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Ciaone Cyberpunk: gli Stati > corporations

Avete mai sentito parlare del genere Cyberpunk [1]?

Genere narrativo in cui temi legati alla realtà delle società postindustriali (cibernetica, robotica, telematica, realtà virtuale, biotecnologie, clonazione) vengono elaborati fantasticamente nel segno di un’ideologia contestataria, di ribellione e critica sociale, analoga a quella del movimento punk o della musica punk rock. Originale sintesi di suggestioni tecnologiche e cultura underground, il c. si è affermato negli Stati Uniti nel corso degli anni 1980 grazie soprattutto al romanzo Neuromancer (1984) di William Gibson e a un’antologia di racconti di autori vari pubblicata da B. Sterling nel 1986, Mirrorshades. Adottando modalità narrative proprie della fantascienza, il c. si è poi aperto alla contaminazione con altri generi, particolarmente il noir, avendo tra i propri antecedenti il romanzo hard-boiled e tra i modelli più vicini autori come l’inglese J.G. Ballard o lo statunitense Philip K. Dick, autore di Do androids dream of electric sheep? (1968), da cui R. Scott trasse ispirazione per il film Blade runner (1982), uno dei sicuri punti di riferimento dell’immaginario cyberpunk.

Genere fantascientifico la cui estetica è a dir poco dominante  grazie a film come Blade Runner o Matrix. Ma il bello della fantascienza risiede nella capacità di prevedere e anticipare il futuro: il cyberpunk si può fregiare dello stesso vanto?

 

—- Il cyberpunk: le corporations non comandano —-

Come genere il Cyberpunk è caratterizzato da elementi quali:

  • Atmosfera noir;
  • Cyberspazio;
  • Distopia;
  • Predominio delle Corporations sugli Stati;
  • Ambiente sociale multiculturale e multietnico;
  • Hacker: ribelle verso il sistema;

Partiamo dalla curiosa idea che le Corporations tengano al guinzaglio gli Stati [2]:

AGI – È l’uomo d’affari più famoso in Cina e, per i suoi connazionali, il simbolo del “self made man”. Ma a 56 anni, Jack Ma deve ora gestire la decisione di Pechino che sembra intenzionato a tagliargli le ali: perché il miliardario, anche quest’anno in cima alla classifica degli uomini più ricchi della Cina, sta affrontando il momento più difficile da quando ha dato il via, nel 1999, alla sua piattaforma di e-commerce Alibaba, e vede erodersi la sua popolarità ai piani alti, e altissimi, della politica nazionale.

La decisione di mettere sotto inchiesta per pratiche monopolistiche la più grande azienda di e-commerce del Paese segna l’azione più aggressiva delle autorità di regolamentazione cinesi per mettere la briglia al crescente peso delle aziende tecnologiche cinesi. Dopo l’annuncio di Pechino, oggi le azioni di Alibaba Group Holding Ltd sono crollate di oltre l’8% (8,13%), il più grande calo giornaliero in sei settimane. Ma l’annuncio è soprattutto l’inizio formale della repressione del Partito Comunista contro il gioiello della corona, un gioiello dal dominio tentacolare, che abbraccia tutto, dall’e-commerce alla logistica e ai social media.

Ma è la Cina, si dirà. Va bene, eccovi gli USA [3]:

Fosse per loro, le farebbero a pezzi. Come era accaduto con i grandi monopoli del petrolio, le ferrovie o il telefono. Stiamo parlando delle compagnie digitali della Silicon Valley, che sono finite nel mirino dei deputati democratici. Non stanno simpatiche neppure ai repubblicani, che le accusano di avere pregiudizi contro il loro messaggio politico, ma il Gop è meno duro sui rimedi.

Dopo un’indagine durata 15 mesi sulle pratiche di questi colossi, i membri della Commissione Giustizia della Camera dei deputati Usa sono arrivati alla conclusione che Amazon, Apple, Facebook e Google hanno esercitato una forma di monopolio. Perciò chiedono una riforma delle norme antitrust degli Stati Uniti, e arrivano a prospettare la necessità di fare uno spezzatino di queste compagnie.

A cui aggiungere la Russia dove gli oligarchi vanno e vengono in base agli umori politici. In tutti e tre i casi citati lo Stato è superiore alle corporations al punto di poterle smantellare o, nel caso migliore, dirigerne l’operato in base ai propri imperativi strategici. Né tantomeno alle aziende di dimensione strategica si applica il mercato: la Silicon Valley non può contribuire alla tecnologia cinese ostacolando il Pentagono né la Cina o la Russia potrebbero comprare la Lockheed Martin senza che il Congresso abbia qualcosa da ridire in merito.

Dove comandano le corporations? Forse nei paesi del Terzo Mondo ma non si tratta delle aziende locali che, magari, dipendono dalla politica di quei paesi ma delle corporations delle grandi potenze. Come oggetti di influenza e non come soggetti politici in grado di perseguire i propri obiettivi in contrasto con quelli dei paesi d’origine.

Paradossalmente la musica è differente in Europa e il mercato talvolta riesce a imporsi anche sulla politica. Ma qui il motivo è scontato: l’Europa rientra nella sfera d’influenza americana ed è priva di autonomia e mentalità strategica. Il vivere in una dimensione post-storica a trazione economicista rende gli Europei (occidentali) più capitalisti degli Americani che, invece, adottano principi strategici in netto contrasto con la logica dell’homo oeconomicus come il perseguimento di un deficit commerciale verso l’estero.

Ma anche nel Vecchio Continente non mancano le eccezioni come la Francia dato che Parigi non solo si occupa della vendita dei propri mezzi bellici in modo autonomo perfino rispetto alle aziende produttrici ma ragiona in termini strategici anche nell’acquisizione di asset o nel permettere l’ingresso di operatori stranieri (chiedere a Fincantieri al riguardo).

 

—- Eroi di carta: dagli hacker al mondo multiculturale —-

Nel mondo del cyberpunk gli hacker non sono gli eroi della storia nel senso classico del termine e di solito rientrano nella categoria degli anti-eroi posti al margine della società. Spesso coinvolti in storie più grandi di loro senza poterci far nulla, gli hacker del mondo cyberpunk sono tendenzialmente ribelli e pronti alla critica sociale. Nella fiction… nella realtà avete mai sentito parlare di Cyber Warfare [4]?

Cyberwarfare is computer- or network-based conflict involving politically motivated attacks by a nation-state on another nation-state. In these types of attacks, nation-state actors attempt to disrupt the activities of organizations or nation-states, especially for strategic or military purposes and cyberespionage.

Although cyberwarfare generally refers to cyberattacks perpetrated by one nation-state on another, it can also describe attacks by terrorist groups or hacker groups aimed at furthering the goals of particular nations. It can be difficult to definitively attribute cyberattacks to a nation-state when those attacks are carried out by advanced persistent threat (APT) actors, but such attacks can often be linked to specific nations. While there are a number of examples of suspect cyberwarfare attacks in recent history, there has been no formal, agreed-upon definition for a cyber “act of war,” which experts generally agree would be a cyberattack that directly leads to loss of life.

La cronaca degli ultimi abbonda di notizie relative agli hacker russi e alle loro scorribande. Roba credibile perché la Russia non ha la stessa potenza di fuoco americana in termini di soft power (soprattutto nella dimensione mediatica) e le forze armate convenzionali per quanto enormi stanno vivendo un processo di rapida obsolescenza senza che il paese disponga delle risorse necessarie per stare dietro alla corsa agli armamenti in corso fra la Cina e gli USA.  Mosca ha dovuto intervenire nei due soli campi alla propria portata:

  • la dimensione strategica nucleare (missili e sottomarini);
  • la dimensione asimmetrica come quella del cyberwarfare;

Quali che siano le ragioni strategiche russe, ai fini di questo post si deve far notare che chi conduce le operazioni di ciberwarfare… rientra nella categoria di hacker in termini prettamente narrativi. Con la differenza che invece di essere degli anti-eroi sono degli impiegati al libro paga delle forze armate. Sono al libro paga del sistema con tanti saluti alla critica sociale. E non vale solo per la Russia ma per tutte le potenze che ambiscono a farsi riconoscere come tali. Ben lungi dall’essere un mondo nuovo in grado di rivoluzionare la realtà il cyberspazio è solo l’ultimo campo di battaglia per gli Stati.

Altra mania del cyberpunk è la dimensione multietnica e multiculturale. La cosa è coerente dal punto di vista narrativo perché il predominio delle corporations è possibile solo smantellando il potere degli Stati. Non potendo intervenire con le cattive – chi ha le divisioni corazzate? Gli Stati o Facebook? – si può far leva sulla mucillaggine sociale tipico delle società multiculturali che sono delle società solo di nome. Ma anche qui la realtà interviene facendo notare che multietnico non è sinonimo di multiculturale. E che nel mondo reale sia gli USA sia la Cina si premurano di garantire l’omogeneità culturale assimilando gli elementi culturali esterni al canone nazionale. Mentre i paesi dell’Europa occidentale non ci provano neppure essendo in preda al delirio del multiculturalismo pagando il prezzo di perdere completamente una postura geopolitica indipendente in attesa di più o meno probabili guerre civili a più o meno elevata intensità.

 

—- Cosa rimane del cyberpunk? —-

Se usiamo come metro di giudizio della bontà di un’opera di fantascienza la capacità di prevedere il futuro il cyberpunk risulta carente avendo azzeccato una discireta quantità di strafalcioni. Anzi, si potrebbe sostenere che sia semplicemente errato avendo completamente sbagliato l’analisi dei rapporti di forza fra entità politiche o le dinamiche sociali. Ma la fantascienza ha una dimensione narrativa, non di saggistica e da questo punto di vista è innegabile che le opere di questo genere abbiamo colonizzato l’immaginario per decenni. Da questo punto di vista nulla da eccepire, il cyberpunk si è ritagliato il suo posto nel variegato mondo fantascientifico.

Il discorso cambia se questa colonizzazione dell’immaginario diffonde idee perniciose quali la predominanza della dimensione economica su quella strategica o la curiosa idea che il futuro risieda nel multiculturalismo che in termini pratici non è altro che feudalesimo 2.0. Morale della storia? Se siete scrittori di fantascienza, provate a scrivere storie con delle basi solide non solo dal punto di vista scientifico ma anche da quello storico/sociologico/geopolitico…

 


[1] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/cyberpunk/

[2] Cfr. https://www.agi.it/estero/news/2020-12-24/jack-ma-fondatore-alibaba-mirino-regime-cina-10804213/

[3] Cfr. https://www.lastampa.it/esteri/2020/10/07/news/usa-democratici-contro-i-big-della-silicon-valley-amazon-apple-facebook-e-google-hanno-il-monopolio-1.39391149

[4] Cfr. https://searchsecurity.techtarget.com/definition/cyberwarfare

3 commenti su “Ciaone Cyberpunk: gli Stati > corporations

  1. negrodeath
    29 dicembre 2020

    Ciao, sono d’accordo su ogni cosa, ma (ci vuole per forza un ma, altrimenti non avrei scritto) volevo fare un appunto, da grande appassionato di fantascienza. Non la leggiamo per previsioni sul futuro: solo la cattiva fantascienza baserebbela sua riuscita sulla scommessa di aver previsto giusto. La fantascienza, più che prevedere, riflette da prospettive eccentriche. Quindi alla fine non importa che il frullino a energia solare non sia mai stato inventato, questo non lede l’efficacia di “L’anno del frullino” , se è un libro con una bella storia, dei personaggi riusciti, un’ambientazione ben costruita. Perché in quel caso, più che il frullino, conta l’impatto del frullino, di una tecnologia, sul mondo e la società (se mi spiego bene, eh).

    • Charly
      29 dicembre 2020

      Ciao,

      tempo fa avevo scritto un articolo – https://nichilismomonamour.wordpress.com/2013/09/13/la-guerra-del-futuro-il-paradosso-di-skynet/ – al riguardo:

      La vera fantascienza non si limita a (tentare di) prevedere o a fantasticare sul futuro più o meno prossimo, ma utilizza le tematiche dettate dalla scienza e dalla tecnologia futuribili per riflettere sulla società contemporanea. Di esempi se ne possono fare a bizzeffe e fra tutti opterei per la serie classica di Star Trek. Telefilm superato in termini prettamente narrativi e tecnologicamente fantasioso o superato, ma che può vantare lo status di classico per via delle tematiche trattate: le disuguaglianze fra i ricchi e i lavoratori, la logica della mutua distruzione assicurata e le armi di distruzione di massa, i dilemmi etici, la fratellanza umana (un ufficiale russo in piena Guerra Fredda).

      E in questo post ho scritto:

      Se usiamo come metro di giudizio della bontà di un’opera di fantascienza la capacità di prevedere il futuro il cyberpunk risulta carente avendo azzeccato una discireta quantità di strafalcioni. Anzi, si potrebbe sostenere che sia semplicemente errato avendo completamente sbagliato l’analisi dei rapporti di forza fra entità politiche o le dinamiche sociali. Ma la fantascienza ha una dimensione narrativa, non di saggistica e da questo punto di vista è innegabile che le opere di questo genere abbiamo colonizzato l’immaginario per decenni. Da questo punto di vista nulla da eccepire, il cyberpunk si è ritagliato il suo posto nel variegato mondo fantascientifico.

      La pensiamo uguale, mi sa.

      • negrodeath
        29 dicembre 2020

        Allora si vede che avevo frainteso: meglio così! E ora mi leggo l’altro post.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 dicembre 2020 da in Uncategorized con tag , , , , , .
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