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Il paradosso: P.Iva e microimprese rendono l’Italia un paese prossimo al socialismo (sur)reale?

Tra i vari feticci dell’ultima grande religione della salvezza, quella comunista, possiamo trovare l’dea della proprietà collettiva dei mezzi di produzione  [1]:

Stando così le cose (e le cose stanno effettivamente così), spezzare il meccanismo di sfruttamento del lavoro significa, per la classe lavoratrice, abolire i rapporti di proprietà/appropriazione capitalistici, ossia abolire/eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione materiale complessi e concentrati, istituire su di essi una nuova forma di proprietà comune/collettiva (socialista) e superare completamente la forma giuridico-politica dello Stato capitalistico.

Occorre, in altre parole, che la maggioranza della classe lavoratrice prenda coscienza della necessità storica di collettivizzare sotto il proprio controllo, cioè di socializzare (per dirla con le parole di Marx ed Engels, di “trasferire alla società”) i grandi mezzi di produzione (le grandi e medie imprese e, soprattutto, i gruppi bancari-finanziari-assicurativi cioè il grande capitale industriale e finanziario), come primo passo per uscire dalle inevitabili e distruttive (per i lavoratori) crisi capitalistiche, nonché per iniziare a costruire un sistema economico di tipo socialista, democraticamente pianificato, più razionale e più equo.

I difetti di questo mito risiedono non tanto nell’inefficienza economica stampo URSS ma nella sua vaghezza pratica. Sostenere la proprietà collettiva è una cosa, realizzarla in termini pratici un’altra. Chi prende le decisioni? Essendo a proprietà collettiva chiunque può dire la sua pur non lavorandoci? Come risolvere il problema dell’efficienza in un contesto di grandi dimensioni? Nulla di nuovo, vi è un’ampia letteratura nell’ambito della sociologia dell’organizzazione e a quella rimando.

 

—- Il paese dei nanetti —

L’Italia è un paese socialista? No(n ancora), statalista e assistenzialista sì. Ma siamo anche il paese dei paradossi e dell’eterogenesi dei fini: e se vi dicessi che grazie al numero parossistico di partite Iva siamo più vicini ai paesi socialisti che a quelli capitalisti? Ricordiamo le dimensioni del mondo delle imprese italiano:

 

Tabella n° 1. Numero di imprese per numero di dipendenti, settore manifatturiero

Italia Germania Francia UK USA Giappone
 

1-9

 

319.021

 

124.486

 

186.658

 

100.491

 

229.045

 

287.122

 

10-19

 

39.924

 

38.157

 

13.077

 

13.040

 

46.635

 

40.011

 

20-49

 

19.194

 

18.015

 

9.552

 

9.414

 

37.495

 

32.915

 

50-249

 

8.491

 

16.759

 

5.407

 

6.301

 

23.065

 

21.161

 

250+

 

1.236

 

4.408

 

1.355

 

1.404

 

5.672

 

3.572

 

Totale

 

387.866

 

201.825

 

216.049

 

130.650

 

341.912

 

384.781

Fonte: Database online OECD, 2017.

 

Tabella n° 2. Numero di imprese per numero di dipendenti, servizi

 

Italia

 

Germania

 

Francia

 

UK

 

USA

 

Giappone

 

1-9

 

2.649.255

 

1.650.651

 

2.194.656

 

1.274.346

 

2.742.717

 

1.845.690

 

10-19

 

61.824

 

149.686

 

46.097

 

86.371

 

344.321

 

124.559

 

20-49

 

21.397

 

83.924

 

28.660

 

42.248

 

223.482

 

77.552

 

50-249

 

8.512

 

34.690

 

11.901

 

18.640

 

100.313

 

39.878

 

250+

 

1.639

 

6.205

 

2.455

 

4.299

 

19.732

 

6.836

 

Totale

 

2.742.627

 

1.925.156

 

2.283.769

 

1.425.904

 

3.430.565

 

2.094.515

Fonte: OECD, 2017.

 

I numeri saranno da aggiornare per via dell’ecatombe causata dal Covid anche se, ad onor del vero, mi sembra che a pochi interessi del collasso delle micro-imprese italiane.

Aggiungiamo poi [2]:

Self-employment is defined as the employment of employers, workers who work for themselves, members of producers’ co-operatives, and unpaid family workers. The latter are unpaid in the sense that they lack a formal contract to receive a fixed amount of income at regular intervals, but they share in the income generated by the enterprise. Unpaid family workers are particularly important in farming and retail trade. All persons who work in corporate enterprises, including company directors, are considered to be employees.

self employment rate

L’Italia presenta una quantità enorme di aziende e aziendine a conduzione familiare nonché un numero di Partite Iva decisamente impressionante. Questi due fattori rendono il paese un’anomalia fra le economie avanzate e anche un gustoso paradosso. C’è una bella differenza fra la proprietà collettiva e la conduzione familiare, questo è indubbio, ma in termini pratici rende il modello socio-economico italiano più simile a un’economia socialista rispetto a quella di un capitalismo avanzato basata sul management professionale. Difficile parlare di sfruttamento dell’uomo su uomo quando il tuo datore di lavoro è paparino…

Questi elementi fra l’altro spiegano anche la scomparsa dei partiti comunisti, marxisti o quel che sono: difficile fare la lotta di classe quando il tuo padrone… è tua madre! E le grandi aziende semplicemente lasciano il paese.

 

—- I dolori dei nanetti —-

Le micro-imprese, si sa, non sono esenti da pecche e problemi. Essendo a conduzione familiare sono sottocapitalizzate e dipendenti dal credito bancario (e l’Italia è un paese bancocentrico, praticamente). Con la spetaccolare scenetta degli imprenditori che fanno la predica allo Stato che deve essere come un padre di famiglia e non indebitarsi salvo poi lamentarsi delle condizioni dell’accesso al credito. Ma mica si indebitano, eh, nel loro caso si tratta di accesso al credito.

Il nanismo aziendale produce anche effetti perversi sul mondo dal lavoro: le ridotte dimensioni non permettono l’accesso alle pratiche HR mentre la specializzazione produttiva non richiede ricerche particolarmente complesse. Se al tutto aggiungiamo l’inutilità dell’intermediazione pubblica – siamo sul 3% del totale – possiamo apprezzare il ruolo dei legami deboli nella ricerca del lavoro, quelli che volgarmente vengono detti raccomandazioni pur equivocandone natura e scopi.

Sul piano professionale le ridotte dimensioni non permettono carriere folgoranti ma dettano l’esigenza di avere un fantuttone rendendo più complicati i requisiti d’accesso.  E per questi motivi le micro-imprese sono un pericolo per la maternità perché la perdita di una lavoratrice è una batosta enorme per il datore di lavoro sia sul piano del lavoro mancante sia sul piano degli oneri annessi. E indovinate come si risolve la cosa?

La ridotta dimensione, poi, rende anche più facile e rapido il fallimento con il rischio per il lavoratore di trovarsi in mezzo a una strada nell’arco di un paio di mesi. Una grande azienda dispone di maggiori risorse e di un’inerzia dimensionale che prolunga la crisi e l’eventuale fallimento su mesi o anni, mentre un negozietto difficilmente regge per qualche mese senza incassi.

Da ultimo il nanismo aziendale porta a specializzazioni produttive di livello basso o medio. Le ridotte dimensioni, inoltre, non portano alla nascita del ceto burocratico necessario per mandare avanti una struttura organizzativa di dimensioni rilevanti, quelli che vengono chiamati lavori d’ufficio. Da qui una ridotta domanda per l’istruzione universitaria e le relative difficoltà occupazionali. Salvo poi scoprire che se superi le Alpi trovi un lavoro in due settimane…

 

—- E le multinazionali che fanno? —-

Altro feticcio del socialismo reale è la lotta alle multinazionali o alle imprese di grandi dimensioni purché siano private. Esproprio proletario, come si diceva un tempo. Già, se però riprendete i numeri delle aziende italiane è facile notare che le multinazionali hanno già tolto il disturbo verso altri lidi e anche le imprese italiane ne seguono l’esempio.

Il risultato, tattavia, non è dei migliori:

Unemployment rate

Incredibile a dirsi ma dove le aziende si spostano abbiamo la piena occupazione, dove un tempo erano localizzate abbiamo la disoccupazione e la sottoccupazione.

E le vittime dello sfruttamento degli uomini sugli uomini che lavorano nelle multinazionali? Beh, lavori coerenti con gli studi, contratti a tempo indeterminato, salari che ti permettono di vivere nelle grandi città, benefit vari. Che orrore la piena occupazione!

L’Italia non è un paese dove domini il socialismo reale, questo no. Ma troviamo una particolare sottospecie, il socialismo surreale. Pensate solo alla domanda di statalismo e alla scarsa fiducia nella politica [3]:

Fiducia istituzioni

Ma un maggiore peso dello Stato nell’economia vuol dire un maggior potere a una classe politica di cui non si ha nessuna fiducia. Più Stato… e meno politica. Se non è surreale questo…

 


[1] Cfr. https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5928

[2] Cfr. https://data.oecd.org/emp/self-employment-rate.htm

[3] Cfr. http://www.demos.it/rapporto.php

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Questa voce è stata pubblicata il 1 giugno 2020 da in economia con tag , , , .
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