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Lo show nello spettacolo: l’Italia alle prese con la Realpolitik

Fra i tanti paradossi che concorrono a costituire l’Italia e l’italianità troviamo il curioso e stridente contrasto fra la dimensione privata e quella internazionale:

  • esser buoni in Italia vuol dire esser fessi e tutti si aspettano di essere fregati dagli altri e in molti cercano di fregare il prossimo;
  • se siete membri del ceto medio vivete all’insegna dell’eccellenza e della Battle Royale del mondo del lavoro dove è giusto che il forte schiacci il debole (che se è debole è per colpa sua);

Ma poi arriviamo a una dimensione politica e ci ritroviamo il buonismo e l’eurodelirio all’insegna della solidarietà, dell’Europa “potenza civile”, della fratellanza dei popoli e così via.

Che la dimensione post storica sia dominante in Europa è un dato di fatto per graziosa conseguenza della Pax Imperiale Americana, ma mi pare che solo in Italia l’idea di perseguire il proprio interesse nazionale sia “fazzzzisssta!11!”. E poi, alla fine, la realtà presenta il conto.

 

—- Un uomo, un perché: Calenda —-

Fra i vari Premier in pectore pompati dai media si segnala il buon Calenda che da qualche anno si propone come volenteroso Primo Ministro del paese… se solo non fosse per quel fastidioso dettaglio di non avere i voti necessari. L’ultima genialata del nostro è una lettera destinata agli “amici tedeschi” [1]:

Cari amici tedeschi,

con ilCoronavirus la storia è tornata in Occidente. Dopotrent’anni in cuil’unica cosa rilevante è statal’economia, oggi la sfidatorna ad essere, come in passato, politica, culturale e umana.

La prima sfidariguardal’esistenzastessadell’Unioneeuropea. Oggil’Unioneeuropea non ha i mezzi per reagire alla crisi in modo unitario.Ese non dimostrerà di esistere, cesserà di esistere.

Per questo 9 Statieuropei (tracui Italia, Francia, Spagna e Belgio) hanno proposto l’emissione di Eurobond per far fronte alla crisi. Non si chiede la mutualizzazione dei debitipubblicipregressi, ma di dotarel’UnioneEuropea di risorsesufficienti per ungrande “rescue plan” europeo, sanitario, economico e sociale, gestitodalleistituzionieuropee.

E fin qui ci può anche stare. Il problema è il dopo:

L’Olandacapeggiaungruppo di paesiche si oppone a questa strategia e la Germania sembravolerlaseguire. L’Olanda è ilpaesecheattraversoun regime fiscale “agevolato”, stasottraendo da annirisorsefiscali da tutti i grandipaesieuropei. A farne le spese sono i nostrisistemi di welfare e dunque  inostri  cittadinipiùdeboli. Quellicheoggi sono piùcolpiti  dalla  crisi. L’atteggiamentodell’Olanda è a tutti glieffettiunesempio di mancanza di etica e solidarietà.

Solidarietàchemoltipaesieuropei vi hannodimostratodopo la guerra e fino alla riunificazione.

Il debitodella Germania dopoil 1945 era di 29,7 miliardi di marchi di allora. La Germania non avrebbe mai potutopagare. Nel 1953 a Londra, ventunoPaesi (tracuiFrancia, Italia, Spagna e Belgio) consentirono alla Germania di dimezzareildebito e di dilazionare i pagamenti del debito restante. In questo modo la Germania potéevitareildefault.

Il primo ed evidente errore nella lettera è quello di muovere sulla solidarietà dettata da azioni passate e non sul perseguimento dei propri interessi. Non si convincono le persone argomentando di meriti pregressi, le si spingono ad agire mostrando che è nel loro interesse. Calenda argomenta che:

  • gli olandesi sono tanti immorali, signora mia;
  • ai tedeschi abbiamo cancellato il debito, eh;
  • quindi, ora, dovete aiutarci;

E a nulla serve evidenziare che i Coronabond non sono la messa in comune del debito perché a Nord delle Alpi viene letta come una richiesta di soldi da parte delle cicale italiane.

Altro punto da considerare è che la solidarietà è a due direzioni  e non è ben chiaro che cosa possa dare l’Italia all’altra parte. Quanto basta per incontrare il sospetto della Germania e dell’Olanda, non dissimile fra l’altro a quello della Lombardia verso la Calabria.

 

—- La realtà bussa alla porta —-

Ma poniamo il quesito fondamentale: perché la Germania e l’Olanda dovrebbero aiutare l’Italia? Ma non nel senso consueto, nel senso strutturale dei rapporti economici: perché davanti a uno shock esterno sono proprio Berlino e gli olandesi a dover aprire i cordoni della borsa? In effetti a prestare un minimo di attenzione alla faccenda non sono tanto gli Stati a dover intervenire ma la BCE sia sui mercati finanziari sia immettendo liquidità. Esattamente come succede negli USA via Fed e l’esatto contrario di quanto affermato dal quel fenomeno della von der Leyen all’inizio di tutta questa storia.

Quello che viene letto come una mancata solidarietà è in realtà un caso da manuale di struttura economica-istituzionale incompleta con gli Stati che hanno ceduto ampie porzioni delle proprie leve d’azione in ambito fiscale e monetario per ottenere una banca centrale che non si sa bene a chi risponde, economie che divergono e incapaci di reagire a shock esterni e strumenti assenti per compensare i divari di produttività. In pratica torniamo sempre lì, ai difetti strutturali dell’Eurozona e all’impossibilità di superarli visto che nessun Stato intende cedere la propria sovranità su questioni fondamentali per la propria esistenza… con l’eccezione della sola Italia, sembra.

Ma è una situazione sorprendete? No, anzi, l’architettura dell’Eurozona è nota e prontamente firmata dall’Italia. Mes incluso visto che fino a pochi mesi fa si condannava la propaganda sovranista ma adesso si scopre che utilizzarlo vorrebbe dire aprire le porte alla Troika. Quanto basta per pensare che non si tratti di malizia ma di vera e propria stupidità: non sanno quel che firmano!

Se parlare di solidarietà ha poco senso, assai più cogenti sono gli interessi dei paesi: sia l’Olanda sia la Germania non possono permettersi l’implosione dell’Italia né sono esenti dall’avanzata del virus. E qui tessono la loro strategia: l’Italia come tutti i paesi del mondo dovrà far fronte al tracollo dell’economia con un forte aumento del debito. Il problema nasce dalla gestione di un debito che potrebbe superare agevolmente il 150% del Pil. I Coronabond non ci saranno e potremmo essere costretti ad accettare una forma leggera del Mes con le condizionalità scritte in modo sufficientemente vago da poterlo mandare giù. E attenzione, non si parla di soldi regalati, ma di debito contratto a condizioni più favorevoli rispetto a quelle di mercato.

Peccato, poi, che per quanto vaghe le condizionalità rimangano sempre sul tavolo, soprattutto in caso di Esecutivo non compiacente. Con la strategia implicita di mettere sotto tutela il paese disinnescandone la natura intrisecamente letale per la UE e per l’Euro. O, almeno, in teoria dato che le cure della Troika uccidono il paziente rimandando solo di qualche anno la resa dei conti.

 

—- Addendum: Ciampi e la UE per scongiurare la secessione —-

Con il consueto ritardo ho sfruttato il tempo libero per leggermi un numero di Limes dell’anno scorso, quello di ottobre dedicato al Muro di Berlino e alla Cortina di ferro [2]. Fra i vari contributi segnalo:

Ciampi

Nell’articolo si argomenta che «esiste un flo rosso che attraversa l’azione di Carlo Ciampi e che forse non è inutile ripercorrere, per porre interrogativi anche critici sulle singole scelte fatte. Quel flo rosso non fu, come si è detto e si sostiene l’europeismo, ma al contrario l’interesse nazionale italiano». Ciampi era convinto che lo Stato nazionale e repubblicano fosse in grave pericolo e che «fosse dunque prioritario metterlo al sicuro con l’aggancio ai paesi europei più forti e avanzati in un inestricabile groviglio istituzionale». Ma da dove nasceva questa paura? Beh, dalla secessione:

Quello che colpisce oggi, guardando ai fatti di allora, è la sensazione della fretta, di una sorta di urgenza estrema, nella gara per entrare nell’euro. Perché? Da cosa originava questa sensazione di battaglia per la vita e per la morte? Una, non l’unica, ma una delle più rilevanti convinzioni che spinsero Ciampi a una fretta indiavolata, a una determinazione ferrea verso l’euro era la estrema preoccupazione per il progetto secessionista della Lega Nord di Umberto Bossi. Ciampi lo prendeva molto sul serio e ne era preoccupatissimo. Era qualcosa che lo angosciava, che non gli sembrava né chiaro né ben compreso.

Siamo nei primi anni ’90 e la Lega è secessionista, non nazionalista. Da qui l’enfasi verso il progetto europeo e l’adesione all’euro proprio per evitare la secessione fra un Nord membro della futuribile eurozona e un Sud alla deriva nel Mediterraneo.

Per certi versi l’azzardo ciampiano è il contrario della Brexit: nel caso britannico l’élite inglese vuole costringere i sudditi riottosi di matrice allogena irlandese e scozzese (e forse gallese) all’interno del Regno Unito erigendo un muro nei confronti del Continente, nel caso italiano si è tentato di stemperare la fuga del Nord inserendo l’intero paese nello stesso contenitore. Entrambi azzardi geopolitici con possibili esiti catastrofici, dalla guera civile britannica all’implosione economica italiana.

Ennesimo paradosso italiano, un patriota che per salvare la Nazione sposa un progetto post-storico basato sull’illusione dell’obsolescenza degli Stati-Nazione. Ma siamo in Italia, il paese dei paradoss.i. Finché la realtà non impone pedaggio, s’intende.

 


[1] Cfr. https://www.agi.it/estero/news/2020-03-31/lettera-politici-italiani-contro-olanda-8030840/

[2] Cfr. https://www.limesonline.com/sommari-rivista/il-muro-portante

3 commenti su “Lo show nello spettacolo: l’Italia alle prese con la Realpolitik

  1. am
    6 aprile 2020

    ”solo in Italia l’idea di perseguire il proprio interesse nazionale sia “fazzzzisssta!”
    …purtroppo ci siamo rincoglioniti, succede.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 aprile 2020 da in politica con tag , , , , .
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