Con tanti saluti all’inferenza statistica visto che con un caso ricava una legge.

Poi da questi due fattori arriviamo alla disoccupazione volontaria (p.36):

la disoccupazione volontaria comincia a essere un fenomeno sociologicamente interessante quando un lavoro viene rifiutato non perché la proposta è palesemente irricevibile (come nei tre esempi precedenti), ma in quanto ritenuto non all’altezza delle proprie capacità, del proprio talento, o semplicemente degli standard di reddito e di prestigio che si ritengono adeguati ai propri studi

Colpa della scuola (p.38):

per decenni e decenni, hanno continuato a rilasciare certificati che nulla garantiscono, la scuola e l’università hanno reso possibile, a milioni di giovani e meno giovani, credersi in possesso di abilità e talenti che il mondo del lavoro, meno idealista e superficiale di quello della cultura, non sempre scorgeva, e meno che mai si sognava di riconoscere.

Ed eccoci arrivati ai mitologici NEET (p.39):

in Italia i NEET sono oltre il 30% dei giovani fra venticinque e ventinove anni (quasi uno su tre), contro il 18.7% della Francia, il 13.7% del Regno Unito, l’11.2% della Germania, il 7.4% della Svizzera. Persino la Grecia e la Spagna, due paesi afflitti da tassi di disoccupazione giovanile altissimi, stanno meno peggio di noi, con il 29.5% (Grecia) e il 20.6% (Spagna) di NEET.

Come al solito, essendo il sottoscritto un HR Specialist, vedo delle enorme falle nel discorso ricolfiano… e non sono nei processi di selezione ma anche a livello metodologico e logico.

 

—- La sociologia di una volta: dare i dati statistici —-

Il libro di Ricolfi è breve, poco più di 150 pagine, e nelle sue pagine non c’è traccia dell’elemento più ovvio: siccome abbiamo tirato in ballo i NEET, qual è il loro profilo statistico? L’ANPAL (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro) ci può illuminare in merito [1]:

NEET titoli

Visto che parliamo di titoli di studio salta subito all’occhio la bassa percentuale di laureati e l’elevata percentuali di persone con la terza media. E qui notiamo subito la prima incongruenza logica: Ricolfi parla di inflazione dei titoli di studio salvo poi evidenziare le proposte “irrecivibili” per i possessori dei titoli più elevati. Peccato solo che siano una minoranza fra i NEET.

Non meno interessante è la distribuzione geografica:

La distribuzione provinciale dei NEET mostra una maggiore intensità del fenomeno nel Mezzogiorno d’Italia. Le province che fanno registrare il tasso di NEET più elevato, superiore al 40%, sono Caltanissetta (44,92%), Crotone (44,69%) e Palermo (40,39%); sono tutte province del Sud anche quelle con i tassi che oscillano tra il 30% e il 40% (Figura 4). Le province del Centro con il tasso di NEET più alto sono Frosinone (31,13%) e Rieti (24,80%), mentre nel Nord spiccano Imperia (26,25%) e Rimini (25,37%). Di contro, le province con l’incidenza più bassa di giovani che non studiano e non lavorano sono tutte settentrionali e segnatamente: Venezia (11,20%), Treviso (11,55%), Belluno (11,59%), Modena (11,88%) e Lecco (11,95%).

Ma è ancor più illuminante questa distinzione fra i NEET:

NEET tipologia

In pratica una bella fetta di NEET vive al Sud, bassi titoli di studio, donne sovrarappresentate. E non credo di dover ricordare che il Sud è anche la parte del paese più povera, con minori tassi di occupazione, maggior tasso di disoccupazione e minore resa scolastica. E con una forte presenza della criminalità organizzata le cui attività economiche non si vanno a censire all’Istat, non trovate? E mi spiegate come fai a fare il “signore” senza i soldi per mantenersi? In pratica Ricolfi ha scoperto i figli di papà e si è convinto che siano tutti così!

Che abbia idee confuse sui dati, poi, è evidente a pagina 75:

ci sono le differenze di genere: se è evidente che nel rapporto fra coniugi la parte parassitaria è più frequentemente la donna, forse è meno noto che nei rapporti genitori-figli la parte parassitaria è più frequentemente il figlio maschio. Da molti decenni le ragazze studiano di più, più a lungo, e mediamente con maggiore profitto, il che comporta che – fino a quando non interviene la scelta di avere dei figli – cadano più raramente dei maschi nella condizione di NEET. Non a caso lo stereotipo dei “bamboccioni” viene usato perlopiù per descrivere il modo di vita dei maschi sfaccendati che non se ne vanno di casa.

Appunto, si chiama stereotipo!

 

—- Gli italiani non lavorano? —-

Ma perché in Italia lavorano così in pochi? Per una ragione ovvia: l’econonomia è in stagnazione da vent’anni e abbiamo  milioni di italiani all’estero che, invece, lavorano. Poi abbiamo la demografia [2]:

Demografia

Gli under 14 sono il 13,2% della popolazione, gli over 65 il 22,8%. E già qui arriviamo al 36%. Se aggiungiamo che la maggior parte dei ragazzi si diploma e che l’età di pensionamento effettva è sui 62/3 anni, non è difficile capire perché in pochi lavorano: l’Italia è un paese vecchio con elevata disoccupazione (2,5 milioni) e forti flussi migratori in uscita.

Fra l’altro, ricordando la suddivisione per classe d’età:

 

Disoccupati per classe d’età espressi in migliaia, Italia Gennaio 2020.

15-24 437
25-34 693
35-49 862
50+ 535

Fonte: Istat.

 

Sta storia dei schizzinosi vale anche per gli over 50? O per gli over 35 disoccupati che superano per numero gli under 35? Così, per sapere.

 

—- Il mercato del lavoro, questo sconosciuto —-

E fin qui siamo nella parte metodologica che un fu docente universitario dovrebbe conoscere. Passiamo, ora, al mio settore di specializzazione: il variegato mondo HR. Ancora una volta incontriamo il mito dei ragazzi choosy che, curiosamente, non si applica ai disoccupati over 50. Misteri del mondo del lavoro italiano…

Partiamo dalle basi:

  • il processo di selezione non ricerca persone, ricerca profili professionali coerenti al budget a disposizione;
  • l’andamento occupazionale segue, in genere, l’andamento del ciclo economico;
  • l’Italia è il paese delle partite IVA per incapacità del sistema di generare abbastanza posti di lavoro;
  • l’Italia è vittima di un forte flusso migratorio in uscita di profili qualificati;
  • le aziende italiane sono molto piccole limitandone il fascino e la dotazione professionale;
  • la realtà economica italiana presenta un forte divario fra il Nord e il Sud;

Il solito Excelsior-Unionocamere ci informa che «sono 320mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di febbraio e saliranno a poco più di un 1 milione tra febbraio-aprile 2020» [3]. Per quanto riguarda «la difficoltà di reperimento dichiarata dalle imprese: dal 29% al 31%. Elevate le difficoltà a reperire profili da inserire nelle aree aziendali dei Sistemi informativi (il 58% delle figure ricercate) e Progettazione, R&S (48%)».

Il 30% di 320mila arriva sì e no a 100mila: se non ci fosse la difficoltà di reperimento la disoccupazione passerebbe da 2,5 a 2,4 milioni. Numeri impressionanti, non c’è che dire.

E ad essere particolarmente interessante è la tipologia delle professioni coniugate alla difficoltà di reperimento:

 

Tipologia % difficoltà reperimento Entrate previste febbraio/aprile
Dirigenti 51,8% 1.700
Professioni intellettuali/scientifiche 39,7% 53.710
Professioni tecniche 39,7% 134.880
Impiegati 19,9% 92.020
Professioni qualificate servizi 27,3% 297.320
Operai specializzati 43,2% 188.830
Conduttori/operai generici 31,2% 150.410
Non qualificate 13,7% 158.320

 

In pratica la posizione di maggior difficoltà è anche quella con minori ingressi, mentre quelle qualificate sono le più difficili da trovare. Non proprio una sopresa, direi, e ricordate qual era il profilo dominante fra gli inattivi? Gi inattivi sono spesso inoccupabili per carenza di skills ed esperienza professionale, ciccini.

E per quei pochi che c’è domanda? Beh, gli imprenditori italiani hanno in genere il complesso della principessina e ritengono semplicemente intollerabile che un professionista possa avere delle richieste o, addirittura, possa declinare le loro avances. Ma se sei un profilo richiesto hai altre offerte da soppesare, che dite? In effetti Ricolfi presume che chi rifiuta i posti di lavoro poi rimanga a spasso quando, in realtà, potrebbe aver trovato un’altra posizione di suo gradimento (non necessariamente in Italia).

—- E la scuola? —-

Che la scuola italiana sia sostanzialmente al collasso non è una novità, a mancare è la comprensione del perché da parte del mondo docente. Negli ultimi anni, infatti, ci è toccato sorbirci una lunga serie di lamentele sul declino degli studi, la perdita del rispetto e dell’autorità dei docenti e così via. Tutto vero, ma perché? Al netto sulle scemenze sul ’68 e il consumismo, la vera domanda è a cosa serva la scuola. Sono due le dimensioni da tenere in considerazione:

  • sociale: trasmissione valori e conoscenze per ricoprire il ruolo di cittadino;
  • professionalizzante;

Il primo aspetto è fuffa: sui valori è poco roba di matrice progressista e buonista che non regge al confronto con il mondo mentre le conoscenze necessarie per il dibattito pubblico vengono semplicemente ignorate. Rimangono solo gli aspetti professionalizzanti con l’eccezione dei licei e delle lauree generiche da burocrazia nelle corporations (tipo le mie).

Ma come funziona il mondo del lavoro? Banale, è orientato sulle skills che nel curriculum scolastico sono solo una parte del totale. Se un’azienda cerca un tecnico saranno valutate le skills tecniche, non le conoscenze relative alla letteratura italiana. I titoli di studio hanno perso valore perché semplicemente le aziende cercano molto di meno: se sei un programmatore conta la capacità di programmare, se sei un perito la capacità tecnica, se sei un contabile la conoscenza del bilancio. E tutto il resto? Ininfluente, contano solo le soft skills al massimo che puoi sviluppare anche in altri ambiti tipo quello sportivo. D’altronde un colloquio non è un’interrogazione in classe… Questo fenomeno è ancora più evidente nel contesto italiano le cui ridotte dimensioni aziendali impone il tutto e subito, il già “imparato” pronto a essere inserito a tempo in base alle esigenze aziendali.

Non da ultimo l’idea che gli studenti siano impreparati a livello scolastico non ha molto senso per un’azienda: se sei un perito uscito con 60/100 ma perfettamente in grado di fare il lavoro, perché dovrebbero interessare all’azienda eventuali lacune in ambito storico o letterario? Non a caso se consideriamo le capacità di alfabetizzazione troviamo all’ultimo posto i professionali e poi i tecnici proprio perché non servono in termini professionali stante l’attuale struttura e specializzazione produttiva del paese. Gli studenti se ne sono accorti e, razionalmente, hanno deciso di non perdere più tempo con le assurdità della scuola italiana. Le nuove tecnologie digitali, poi, di certo non aiutano su versante cognitivo. E la scuola e i docenti? Facile: sono inutili e gli inutili non meritano rispetto.

E se gli studenti italiani sono così scarsi, poi, perché in molti appena varcano le Alpi trovano un lavoro coerente ad aspirazioni e studi? E perché i tassi di occupazione arridono i laureati e quelli di disoccupazione infieriscono sui titoli di studio più bassi? Mistero.

 

—- Chicche varie —-

Se la tesi del libro è priva di fondamento, non mancano alcune chicche degne di nota tipo i predicozzi sul “consumo signorile” (pp. 57-8):

Il food, termine che da pochi anni ha sostituito il più banale “cibo”, è ormai ubiquo nella nostra vita. Tutte le principali reti TV sono imbottite di programmi sulla preparazione di ogni genere di dolci e pietanze, con chef più o meno stellati, concorrenti più o meno sconosciuti, che ci insegnano a preparare piatti memorabili, nostrani ed etnici, con cui potremo stupire i nostri parenti, amici e conoscenti. Cuochi e master chef contendono la palma della celebrità a calciatori, cantanti e star del cinema.

 

Altrettanto vivace, in questi anni, sembra essere stata l’espansione del settore della cura di sé, o del ben-essere. Dico “sembra” perché i confini di questo settore sono inevitabilmente mal definiti, e i dati affidabili scarseggiano. A titolo indicativo e non esaustivo possiamo farvi rientrare: palestre, saune, spa, terme, centri massaggi, centri di bellezza, fitness club, centri yoga, gruppi di meditazione, gruppi salutisti, “tribù alimentari”,81 personal trainer, chiropratici, osteopati. Anche qui nella duplice veste di luoghi reali e persone fisiche, ma anche di piattaforme Internet e dispensatori di ricette e consigli online.

 

Fra i pochi dati che possono darci un’idea della dinamica del settore della cura di sé vi sono quelli del fitness. Da una delle rare fonti di informazioni quantitative, la fiera Rimini Wellness, apprendiamo che nel 2004 il pubblico dei centri fitness ammontava a circa 5 milioni di persone, nel 2012 era salito a quasi 8, mentre oggi si aggira sui 18 milioni, più del triplo di quindici anni fa. Il numero di palestre, in crescita sia prima, sia dopo la recessione del 2008-2012, è il più alto d’Europa. Quanto al fatturato, si aggira sui 10 miliardi, quasi metà della spesa totale annualmente dedicata in Italia alle attività sportive.

Detta anche la rivincita del secco: una persona fuori forma si stupisce che le persone siano solite allenarsi. Oppure internet (p. 61):

Il numero di famiglie che posseggono una connessione Internet a banda larga da casa è ancora sotto il 75%, un dato inferiore alla media europea. Soprattutto, diverso è quel che facciamo sul web: poco usato per gestire conti correnti, informarsi e generare contenuti, Internet è usatissimo per giocare, condividere video e partecipare alle discussioni sui social.

Dove l’Italia pare primeggiare è nel numero di utenti unici di un telefono cellulare. Secondo il rapporto Digital 2018 in nessun paese del mondo, eccetto Hong Kong e la Corea del Sud, la diffusione dei cellulari raggiunge il livello dell’Italia. Anche qui, al di là della diffusione, il dato importante è che cosa ne facciamo.

La cosa buffa è che a Ricolfi non viene in mente che i due fenomeni siano collegati: la pessima infrastruttura fisica e la morfologia del territorio italiano portano a un maggior investimento sul mobile piuttosto che sul fisso, tutto qui.

Potrei andare avanti con le tirate sulla volgarità, i dati economici tirati a caso e le tirate moralistiche. Ma non è sociologia, è fuffa.

Morale della storia? Fuffa al quadrato! E le case editrici italiane, a quanto, pare non controllano quanto pubblicano.

 


[1] Cfr. https://www.anpalservizi.it/documents/20181/82980/NS+1+-+I+Neet+in+Italia_Def.pdf/2d5b70df-a95d-4123-b6ba-f5acc10379f5

[2] Cfr. https://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-eta-sesso-stato-civile-2019/

[3] Cfr. https://excelsior.unioncamere.net/

3 commenti su “Stroncatura libro: Luca Ricolfi, La società signorile di massa

  1. Tusk
    16 marzo 2020

    Il guaio sono i politici, certi partiti ed alcuni professori che stanno “pushando” quella fuffa di libro con l’intenzione nemmeno tanto velata che ogni misura “lacrime&sangue” é necessaria perché la maggior parte della popolazione vive sopra le proprie possibilità. Un castello di scemenze smontato da Alessandro Guerani con questi fatti:

    https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/01/05/ricolfi-signorile-massa/

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 16 marzo 2020 da in società con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: