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Scuola: valvassori o Excel?

Nel paese dei paradossi non sorprende scoprire che la scuola italiana pur avendo subito quasi una riforma a legislatura negli ultimi 30 anni sia comunque da riformare per evidente obsolescenza e inefficacia formativa. Già, ma come fare? Ecco un’idea da parte dell’Istituto Liberale:

Scontate le levate di scudi da parte delle madrasse umanistiche che denunciano la “rozzezza culturale” dell’idea (qualunque cosa voglia dire) o dei socialisti che contestano il mercato come principio ordinatore delle scelte scolastiche. Tanto loro vivono di sussidi statali…

Vi soprende scoprire che tutti quanti hanno torto?


—- La scuola: come siamo messi —-

Al netto di decenni di riforme, la scuola italiana conserva tuttora l’impostazione di Gentile, autore della “più fascista” delle riforme. Abbiamo un percorso comune nei primi 5 anni e nei successivi 3. Qui, però, abbiamo il grande filtro al servizio della trimurti gentiliana:

  • il liceo come prepedeutico per l’università;
  • i tecnici;
  • i professionali;

I programmi scolastici, ovviamente, cambiano in base al percorso scelto.

Una simile impostazione, tuttavia, comporta un piccolissimo problema in termini professionali: come si può scegliere quello di cui non si ha esperienza e conoscenza? In effetti gli studenti sono chiamati a prendere una scelta che dovrebbe influenzare tutta la loro vita adulta a 13 anni senza aver prima provato in prima persona le possibili scelte. Alle medie non si studiano ragioneria o le materie tecniche: come posso sapere di essere portato al percorso di studio di perito meccanico senza aver prima provato le materie caratterizzanti? Si ovvia il problema con il profitto scolastico: se si è bravi si finisce al liceo, se si è discreti ai tecnici e per i falliti rimangono i professionali. Con la dubbia logica che se sei un ottimo studente in terza media sarai anche un ottimo ingegnere… 10 anni dopo. Perché? Boh.

Ma non esistono torte gratis e una simile tendenza ha portato a due effetti imprevisti:

  • La liceizzazione degli studi;
  • L’apologia dell’ignoranza;

Siccome essere etichettati come falliti non è proprio il massimo della vita, si cerca di entrare nella serie A segli studi, i licei:

I Licei, con il 57,8% delle preferenze, si confermano in testa alle scelte delle studentesse e degli studenti. Seguono gli Istituti tecnici, con il 30,3% delle iscrizioni, e i Professionali, scelti dall’11,9% delle ragazze e dei ragazzi.

——–

Rimane sostanzialmente stabile il Classico, scelto dal 6,5% delle ragazze e dei ragazzi (il 6,7% un anno fa). Ancora in crescita l’interesse per gli indirizzi del Liceo scientifico, che passano dal 26,2% delle preferenze di un anno fa al 26,9% di quest’anno. Scendendo nel dettaglio, ha scelto lo Scientifico tradizionale il 15,1% dei ragazzi (un anno fa era il 15,5%), il 10% ha scelto l’opzione Scienze applicate, che è in crescita (l’8,9% l’anno scorso), confermata la scelta delle sezioni dello Scientifico a indirizzo Sportivo da parte dell’1,8% delle studentesse e degli studenti. Il Linguistico scende dall’8,8% all’8,4% delle scelte. Cresce l’Artistico, dal 4,4% al 5,1%. In aumento anche l’interesse per il Liceo delle Scienze umane, dall’8,7 al 9,7% delle preferenze. In particolare, l’indirizzo tradizionale sale dal 6% al 6,5%, l’opzione Economico-Sociale sale dal 2,7% al 3,2%. Stabile il dato per i Licei ad indirizzo Europeo e internazionale (0,5%). I Licei musicali e coreutici scendono dall’1% allo 0,7%.

Un terzo delle scelte è ancora per i Tecnici che, sostanzialmente, tengono: li sceglie il 30,3% delle studentesse e degli studenti (il 30,8% un anno fa). Il settore Economico scende al 10% dall’11,2%, cresce il Tecnologico, dal 19,6% al 20,3%. Gli Istituti professionali segnano un calo dal 12,9% all’11,9% delle scelte.

Ma i licei, si è detto sono propedeutici per l’università: abbiamo un relativo aumento delle immatricolazioni universitarie? No [2]:

Senza dimenticare chi si iscrive all’università ma non completa il percorso universitario. In pratica con questa impostazione abbiamo fatto collassare la qualità degli istituti tecnici e professionali per avere in cambio qualche laureato in lettere o antropologia che nel migliore dei casi finiranno a fare i docenti a scuola (magari nelle materie scientifiche…). Considerato che è in corso una rivoluzione industriale basata sull’hi-tech non mi pare un gran bell’affare.

Al lato opposto della liceizzazione abbiamo l’apologia dell’ignoranza da parte dei laureati all’università della strada. Solita storia, essere etichettati come falliti non piace a nessuno e da qui il sorgere di una controcultura rispetto all’idea della “Cultuva” propalata nelle madrasse umanistiche. Purtroppo il disprezzo per la “Cultuva” è tracimato anche nei confronti delle discipline scientifiche e nella scienza in generale. E ahinoi gli scienziati di solito sono delle teste di legno e non sono in grado di organizzare campagne di egemonia culturale al netto delle convention sci-fi…


—- La scuola e il mondo del lavoro —-

Ma torniamo alla questione della scuola e del mondo del lavoro. Siccome siamo in Italia qui siamo bipolaristi solo nelle discussioni pubbliche con l’inevitabile comparsa di due tifoserie contrapposte. Così possiamo trovare:

  • da un lato i jihadisti della “Cultuva”: latino&letteratuva, dobbiamo formare i cittadini! Fino a quando Cacciari non prova a dire bah sui vaccini, allora ci si ricorda che il “senso critico” non viene dalla filosofia ma dalla conoscenza di una materia specifica;
  • dall’altro gli ultras del mercato, viva Excel e via i valvassori dalla scuola;

Che dire? Beh, questo [3]:

MATERIE
III ANNO:Religione o attività alternative; Lingua e lettere italiane; Storia ed educazione civica; Lingua inglese; Matematica; Elettrotecnica e laboratorio; Elettronica; Meccanica e macchine; Sistemi automatici; Tecnologia, disegno e progettazione; Educazione fisica.
(Ore settimanali di lezione n. 36)
IV ANNO:Religione o attività alternative; Lingua e lettere italiane; Storia ed educazione civica; Economia industriale con elementi di diritto; Lingua inglese; Matematica; Elettrotecnica e laboratorio; Elettronica; Sistemi automatici; Telecomunicazioni; Tecnologia, disegno e progettazione; Educazione fisica.
(Ore settimanali di lezione n. 36)
V ANNO:Religione o attività alternative; Lingua e lettere italiane; Storia ed educazione civica; Economia industriale con elementi di diritto; Lingua inglese; Matematica; Elettrotecnica e laboratorio; Elettronica; Sistemi automatici; Telecomunicazioni; Tecnologia, disegno e progettazione; Educazione fisica.
(Ore settimanali di lezione n. 36)

Si tratta dellle materie del triennio dell’istituto tecnico industriale. Notate qualcosa, tipo le materie caratterizzanti quel preciso percorso scolastico? Quanto basta per concludere che in caso di carenze di tipo professionali il problema non risiede nella storia o nella letteratura italiana ma nella pessima istruzione ricevute nelle materie caratterizzanti il percorso di studio scelto o nello scarso impegno da parte dello studente. Il discorso è analogo per altri indirizzi tecnici o quelli professionali: se esci da ragioneria e non sai come registrare una fattura non chiederei di rimuovere la letteratura italiana dal programma ma indagherei su cosa si studia durante le ore di economica aziendale.

E i licei? Qui la critica di scarsa professionalizzazione non ha il minimo senso perché i licei classico e scientifico – meno quello artistico o linguistico – sono concepiti per essere propedeutici per l’università e non per il mondo del lavoro. Il che non vuol dire che non ci siano problemi come è evidente dalla scarsa resa del liceo scientifico nel produrre immatricolazioni nelle discipline STEM. Ma i licei classico e scientifico non sono pensati per il mondo del lavoro, piaccia o non piaccia.


—- I patemi della selezione —-

Quando si affronta la riforma della scuola ci si imbatte inevitabilmente nel patema “bocciare o non bocciare”. Oggi che si boccia pochissimo è tornata di moda l’idea che si debba bocciare per un’insufficienza o giù di lì ma è un classico esempio di come il dibattito sulla scuola sia ideologico e non razionale. Prendiamo l’idea di bocciare per una materia: tanto per cominciare le materie non sono uguali e nessuno sarebbe d’accordo nel bocciare un ottimo studente per una scarsa resa nell’educazione fisica (tranne il sottoscritto: cominciamo a bocciare chi non riesce a fare le trazioni alla sbarra. I muscoli sono la sola igiene del mondo). Salvo poi lamentarsi che la popolazione italiana sia disastrosa in termini di preparazione fisica (10% obesi, 40% sovrappeso, un 45% – ad occhio – secchi e privi di massa muscolare). Che volete, la materie sono tutte uguali ma alcune sono più uguali degli altri (qualcuno ha detto musica nelle scuole medie?).

La teoria vuole che se uno studente è insufficiente in una materia debba ripetere l’anno in modo da colmare quella lacuna… e rifare da capo le materie dove non aveva problemi di sorta. Perché? Boh. E se comunque dovesse essere di nuovo insufficiente? Si ripete di nuovo l’anno o avremo un caso di dispersione scoalastica? E secondo voi è meglio avere un abbandono scolastico o uno studente che si è comunque diplomato pur avendo un’insufficienza ma frequentando con profitto in tutto il resto?

Ma poi quale sarebbe la logica di bocciare un ottimo perito informatico a cui non vanno giù né la storia né la letteratura italiana o un futuro letterato perché zoppica in chimica? O vale il mio caso: ai tempi del liceo avevo 3 in matematica (al primo anno avevo 4 ma poi mi sono reso conto che studiando prendevo 4 e non studiando 3. Da lì mi sono risparmiato il disturbo) e 10 in storia. Avrei dovuto essere bocciato tutti gli altri ma mi hanno sempre fatto passare grazie alle mie capacità nelle altre materie scolastiche. Secondo voi ho una laurea in storia o una in matematica? E quanto credete che abbia faticato nel destreggiarmi fra i miei esami di storia e sociologia? Soprendente, nevvero?

Se oggi non si boccia più o quasi, un tempo era l’esatto contrario e si bocciava alla grande soprattutto se c’era la classe sociale di mezzo. E ne stiamo tuttora pagando il prezzo: avete presente le lamentele sugli italiani poco istruiti, ignoranti e analfabeti funzionali? Bene, ma è solo il frutto di aver selezionato precocemente gli studenti nella scuola pre ’68. Ma che succede a dire a bambini di 10 o 13 anni di andare a lavorare e di lasciare la scuola? Che loro lo fanno per davvero ma fuori dalla scuola non miglioreranno le loro competenze né diventeranno dei lettori forti. Gli italiani non leggono? E come potrebbero non avendo mai avuto per le mani un saggio universitario o un libro per adulti?

E avendo iniziato a lavorare a 10 o 14 anni, a che età andranno in pensione? Mio nonno ha conseguito solo la licenza elementare e a 58 anni era già in pensione con 44 anni di contributi e ha superato gli 80 anni di vita. Secondo voi quali sono gli effetti sulle casse dello Stato nell’avvio precoce al lavoro? Eh già, facile dire che bisogna bocciare senza considerare le conseguenze…

Si può fare diversamente? Certo, basta assecondare le inclinazioni degli studenti. Non vuoi studiare la materia x? Nessun problema, dovrai frequentare con profitto in una fra le materie y,z, m o n. La scelta è la tua, la responsabilità è tua. Scommettiamo che gli “asini” di colpo diventano degli studenti decenti se viene data loro la scelta in base alle loro inclinazioni?


—- Come fare? —-

Come ogni cosa a questo mondo non esiste la scelta giusta o sbagliata in quanto tale, ma la scelta razionale o meno rispetto agli scopi. La domanda da cui dovrebbe partire ogni riforma della scuola, allora, è che tipo di scuola vogliamo, quali sono gli obiettivi da raggiungere. Nel mio caso l’obiettivo è duplice:

  • formare una cittadinanza consapevole in grado di seguire e contribuire al dibattito pubblico;
  • senza pregiudicare la formazione e la carriera professionale;

Come fare? Tanto per cominciare parto da un duplice assunto:

  • se devo formare un cittadino consapevole tutti gli studenti devono seguire lo stesso programma di studi;
  • in più la scelta professionale deve essere consapevole e basata sull’esperienza diretta, non sui voti scolastici. Un ottimo in terza media nulla dice sulla resa scolastica o professionale futura;

Avere un percorso di studio unificato e una scelta professionale tardiva comporta la decadenza del grande filtro della terza media. Possiamo quindi unificare la scuola elementare e media in un percorso unico di base della durata di 8 anni che tutto sommato può rimanere abbastanza simile alla scuola attuale. Dopo il primo ciclo poi metterei il liceo civico della durata di 4 anni con un programma di studio che riflette l’organizzazione universitaria: corsi monografici dedicati alla materie di dibattito pubblico – scienze politiche, economia, diritto, geopolitica, sociologia, storia, psicologia sociale – e le relative finestre d’esame. Al percorso civico possiamo affiancare corsi a libera scelta sulle altre materie tipo la letteratura o l’arte.

Sul finire del percorso liceale rimane la scelta professionale: o si prosegue per l’università o si passa alla formazione professionale. Nel primo caso il quinto anno sarebbe propedeutico per il percorso universitario consapevoli, tuttavia, che nella mia scuola l’università o è accademica (lettere, scipol, economia) o professionalizzante (ingegneri, avvocati, medici). E se è accademica sei penalizzato sul mercato del lavoro: in Italia si studia troppo all’università e troppo poco – leggasi quasi mai – nella formazione continua post diploma e per le posizioni professionali si richiede la laurea anche quando logicamente non serve.

In caso di scelta professionale, invece, gli studi sarebbero dedicati unicamente alla materie caratterizzanti e a periodi di stage coerenti con gli studi intrapresi. Consapevoli, di nuovo, che la formazione non ha una scadenza e la scuola è sempre lì, disponibile alla bisogna. E con una simile organizzazione ci risparmiamo le lamentele dei docenti sul compito professionalizzante della scuola dato che lo mettiamo dopo la dimensione formativa civica.

Fra le altre cose poi cancellerei qualla cosa inutile chiamata educazione fisica mettendo al suo posto fin dal primo anno di scuola un’ora di potenziamento fisico (calisthenics, atletica e pesi) e un’ora di pancrazio. Nei primi 8 anni il pancrazio sarebbe limitato alla lotta, nei primi due anni del liceo civico si passerebbe a una logica da MMA e negli ultimi due anni a una logica militare, “kill or get killed” o se siete politicamente correti da “autodifesa”. Niente classi divise e tutti si allenano insieme perché in strada non ci sono distinzioni per genere o categorie di peso e di solito le aggressioni vedono quelli grossi che attaccano quelli piccoli. Con questa piccola riforma in un colpo solo eliminiano le persone fuori forma e le lamentele all’insegna del “nessuno mi ha aiutato!!1!” della femminuccia di turno.

Ma lo so, mi piace sognare.


[1] Cfr. https://www.miur.gov.it/-/iscrizioni-i-primi-dati-il-57-8-degli-studenti-sceglie-i-licei-il-30-3-gli-istituti-tecnici-l-11-9-i-professionali#:~:text=9%25%20i%20Professionali-,Iscrizioni%2C%20i%20primi%20dati%3A%20il%2057%2C8%25%20degli,’11%2C9%25%20i%20Professionali&text=I%20Licei%2C%20con%20il%2057,delle%20studentesse%20e%20degli%20studenti.

[2] Cfr. https://www.openpolis.it/quanti-diplomati-accedono-alleducazione-universitaria-in-italia/

[3] Cfr. https://archivio.pubblica.istruzione.it/scuola_e_famiglia/ind8ord.shtml

Un commento su “Scuola: valvassori o Excel?

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Questa voce è stata pubblicata il 26 settembre 2021 da in società con tag , , , .
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