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L’illusione del cosmopolitismo, il ritorno dello Stato

Prendiamo il cosmopolitismo [1]:

cosmopolitismo s. m. [der. di cosmopolita]. – 1. Tendenza a considerare sé stesso e tutti gli altri uomini come cittadini di un’unica patria, il mondo; in senso più ampio, dottrina della fratellanza universale, corrente ideale che non ammette distinzioni di razze e di nazionalità ma considera tutti gli uomini appartenenti a un’unica grande patria: per cintendiamo fratellanza di tuttiamore per tutti (Mazzini). 2. Aspetto, carattere, o comportamento cosmopolita: il cdi Parigidi Istanbul; anche nel senso biologico: il cdi una specie animale (o vegetale).

Si dirà, qual è il problema? Beh, facile a dirsi: non funziona.

 

—- Il cosmopolitismo per l’1% e per il 99% —-

Quando pensiamo a una persona cosmopolita non possiamo non considerare fattori quali:

  • Esperienza di vita all’estero (studi, lavoro, vita);
  • Elevato livello di formazione scolastica e professionale;
  • Conoscenza di più lingue straniere;

Un accademico che parla 3 o 4 lingue e che ha vissuto in 3 o 4 capitali mondiali è un cosmopolita, un lavapiatti che ha lavorato in 3 o 4 periferie non lo è, non trovate? E questo ci porta a un altro fattore: il reddito. Senza soldi non puoi avere i fattori di cui sopra né tantomeno essere un cosmopolita.

Nel novero, ovviamente, non rientrano quelli che vivono nella città dove sono nati e a 25 km da mammà e che credono di essere cosmopoliti solo perché hanno fatto 6 mesi di Erasmus e perché il venerdì mangiano sushi. Salvo poi lamentarsi con l’ambasciata italiana in caso di problemi e bisogno…

Solo queste considerazioni ci permettono di scartare il cosmopolitismo dalle possibili condotte di vita in quanto al di fuori della portata del 99% della popolazione mondiale. Non è un caso che molti dei tratti cosmopoliti possono essere rinvenuti nell’aristocrazia europea del 18° secolo quando i nobili francesi e russi avevano in comune molto più fra loro che con i loro sudditi. E ci permette anche di spiegare il differente rapporto con l’immigrazione: per l’1% è una possibilità professionale in contesti protetti da barriere di accesso – soldi, studi, legami deboli –  a propria discrezione, mentre gli altri la subiscono senza ricavarci un granché.

Attenzione che essere internazionali non vuol dire permettersi il lusso di essere cosmopoliti. Io vivo da anni all’estero, conosco tre lingue, laurea e lavoro da colletto bianco ma non per questo posso spostarmi dove desidero per le professioni coerenti a ispirazioni e formazione. Non sono in Polonia per caso, sono qui proprio perché ho un enorme vantaggio competitivo dettatomi dall’essere italiano in un ambito professionale di outsourcing. Senza questo elemento rischio anch’io di finire  a lavare i piatti…

 

—- La cittadinanza è esclusiva —-

Il cosmopolita si considera un cittadino del mondo ma il significato della cittadinanza è la capacità di poter intervenire nella comunità di appartenenza: si è cittadini perché ci si può impegnare politicamente. Come esito pratico, quindi, il cosmopolita si sente in diritto di intromettersi nelle comunità locali perché, ai suoi occhi, tali non sono. Detta facile: il cosmopolita può andare in Cina, Brasile o Nigeria a dire cosa fare e cosa non fare? Ma i locali non la pensano così, anzi, verrebbe considerato un atto di imperialismo. Il cosmopolita, allora, è di fronte a un dilemma:

  • Intromettersi nel locale non rispettandone la dimensione culturale e sociale ed esponendosi all’accusa di imperialismo;
  • Rispettare il locale rendendo vana la dimensione politica della presunta cittadinanza globale;

Alla resa dei conti il cosmpolitismo è poco più di un afflato alla fratellanza universale che non tiene conto delle differenze culturali – che possono essere conflittuali ed escludenti – o della realtà geopolitica basata sull’anarchia internazionale. Se consideriamo le varie utopie a carattere globale come il mondo di Star Trek è facile notare che la cultura dominante è quella liberale di matrice anglosassone: voi vorreste vivere in un mondo unificato dove a dominare è la Sharia o il Partito Comunista Cinese? Ecco, io no.

Il cosmopolitismo in pratica è il nulla cosmico. La cittadinanza esclusiva, d’altro canto, è in grado di provvedere:

  • protezione e tutela;
  • identità;

Il primo punto è diventato di drammatica attualità in questi giorni dove abbiamo potuto vedere che nel momento del bisogno è la tua comunità – per lingua, cultura, storia condivisa, senso di appartenenza – a intervenire mentre le altre prima pensano ai propri bisogni e poi, nel caso, pensano agli altri.

Anche nella dimensione interna non si scappa da questa regola. Pensate a un sistema di welfare come quelli europei uniti a una realtà multietnica e multiculturale dove il gruppo etnico autoctono produce il reddito e quelli stranieri si limitano a esserne beneficiari del sostegno pubblico. Secondo voi, una situazione del genere quanto potrebbe durare? Senza l’omogeneità etnica il welfare non regge, non a caso gli USA ne sono sprovvisti anche – ma non solo – per via della sua dimensione multietnica. Provate a pensare a costruire un welfare a carattere globale, semplicemente impossibile.

D’altronde non abbiamo bisogno di tanta teoria, basta vedere la pratica: non abbiamo mai avuto un ordine globale di carattere cosmopolita, solo a carattere escludente. Un motivo pur vi sarà, non trovate?

 

—- La fine del mito, il ritorno della realtà —-

Gli ultimi 30 anni sono stati vissuti all’insegna dell’autoinganno ideologico:

  • la fine della storia;
  • l’obsolescenza degli Stati;
  • il multilateralismo in ambito internazionale;
  • il predominio dell’economia sulla politica;

In termini geopolitici non è stata altro che la Pax Americana, la tipica pace imperiale con la sua ideologia tesa a giustificarne il dominio. Erano gli Stati degli altri a essere obsoleti, erano gli altri a dover seguire le istituzioni sovranazionali a guida americana, erano le economie degli altri a prevalere sulle loro politiche non di certo la politica americana che persegue obiettivi strategici (si pensi al deficit commerciale con il resto del mondo).

Il Cigno Nero del Coronavirus non ha cambiato il mondo, si è solo limitato ad accelerare le tendenza già in atto. Con l’esaurirsi dell’egemonia americana in molti stanno riscoprendo la dimensione statale – Russia e Cina, ma anche la Turchia, il Giappone che si sta risvegliando – mentre il progetto europeo si è rivelato essere insostenibile. Nel prossimo futuro, come abbiamo visto a più riprese su questi pixels, la dimensione statale tornerà sulla scena e con essa la sua dimensione nazionale: in un mondo dove siamo tutti connessi è più facile vedere le differenze che le somiglianze. E le vere differenze non sono il sushi o la pizza, per la cronaca.

Anche la globalizzazione ci saluta perché solo un’economista potrebbe ritenere sensato lasciare la produzione industriale o agricola nelle mani di un potenziale nemico. La divisione dei lavori all’interno di una comunità è accettabile perché la comunità è una, la divisione fra comunità è rischiosa perché potrebbe essere letale in caso di conflitti. Nella vita reale, infatti, capitano cose del genere [2]:

Se in Italia ci preoccupiamo per la mancanza di mascherine e Amuchina, gli Stati Uniti fanno i conti con un altro tipo di carenza: alcuni farmaci da prescrizione rischiano di sparire dalla circolazione perché le aziende cinesi che lavorano e vendono i componenti necessari hanno abbassato le serrande a causa dell’epidemia di coronavirus. Anche l’India, il principale fornitore al mondo di medicine generiche, è preoccupata: il 70 per cento delle materie prime contenute nei suoi prodotti viene dalla Cina.

L’ovvia conseguenza è il reshoring delle attività produttive di carattere strategico – militare, agricolo, medicine – e la tutela dei campioni nazionali utili per esercitare la propria influenza nello scacchiere internazionale.

Paradossalmente il futuro è franco-polacco:

  • alla francese: autarchia produttiva militare anche se i mezzi francesi sono paragonabili ai mezzi americani solo nel migliore dei casi;
  • polacca: tutela dell’identità nazionale;

Ho come il sospetto che nei prossimi anni gli economisti perderanno influenza nel dibattito pubblico a favore della geopolitica e delle relazioni internazionali.

 

—– Cina e Italia —-

Non è raro imbattersi in analisi che prevedono un futuro roseo per la Cina nonostante gli enormi difetti strutturali di Pechino. Persino una pandemia che è scoppiata in Cina viene vista come un’opportunità di dominio globale contro gli USA. Ma è davvero così? Ricordiamo che il modello di sviluppo cinese è export-led e che dipende strutturalmente dagli USA in quanto Pechino dipende dai consumi americani, il vero motore della crescita mondiale. L’idea strategica alla base di questa dipendenza è che:

  • la Cina venga legata in un rapporto di interdipendenza agli USA: Pechino non può fare a meno di Washington;
  • la Cina, per assicurarsi la stabilità dei consumi americani, investa nel debito americano;
  • gli USA usino le risorse cinesi per mantenere la propria egemonia globale anche via contenimento militare cinese;

In pratico il rapporto USA-Cina è lo stesso fra un impero e uno soggetto tributario, l’esatto contrario di quanto si possa leggere in giro. Ma se gli USA perdono la propria influenza globale e cominciano a reindustrializzarsi, la Cina in un colpo solo perde la propria dimensione economica sia in termini produttivi sia in termini commerciali. Sarà l’americano a produrre  e poi consumare il Made in America lasciando il lavoratore cinese senza lavoro e l’imprenditore cinese senza mercato.

E l’Italia? Il rinnovato ruolo dello Stato in ambito economico, la fine della globalizzazione e il possibile ritorno della repressione finanziaria renderanno il ruolo dello Stato essenziale nella gestione della potenza di una Nazione. E il problema dell’Italia è il senso dello Stato è delegittimato dall’autorazzismo, le idiozie euroinomani e il fantasy delle piccole patrie tipo Milano città-stato o amenità del genere. Ma prima ci si rende conto del contesto e prima ci si può adattare, con la consapevolezza che tutto l’armamentario ideologico della seconda Repubblica è da buttare via il più rapidamente possibile.

 

Approfondimenti:

 


 [1] Cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/cosmopolitismo/

[2] Cfr. https://it.businessinsider.com/coronavirus-carenza-farmaci-cina-india-esportazioni-principi-attivi-medicinali/

6 commenti su “L’illusione del cosmopolitismo, il ritorno dello Stato

  1. am
    20 marzo 2020

    leggendo dal mio letargo in quarantena….
    purtroppo prendiamo atto che essere expact non vuol dire essere cosmopoliti: eh beh,senno’ era troppo facile.
    Riguardo ai nippo, chissà che non si siano risvegliati troppo tardi: lavoro io stesso per corporate nippo e ho amici che lavorano in altre società nippo….ci aspettavamo meglio…forse siam stati solo sfortunati a scegliere l’azienda.

    • Charly
      21 marzo 2020

      Per risveglio nipponico intendo la fine dell’isolazionismo, vedi la politica di Abe e le nuove portaerei.

      • am
        21 marzo 2020

        ..vedremo..
        riguardo alle portaerei…mi domando che se ne fanno…
        500 km li fai anche senza portaerei..

      • Charly
        23 marzo 2020

        Per proteggere le rotte commerciali non avendo il Giappone risorse naturali.

  2. Pingback: Fantasie italiche: sostituire gli USA con la Cina | Charly's blog

  3. Pingback: Il mondo non sarà più come prima? Ma il mondo di prima o quello di prima di prima? | Charly's blog

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Questa voce è stata pubblicata il 20 marzo 2020 da in geopolitica con tag , , , , , .
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