Charly's blog

Le illusioni degli imbelli: l’autonomia strategica dell’Europa

La difficile situazione afghana sta monopolizzando l’attenzione pubblica riuscendo nell’impresa di mettere in secono piano situazioni che dovrebbero allarmarci, e anche parecchio, tipo quello che sta succedendo in Tunisia. In compenso vecchie idee ritornano alla ribalta [1]:

Roma, 27 ago. (Adnkronos) – “L’Europa ha l’urgenza di essere più protagonista sulla scena mondiale. Abbiamo registrato che gli interessi strategici degli Stati Uniti, che sono i nostri principali alleati, non necessariamente coincidono sempre con gli interessi strategici dell’Europa. Quindi dobbiamo accelerare sul versante dell’autonomia strategica dell’Europa, non in alternativa alla Nato e al rapporto transatlantico, ma in modo complementare”. Lo ha afermato Marina Sereni, viceministro agli Affari Esteri, durante la puntata odierna della trasmissione ‘Agorà Estate’, il programma condotto da Roberto Vicaretti su Raitre.

Cosa potrà andar storto? Che so, tipo la dura replica della realtà?


—- Autonomia strategica? Che roba è? —-

Un modo per far bere l’amaro calice alle persone è quello di usare termini altisonanti o giri di parole privi di sostanziale significato (le celebri “missioni di pace”, il Ministero della guerra ribattezzato Ministero della difesa). La nostra analisi, pertanto, non può che partire dalla definizione del problema: cosa vuole dire autonomia strategica [2]?

the autonomy the EU is after is “strategic”, suggesting that, in living by its laws, the EU aims to pursue its strategic interests – a notion that resonates with the “geopolitical Commission” or the Union which “speaks the language of power”.

Salvo poi aggiungere:

European strategic autonomy is necessary to retain structural power in a multipolar era in which the US is mainly preoccupied with its domestic and foreign policy priorities, in which countries like China and Russia pose threats and challenges, and vacuums in the EU’s surrounding regions are being filled by regional and global players in ways that openly contradict European interests as broadly defined by the EU Global Strategy. European strategic autonomy is necessary to enhance institutional power at a time in which multilateral institutions, norms and regimes are weakened just when they are needed most to address the exquisitely transnational challenges of our times. Finally, European strategic autonomy is necessary to wield the productive power to protect and promote the European narrative of rights, openness, democracy and cooperation at a time in which these values are openly questioned and undermined.

Insomma, si parla il linguaggio del “potere/forza/potenza” ma poi usiamo il multilateralismo… che non vuol dire nulla. Se si prendono le varie organizzazioni sovranazionali – dalle Nazioni Unite alle varie leghe (tipo quella araba) o unioni (tipo quella europea o africana) – è facile notare che il loro peso geopolitico è pari a 0. Se consideriamo gli attori geopolitici rilevanti, invece, non si tratta di multilateralismo ma diplomazia, relazioni internazionali, rapporti di forza, disponibilità allo scontro anche violento.

Cosa possiamo concludere? Che un’Europa (UE? Nato? Europa geografica? Non coincidono) autonoma a livello strategico è un attore in grado di perseguire i propri interessi usando, se necessario, il linguaggio della forza e della violenza. Leggasi: quello militare, anche “boots on the ground” come dicono gli Americani.


—- Dove duole il dente: la difesa —-

Se Trump e Obama avevano una cosa in comune era quella di irridere gli scrocconi europei: sono membri della Nato ma non rispettano neppure gli obblighi minimi che l’adesione dell’alleanza impone né sono in grado di difendersi da soli, figurarsi a dare un contributo in termini operativi [3].

In effetti l’autonomia strategica europea… non è tanto autonoma:

It is a truism to state that the transatlantic defence relationship will continue to be asymmetric and that Europeans will continue to need US involvement in the defence of Europe. However, this does not mean they should not be investing more in European defence, nor that a rebalancing of transatlantic defence ties would be against European or transatlantic interests.

In pratica si vuole essere autonomi, fare i propri interessi ma al dunque deve essere papà America a sputare sangue per gli altri. Quantomeno curioso, non trovate?

Per mettere la questione nella giusta prospettiva è bene far notare che il rapporto USA/UE non può essere paritario perché i primi hanno occupato militarmente il continente in seguito al secondo conflitto mondiale. Gli Americani comandano, gli Europei obbediscono. Né gli USA possono lasciare l’Europa in quanto perno essenziale del suo impero:

  • occupando il continente evitano il sorgere di una potenza egemone locale che potrebbe allearsi con Russia e Cina minando la posizione americana nell’intera massa eurasiatica;
  • l’Europa è una piattaforma strategica fondamentale per la proiezione in Medio Oriente e Nord Africa;
  • l’Europa è essenziale per il contentimento della Russia in termini strategici e della Cina in termini economici;

L’unica autonomia strategica possibile stante gli attuali rapporti di forza, è quella che coincide con gli interessi americani: o perché agli USA non interessa un determinato settore (tipo la Libia) o perché è coerente con la strategia americana (contenere l’influenza turca o russa in Medio Oriente e Nord Africa). Non è sorprendente che gli USA incentivino gli Europei a prendersi un ruolo maggiore nel loro quadrante geografico perché gli Americani vogliono concentrare le forze nel Pacifico in funzione anti Cinese. Ma così facendo devono appaltare la difesa del Vecchio Continente, almeno una parte, agli Europei stessi. In pratica l’autonomia strategica europea non è altro che il liberarsi di un fardello da parte americana.

Semplice? Beh, no. Al netto di quelli de “ah, il multilateralismo!” – o i geni dell’Europa “potenza civile” che poi si lamentano che in ogni crisi internazionale la UE non risulta pervenuta – è evidente dal contesto internazionale che lo status di potenza presuppone la disponibilità alla violenza. Ma l’Europa ha forze armate in condizioni pietose, eredità di decenni di sottofinanziamento. E visto che il vincolo di bilancio vale anche per la UE, fra l’altro in un contesto dal debito pubblico mediamente alto, raddoppiare o addirittura triplicare le spese militari vuol dire tagliare da un altro versante: chi vuole aumentare la spesa militare dell’1% del Pil tagliando la sanità, la scuola o la spesa previdenziale? Nel Continente al mondo che più spende in welfare, poi.


—- Il fattore umano: gli Europei sono merce scadente —-

Dobbiamo poi considerare un altro fattore: l’Europa è il continente più vecchio al mondo [4]:

Un tempo questo fattore avrebbe pregiudicato ogni forma di proiezione di potenza – con buona pace dell’ageism, i 50enni sono dei pessimi soldati comparati ai 20enni – ma oggi che stiamo entrando nell’epoca della robotica non è più così. Serviranno probabilmente una o due generazioni affinché droni e robot possano prendere il posto di mezzi corazzati e aerei, tre o quattro per gli androidi per affiancare i soldati. Ma tutti questi giocattolini tecnologici costano e anche parecchio. Senza dimenticare che l’autonomia strategica dovrebbe andare di pari passo con l’autonomia economica: devi essere in grado di produrre quei mezzi militari prima di schierarli sul campo di battaglia. E per farlo devi essere indipendente dai capricci dei tuoi potenziali nemici. Il protezionismo di interi settori strategici – industriale, infrastrutture ma anche la scuola – è la norma in ambito strategico. Ma questa linea di condotta presenta costi in termini di bollette, sussidi, limitazione alle scelte individuali. Da aggiungere alle risorse destinate alle spese militari e da tagliare alla spesa sociale. Gli USA sono gli USA perché non hanno un welfare universale, la UE è la UE perché ha un welfare universale.

Manca la volontà politica, si sente dire, ma la volontà politica si forma con l’opinione pubblica. Il fattore secondario che previene la UE nel diventare una potenza – quello essenziale è lo status di occupazione militare del continente da parte degli USA – è che l’Europeo medio (anziano, sovrappeso, fuori forma, interessato solo ai consumi) vive completamente al di fuori del mondo avendo scambiato un periodo di pax imperiale con il progresso e i diritti. Gli Europei, in particolar modo quelli occidentali, hanno rimosso la violenza dal loro immaginario collettivo sia nei rapporti internazionali sia nei rapporti personali (al massimo declinata nella violenza verbale dei social media: provate a bloccare su Twitter il nemico che vi bombarda) con il risultato di non essere in grado di reagire alle aggressioni. E peggio ancora sono stati educati al disprezzo per la propria cultura, all’inseguimento del tribalismo spacciato per multiculturalismo, a una dimensione post-storica che riduce tutto all’atto economico, al guadagno e non ai sacrifici. Tutta merce non spendibile nell’agone internazionale. Guardatevi intorno: andreste in battaglia con persone convinte che l’uomo “bianko!!1!” sia colpevole di tutto, che le Nazioni sono obsolete, che le battaglie che contano sono i pronomi o i trans?

Nell’Europa dell’Est, però, il quadro è più roseo e persiste una mentalità storica in grado di adattarsi al mondo. Per Nazioni che hanno conosciuto l’esperienza di essere cancellate dalle cartine geografiche (la Polonia, l’Ungheria ma anche la Serbia, la Bulgaria) o l’occupazione militare straniera (tutte quelle a Est di Vienna, in pratica) è normale essere conspevoli che la storia non è finita né può finire finché l’umanità sarà in circolazione. E che se i miti erediteranno la terra, per ora il mondo è appannaggio dei violenti. Proprio da questa frattura culturale nasce il perenne contrasto fra la Vecchia Europa e la Nuova: i primi piagnucolano sui migranti senza chiedersi quali siano le conseguenze di aprire le frontiere, i secondi non vogliono fare la fine della Francia o della Svezia ben consapevoli che l’uniformità culturale è un assetto fondamentale in guerra. E la diversità non è ricchezza, senza assimilazione culturale al ceppo dominante è solo il preludio alla guerra civile. Ma anche qui, storia vecchia già vista e stravista. Autonomia strategica europea? Ma dove volete andare con queste risorse umane?


—- La geografia è destino —-

Ma anche se il materiale umano fosse meno scadente rimane il problema della realtà esterna nella forma della geografia [5]:

La geografia è destino e impone gli obiettivi strategici agli attori politici. Possiamo notare evidenti linee di frattura:

  • le isole britanniche presentano due entità troppo piccole e irrilevanti, Irlanda e Scozia, è una terza che se non fosse troppo presa a non perdere il controlo dell’arcipelago avrebbe come imperativo strategico il divide et impea del continente;
  • la Grecia è alla prese con la Turchia e non ha motivi di attrito con la Russia;
  • la Grecia, l’Italia e la Spagna sono alle prese con i flussi migratori che non interessano minimamente l’Europa dell’Est sia per la geografia sia per l’attrattiva. I migranti vogliono andare in Germania, Francia, UK, Svezia, Olanda, non Polonia o Romania;
  • l’Europa dell’Est e gli Scandinavi temono la Russia, l’Europa occidentale non ha motivi d’attrito con Mosca;
  • Portogallo e Irlanda sono piccoli e isolati, non hanno motivo né la possibilità di dedicarsi ad avventure strategiche qua o là;

E quali sarebbero gli obiettivi strategici in comune?

La UE è troppo grande, la sua diversità culturale troppo ampia non permette di sovrascrivere gli imperativi geografici. Non puoi avere una polis dove si parlano 23 linguaggi ufficiali differenti. L’unica forma politica possibile sarebbe quella imperiale ma tutti gli imperi hanno un gruppo etnico/culturale dominante e un impero a guida tedesco perderebbe l’intero Est Europa, causerebbe l’ostilità degli Inglesi e degli Americani. Ma è pura fantascienza perché anche i tedeschi quanto a vivere nelle fantasie post-storiche non scherzano.

Per avere un attore politico degno di questo nome si dovrebbe da un lato operare sul lato culturale promuovendo il nazionalismo e l’orgoglio per la propria cultura e storia, l’esatto contrario di quanto fatto fin qui. Dall’altro lato si dovrebbe accettare il concetto di “dimensioni massime”. Un possibile Stato europeo non dovrebbe eccedere la dimensione carolingia in modo da ridurre la complessità a 3 lingue: tedesca, francese, italiana. Al netto degli Svizzeri che rimarrebbero fuori, avremmo la Francia, l’Italia, la Germania, il Lussemburgo e la Vallonia. Un difficile equilibrio che si reggerebbe su tre fattori:

  • l’innato servilismo italiano che non pone minacce agli altri due paesi;
  • la forza economica tedesca;
  • il tentativo francese di inglobare gli altri due Stati;

Ma di nuovo è pura fantascienza non solo perché gli USA non permetterebbero mai una cosa del genere finché sono dominanti nel Vecchio Continente, ma anche perché le unioni paritarie fra Stati non si sono mai viste e c’è sempre un attore dominante sugli altri. La Germania oggi prenderebbe il sopravvento per via della stazza economica ma la Francia non accetterebbe mai un esito del genere riducendo il nostro nuovo Stato a una riedizione del Sacro Romano Impero. Sul lungo periodo, invece, la demografia porterebbe al successo francese riportandoci all’Impero Napoleonico.

Ma rimanendo nel presente basta far notare che l’Italia è un paese semi fallito che si barcamena fra un epilogo argentino e uno venezuelano, la Francia veleggia verso la guerra civile come ampiamente denunciato dalle forze armate e dai servizi segreti francesi, persino da Macron. E in Germania sono convinti di poter fare una maxi Svizzera, inconsapevoli che per una mera qeustione di taglia la Germania è un elemento perturbatore della geopolitica tedesca.

Se si vuole avere una possibilità di successo nel costruire un attore politico europeo bisogna prendere atto che:

  • la UE attuale è troppo grande, si deve ridurre le dimensioni e la diversità culturale a una taglia realistica in termini geopolitici;
  • il ruolo degli USA è essenziale: finché gli Americani sono egemoni non si farà nulla ma nel frattempo si può iniziare a fare i compiti a casa rimettendo a posto gli Stati e abbandonando le idiozie federaliste;

E, soprattutto, si deve riforgiare una mentalità immersa nella storia, consapevole della necessità della ferocia e della crudeltà nelle vicende umane. Si deve riesumare l’orgoglio per la propria storia e cultura abbandonando ogni velleità di universalismo. Noi siamo noi e loro sono loro: se i nostri mezzi sono migliori perché dobbiamo insegnarli ai nostri rivali? E se i mezzi dei nostri rivali sono migliori perché non copiarli? Un lavoro lunghissimo, almeno un paio di generazioni. E il lettore mi perdonerà se sono scettico su uno scenario del genere: per ché è cresciuto a pane e ideologia neppure la dura replica della realtà è sufficiente.


Approfondimenti:

_ idealismo vs realismo: https://www.affarinternazionali.it/2021/08/idealismo-e-realismo-sulla-difesa-europea/

_ autonomia strategica: https://ilcaffegeopolitico.net/202482/lautonomia-strategica-europea


[1] Cfr. https://www.affaritaliani.it/notiziario/afghanistan_sereni_europa_deve_acquistare_autonomia_strategica-221348.html

[2] Cfr. https://www.iai.it/sites/default/files/9788893681780.pdf

[3] Cfr. https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_184844.htm

[4] Cfr. https://ourworldindata.org/grapher/median-age?time=2020

[5] Cfr. https://www.investopedia.com/terms/e/europeanunion.asp

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 27 agosto 2021 da in geopolitica con tag , , , , , , , , .
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