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Lezione Afghane – Elogio dello Stato moderno, il ruolo della scuola per l’identità nazionale

Nella cronaca degli ultimi giorni abbiamo potuto assistere alla non proprio esaltante performance delle forze armate afghane. E sì che le premesse sembravano solide, ecco le parole del POTUS Biden [1]:

Because you — the Afghan troops have 300,000 well-equipped — as well-equipped as any army in the world — and an air force against something like 75,000 Taliban.  It is not inevitable.

Eppure le forze armate più che essere sconfitte sul campo, di solito, non hanno proprio sparato un colpo. Come è possibile?


—- L’Afghanistan non è uno Stato —-

Si potrebbe argomentare che la corruzione, l’assenza di una guida politica forte, la consapevolezza che il paese è stato consegnato ai Talebani nella noncuranza complessiva della comunità internazionale possano aver contribuito al disfacimento delle forze armate afghane. Senza dubbio, ma se aggiungiamo alla questione la disponibilità a combattere per il proprio paese [2]

Incredibilmente troviamo l’Afghanistan nella parte alta della classifica. Strano, non trovate? Certo, nei sondaggi si può dire quello che si vuole… o, forse, si deve sempre prestare attenzione al significato delle parole. Se chiediamo a un Afghano se è disposto a combattere per il proprio paese, infatti dovremmo prima metterci d’accordo sul significato del concetto “paese”. Non a caso l’Afghanistan è un coacervo di “etnie” [3]:

La religione è sempre quella, a cambiare è la cultura, la lingua. E considerata la natura tribale del paese, il senso di appartenenza. Non esiste lo Stato Afghano né tantomeno la Nazione Afghana. Esistono una miriade di gruppi “etnici”, bellicosi e pronti a combattere… ma non per gli altri. Anzi, magari, contro gli altri.

In pratica si è voluto creare un esercito nazionale, con relativo equipaggiamento e tattiche, senza che ci fosse una Nazione e neppure uno Stato. Salvo poi rimanere senza parole quando gli elementi tribali e clanici hanno preso il sopravvento.


—- L’Europa feudale: dal tribalismo allo Stato —-

Come di consueto dopo 5mila anni di storia documentata non succede nulla che non sia già successo in passato: ciò che sarà è già stato. Torniamo indietro di un millennio, nell’Europa post Carlo Magno, quella che di solito viene definita come Europa feudale. Com’era la mappa dell’epoca? Sulla carta semplice [4]:

Ma nella realtà complessa.

  • dal punto di vista politico c’era una forte sovrapposizione di poteri – Comuni/città libere vs Re, Re vs Imperatori, Imperatori vs Papi – anche all’interno della stessa entità politica;
  • la dimensione del potere pubblico era personalizzata – il Signore e non lo Stato – la burocrazia era ridotta al minimo, i poteri politici erano spesso ereditari;
  • dal punto di vista economico l’Europa era fortemenete frammentata: dazi, gilde, corporazioni, scarsa dotazione infrastrutturale, ridotti collegamenti;
  • dal punto di vista culturale la lingua usata in ambito politico e amministrativo – il latino – non era compresa dal grosso della popolazione. All’interno di uno stesso regno coesistevano più lingue con ridotta o nulla comprensione reciproca;
  • Mancavano standard condivisi come unità di misura, calendari, a volte persino le leggi.

A cui aggiungere occasionali presenze di altre religioni, Islam ed Ebraismo, o confessioni divergenti (la triade Cattolicesimo, Ortodossi e Protestanti e le “eresie” come i Catari).

Entità politiche del genere potevano funzionare? Ovviamente no. Le cronache dell’epoca ci raccontano uno stato di microconflittualità costante, un’azione politica frenata dalla mancanza di risorse e dal mancato controllo su ampie parti del proprio stesso territorio. L’azione più comune dei monarchi dell’epoca, infatti, era proprio quella di consolidare il proprio potere, recuperando i territori finiti nelle mani dell’aristocrazia. Ci vorrà un millennio dalla morte di Carlo Magno per superare il feudalesimo e approdare a quello che noi chiamiamo Stato: un apparato burocratico e impersonale che detiene il monopolio della violenza legittima su un determinato territorio e che è in grado di imporre la legge a cui tutti sono soggetti. Per rendere lo Stato efficace si è proceduti con l’esproprio del potere dalle mani dei “Signori” per poi passarlo ad anonimi burocrati. Si sono rimosse le barriere alla circolazione delle merci e delle persone, si sono unificati gli standard ed estesa un’unica legge su tutto il territorio nazionale. Se mi sposto da Torino a Firenze mi aspetto che gli standard, l’orario e le leggi rimangano sempre le stesse.

Una volta creato lo Stato, rimaneva la Nazione. Il Medioevo è per certi versi l’epoca della diversità: inizia con le migrazioni, finisce con le grandi scoperte geografiche. Tutto bello sulla carta ma uno Stato dove le persone non parlano la stessa lingua non ha un grande futuro sia per i problemi organizzativi che la cosa comporta, sia per l’inesistente senso di identità collettiva condivisa. Per rendere l’idea, al momento dell’unificazione dell’Italia si stima che solo il 10% della popolazione conoscesse l’italiano [5] e persino Cavour, il grande tessitore dell’unificazione nazionale, non padroneggiava molto bene l’idioma nazionale. Eppure, oggi, mi aspetto di poter utilizzare la lingua nazionale dalle Alpi alla Sicilia. Come mai?


—- Nazione vs etnia —-

A livello linguistico non c’è nessuna differenza fra il dialetto e la lingua nazionale e a rendere la lingua nazionale è la politica, non la grammatica. Anche in Italia, in virtù della  sua geografia complessa che favorisce la frammentazione, possiamo trovare una miriade di dialetti [6]:

Ma l’italiano ha trionfato… grazie alla scuola pubblica. Ricordate il motto “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”? Oggi lo chiameremmo Nation building, ma non è nulla di nuovo e per tutta l’Età Moderna fino a quella Contemporanea tutti gli Stati – a eccezione degli Imperi che in quanto tali non possono assumere una veste nazionale anche se quelli coloniali sono un caso a parte (Nazione più colonie extra mare vs Impero=gruppo etnico dominante sugli altri, Francia vs Austria per dire) – hanno tentato di crearsi una nazione imponendo un’omogeneità culturale sull’intero territorio nazionale. La scuola ne è stato uno strumento essenziale perché è servita a imporre la lingua nazionale e un canone culturale in modo da creare un senso di appartenenza condiviso. Il tutto cementato dal mito della Nazione con i suoi rituali, i suoi martiri, le sue tradizioni, basta vedere come la storia viene insegnata. Pratiche prese a piene mani dall’immaginario delle religioni universali e declinate in una dimensione laica con sommo scorno dei clericali che nelle religioni laiche nazionaliste vedevano il risorgere del paganesimo.

La sinistra rivoluzionaria per via del suo afflato universale – proletari di tutti i paesi – ha sovente criticato il processo di nazionalizzazione rimediando cocenti delusioni: proletari o meno, al dunque ci si riconosce nel gruppo di appartenenza culturale come ben han compreso i sovietici rispolverando il mito della Madre Russia. E se non è la Nazione, allora, è la tribù, il clan. E abbiamo già visto che il tribalismo non è sinonimo di nazionalismo.

Fra le varie critiche mosse alle identità nazionali la più divertente è quella che definisce le tradizioni come inventate concludendo che, quindi, sono anche false. Ma le Nazioni e le tradizioni sono espressioni culturali e tutta la cultura è inventata non essendo un atto della natura. Non mi pare che la cultura umana non abbia un effetto pratico solo perché è inventata. Il che ci porta al Teorema di Thomas:

Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze

È il vantaggio/dramma di poter creare l’universo di significati nel quale si vive.

Se in ambito sociologico si adopera di solito il termine “cultura”, non è raro imbattersi anche nel termine etnia in ambito antropologico o giornalistico [7]:

etnìa s. f. [dal fr. ethnie, der. del gr. ἔϑνος «razza, popolo»]. – In etnologia e antropologia, aggruppamento umano basato su caratteri culturali e linguistici. Spesso usato, nel linguaggio giornalistico, con il sign. di minoranza nazionale, gruppo etnico minoritario.

Ma al netto di un’intepretazione biologica – x è un gruppo etnico differente rispetto a y: in pratica sono una razza diversa? Ma le razze a livello genetico non esistono – “etnia” sembra essere un doppione di “cultura” a meno di non considerare specifico del termine un senso di alterità e di identità escludente. Ma rimane comunque un elemento soggettivo e trattabile di attività culturale/politica. Consideriamo normale percepire come etnie distinte i Tagiki e i Pashtun ma rideremmo in faccia a chi dovesse fare lo stesso fra i Piemontesi e i Siciliani. Eppure hanno avuto molta più storia in comune i primi che non i secondi. A fare la differenza è stato, per l’appunto, l’operazione di Nation building pre e post 1861.


—- La cultura: cambiare per essere sempre gli stessi —-

Una cosa abbastanza ovvia è che la cultura è multiforme sia in termini cronologici – da un’epoca all’altra – sia in termini geografici – da un paese all’altro – ed è sempre in perenne mutamento anche all’interno dello stesso gruppo culturale/identità collettiva. L’Italia di oggi non è la stessa del 1960 o del 1930 eppure sempre Italiani siamo. Non c’è modo di fermare il mutamento, neppure i regimi totalitari o le religioni monoteiste sono in grado di perpetuarsi all’infinito uguali e immutate in termini dottrinari. L’eresia o, se preferite, la mutazione culturale sorgerà sempre quale che siano gli strumenti di repressione adottati anche solo per una mera questione di ricambio generazionale. Ma quale che sia il mutamento culturale in atto il senso di appartenenza può rimanere intatto con il paradossale effetto che si può rimanere gli stessi pur essendo diventati differenti (i Giapponesi di ieri con quelli di secoli fa, per dire).

Se si vuole costruire una Nazione, allora, si deve partire da due punti di fondamentale importanza:

  • la cultura è in perenne cambiamento;
  • il senso di identità condiviso sorvola allegramente su eventuali mutamenti;

In termini pratici per avere un identità collettiva occorre avere degli elementi in comune, la lingua su tutti, ma non si deve eccedere nell’attività normativa. Troppi dettaggli imporranno meccanismi di controllo sociale che sono dannosi in termini di sviluppo socio-economico e fallimentari sul lungo periodo. Non c’è bisogno di un libro sacro dalle centinaia e centinaia di pagine, bastano le Massime Delfiche per costruire un codice culturale condiviso su cui innestare usi e costumi.

Se la cultura è plastica, tuttavia, non si deve commettere l’errore di considerarla un pezzo di carta bianca. Se la geografia è destino, la storia è fardello e non la si può ignorare se non a proprio rischio e pericolo come i rivoluzionari hanno spesso scoperto a proprie spese. È più facile convincere gli Italiani e non i Lituani di essere eredi dell’Impero Romano anche se l’Italia come Nazione nasce con lo smembramento dell’Impero Carolingio. Il nostro paparino è Carlo Magno, non Augusto.

La linea di condotta più proficua, quindi, è quella che parte dalla storia e che con mano leggera modifica il modificabile per adattarsi al mondo senza strafare o imporre dall’alto, consapevole che non c’è la necessità di invadere il privato e le preferenze individuali. Si guida il cambiamento con approccio empirico, non lo si impone né si tenta di bloccarlo.


—- Il dramma italiano: la scuola rivoluzionaria —-

La scuola è essenziale nel processo di costruzione di una collettività perché è in grado di trasmettere i valori e la storia di una comunità forgiando l’identità condivisa. Così facendo, però, si riduce la complessità culturale imponendo un maggior grado di omogeneità culturale sul territorio. D’altronde nessuna torta è gratis, no?

La storia italiana si divide inevitabilmente fra un pre 1945 e un post 1945. Con la disastrosa sconfitta rimediata durante il Secondo Conflitto Mondiale, l’Italia perde lo status di potenza e diviene un satellite nel campo americano. Ma perggio ancora è la politica interna dove si viene a configurare un centro politico perennemente al Governo e un’opposizione di matrice rivoluzionaria che riesce a imporre la propria egemonia culturale nel mondo culturale e nella scuola. Ma l’ideologia rivoluzionaria presuppone una feroce critica alla situazione esistente altrimenti non avrebbe senso buttare giù e rifare tutto da capo. Alla fine la rivoluzione non è arrivata ma l’incessante lavoro di svalutazione della cultura italiana ha innestato un complesso di inferiorità autorazzista:

l’Italia è tanto brutta e bisogna fare la rivoluzione, quindi gli italiani sono antropologicamente inferiori soprattutto quando non ascoltano le sirene rivoluzionarie (fascisti, razzisti, plebe, populisti, eccetera). Ma siccome io sono migliore per definizione perché voto quelli giusti, per italiani intendo italiani-io.

Non è un caso se l’Italia non presenta una politica estera, degno coronamento di una collettività che riesce nell’impresa di definire l’interesse nazionale come “fascista”. Persegue politiche di mero principio trascurando le politiche applicabili che però richiedono un prezzo da pagare. Mentre in Italia si starnazzava dei soliti principi elevati i Turchi e i Russi hanno messo piede in Libia usando le proprie leve di proiezione strategica, dalle armi ai mercenari. Con il risultato che adesso abbiamo i Turchi e i Russi sotto casa e i clandestini li prendiamo noi. E in caso di conflitto USA-Turchia i missili turchi colpiranno le installazioni militari americane in Sicilia.

Più in generale l’egemonia culturale rivoluzionaria ha portato all’esaurimento del senso di collettività, dell’identità condivisa, del nostro ruolo al mondo. Non abbiamo nulla da tramandare alle nuove generazioni perché è tutto sbagliato, desideriamo annullarci in entità politiche più grandi come la UE che però è strutturalmente impossibile. Se innestiamo all’individualismo anarchico italico e all’innata sfiducia nelle istituzioni ne viene fuori l’Italia attuale: un paese allo sbando, privo di una visione condivisa, timoroso del futuro, dove il gioco politico è un gioco a somma zero che si riduce alla lotta per le risorse. E con gli italiani che si vantano di essere cittadini del mondo pur vivendo nella cità dove sono nati a 20 km da mammà.

In effetti l’identità condivisa ricopre una duplice funzione: crea ordine all’interno del paese, dona senso alla storia individuale. In assenza di un destino condiviso rimangono solo le pecore anarchiche che non vogliono avere a che fare con la comunità ma che pretendono che lo Stato sia sempre disponibile per le sue esigenze.

Ma siamo partiti dall’Afghanistan e lì torneremo. Ecco l’ultimo feticcio rivoluzionario, degno coronamento dell’approccio svalutativo per l’identità nazionale, il multiculturalismo [8]:

multiculturalismo Orientamento politico e sociologico volto a promuovere il riconoscimento e il rispetto dell’identità linguistica, religiosa e culturale delle diverse componenti etniche presenti nelle complesse società odierne.

Con le richieste di riconoscimento politico, privilegio socio-economico (la discriminazione positiva), di modifica dei programmi scolastici non più Nazione-centrici, di rimozione di un canone culturale dominante che detta la dimensione nazionale. Ma la domanda è sempre quella: abbiamo già avuto un perido storico dove all’interno dell’entità politica coesisteva una pluralità di identità politiche, di culture fra loro anche ostili, dove non c’erano standard condivisi e le leggi variavano in base alla zona? Dove non contava l’individuo in quanto tale ma l’appartenenza a un ceto/classe che dettava i diritti e i doveri? Dove una parte della popolazione godeva di privilegi dettati da fattori ascritti, di nascita? Dall’elevata microconflittualità, dall’esistenza di comunità segregate dal resto della società? Sì, si chiama feudalesimo. Ma chiamarlo così pare brutto, meglio usare il termine multiculturalismo. È la stessa cosa ma è così alla moda e politicamente corretto. Si cerca l’universalità ma si otterrà solo il tribalismo.

Ricordate, ciò che sarà è già stato. Con buona pace dei rivoluzionari che stanno riscrivendo il passato, non il futuro. E l’Afghanistan è lì a rammentare quanto bene funzionano quel tipo di società.


Approfondimenti:


[1] Cfr. https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2021/07/08/remarks-by-president-biden-on-the-drawdown-of-u-s-forces-in-afghanistan/

[2] Cfr. https://www.gallup-international.bg/en/33483/win-gallup-internationals-global-survey-shows-three-in-five-willing-to-fight-for-their-country/

[3] Cfr. https://www.newstatesman.com/blogs/the-staggers/2010/01/afghanistan-160-ethnic-uzbeks

[4] Cfr. https://mapsontheweb.zoom-maps.com/post/98534333312/europe-in-1000-ad

[5] Cfr. https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/italiano_dialetti/Trifone.html

[6] Cfr. https://linguaenauti.com/2016/01/10/lingue-o-dialetti-una-passeggiata-tra-le-varieta-italiane/comment-page-1/

[7] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/etnia/

[8] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/multiculturalismo

2 commenti su “Lezione Afghane – Elogio dello Stato moderno, il ruolo della scuola per l’identità nazionale

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Questa voce è stata pubblicata il 19 agosto 2021 da in storia con tag , , , .
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