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Più democrazia? Sicuri, sicuri? – Il ciclo ascendente della violenza

In virtù del principio “tutto quel che sarà è già stato”, torniamo all’Atene del 5° secolo e all’ostracismo [1]:

Si trattava di votare se ostracizzare o meno Aristide, noto uomo politico ateniese soprannominato «il Giusto». Dunque quel giorno lo stesso Aristide sedeva disciplinatamente in assemblea come tutti gli altri, quando il suo vicino, che era analfabeta, gli chiese se per favore poteva scrivergli il nome «Aristide» sul suo ostrakon. Non lo aveva riconosciuto, evidentemente. Aristide si stupì, e gli chiese se questo Aristide gli avesse fatto qualcosa di male. «Non mi ha fatto niente» rispose l’ altro «non lo conosco neppure. Ma sono stufo di sentire ripetere da tutto che è un uomo giusto». Aristide non replicò, scrisse il proprio nome sul coccio e lo riconsegnò al vicino.

Non vi ricorda la cancel culture, gli haters e compagnia cantante?


—- La democrazia è senza limiti —–

La scorsa volta abbiamo visto che il “più democrazia” non ha molto senso in termini logistici, non è semplicemente attuabile né alla vecchia maniera delle assemblee né alla nuova di internet. Ma immaginiamo uno scenario dove il principio di sussidiarità come enunciato dalla Costituzione all’art. 118 [2]:

Tale principio implica che le diverse istituzioni debbano creare le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività. L’intervento dell’entità di livello superiore, qualora fosse necessario, deve essere temporaneo e teso a restituire l’autonomia d’azione all’entità di livello inferiore.

Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:

in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più vicini al cittadino e, quindi, più vicini ai bisogni del territorio;

in senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine.

venga inteso e applicato come spinta alla partecipazione della cittadinanza nei processi decisionali. Abbiamo già visto che i Comuni italiani sono molti piccoli in termini di popolazione rendendo la partecipazione popolare più semplice e agevole. Come si diceva un tempo, la libertà è partecipazione e il privato è pubblico.

Tutto bello nella retorica, ma cosa vuol dire in termini pratici? I cantori dell’Atene democratica si dimenticano sempre di ricordare che l’economia della città era di tipo schiavile e in più le poleis della Lega delio-attica erano costrette a pagare la protezione degli ateniesi. In pratica gli ateniesi – maschi e adulti – potevano bighellonare nell’assemblea perché non avevano la necessità di lavorare: o avevano gli schiavi o beneficiavano del misthos, la retribuzione assegnata a chi ricopriva le cariche pubbliche. Ma al giorno d’oggi l’economia non è schiavile e la disoccupazione tecnologica è lungi dall’arrivare dato che le aspettative sull’automazione della forza lavoro sono largamente sopravvalutate. E di fornire un Reddito di cittadinanza sotto steoridi a tutti i cittadini non se ne parla vista la cronica carenza di risorse finanziare. Il più democrazia, allora, si traduce nel lavorare comunque e soltanto dopo il lavoro passare le sere in assemblea a discutere le leggi con occasionali voti su questa o quella proposta di legge. Avete presente i social media con litigi e sfottò o, un tempo, il teatrino della televisione? Ecco, immaginate di doverlo fare tre o quattro giorni a settimana dopo il lavoro, settimana dopo settimana. Non è un caso se le persone più attive politicamente sono gli studenti e i pensionati.


—- Il ciclo ascendente della violenza —-

Ma una volta in assemblea, di che cosa discuteranno i cittadini? Mancano le competenze tecniche nei cittadini, mancano le risorse finanziarie nei Comuni per finanziarie improbabili piani di spesa. Ma rimane ancora un aspetto sul quale i cittadini amano discutere: i valori e i principi. Se ci fate caso le discussioni politiche non sono mai tecniche e non vertono sulle modalità di implementazione della politiche scelte o sulla risoluzione dei problemi ma sono prettamente valoriali sia nella fase propositiva sia nella fase polemica. In principio si propone un obiettivo da conseguire facendo leva sui valori più che sui problemi:

si deve implementare il Reddito di cittadinanza perché è giusto abolire la povertà

si deve abolire il reddito minimo universale perché promuove il parassitismo

ma si usano anche i valori durante la fase polemica:

se sei contro il Rdc sei a favore della macelleria sociale

se sei a favore del reddito minimo universale sei un parassita

Virtualmente tutte le tematiche di dibattito pubblico possono essere racchiuse all’interno di uno spettro valoriale che presenta le possibili opzioni sul tavolo. Parafrasando il Coefficiente di Gini, possiamo far nostra l’idea di presentare uno spettro di opzioni da 0 a 1:

  • massima libertà (0) – massima schiavitù (1);
  • anarco-capitalismo (0) – comunismo (1);
  • innovazione (0) – tradizione (1);

E così via. Ma più che posizioni contrapposte le si devono vedere come polarità opposte di uno spettro di scelte possibili. La realtà, si sa, è ben più complessa di quanto il discorso pubblico ami presentare e non necessariamente la soluzione a un problema è 0 o 1, può anche essere 0,2 o 0,8. Ma valutare le differenti opzioni richiede una competenza tecnica di cui la cittadinanza è sprovvista. E se anche così non fosse non si deve dimenticare che la tecnica può fornire i mezzi, non i fini. E da dove si ricavano i fini? Dai valori, dai principi e torniamo al principio del discorso.

Il meccanismo valoriale basato sulla polarità 0-1 può essere facilmente confuso per un sistema duale – male/bene, bianco/nero – e in più il discorso pubblico tende per sua natura al bipolarismo perché più semplice da maneggiare e più efficace grazie all’alternanza politica. Ci sono delle eccezioni come il centro bloccato della Prima Repubblica o le Große Koalition tedesche ma nei sistemi democratici si finirà prima o poi a un sistema basato sull’alternanza fra forze politiche. Se non un sistema bipartitico, si finirà a un sistema bipolare perché le due frazioni del centro andranno a costruire coalizioni con le ali destra/sinistra. E se anche ci dovesse essere una conventio ad excludendum per le ali più estreme, avremo sempre un meccanismo bipolare: in Francia abbiamo avuto maggioranze socialiste e conservatrici nonostante l’estrema destra sia esclusa dal potere politico.

Ma un sistema bipolare si presta estremamente bene al giochino 0vs1: di un colpo la lotta politica diventa affermazione dei propri valori a discapito di quelli della parte avversa. La politica democratica non è la ricerca di una soluzione a un problema, ma l’imposizione della propria visione del mondo. E se l’altra parte non concorda pazienza, tanto basta conseguire l’egemonia culturale squalificandone le posizione avverse su base valoriale e non tecnica. D’altronde il concetto stesso di “egemonia culturale” non ha il minimo senso da una prospettiva tecnocratica: una cosa o è corretta o non lo è, o razionale per i fini dati o non lo è. Ma è perfettamente lecito se la posta in gioco sono i valori, le credenze.

Un effetto collaterale dell’impostazione valoriale è lo sdoganamento dei fanatici che riducono il dibattito pubblico a uno schifo infestato dalla peggiore propaganda: i cattivi da film sono cattivi da film, di solito sono i buoni che fanno il peggio schifo in nome del (loro) bene. In genere le elezioni si vincono al centro perché è molto difficile convincere la parte avversa – di solito si cambia posizione per via delle esperienze di vita: i migranti sono tanto belli signora mia finché non li hai sotto casa tua che spacciano, bisogna promuovere la diversità ma fino a quando non vengo licenziato per lasciare il posto allo svantaggiato di turno, bella cosa la redistribuzione della ricchezza finché sono squattrinato – ed è più agevole convincere l’elettore centrista che non ha un’opinione su un determinato argomento. Ma fra un’elezione e l’altra si attivano le bande di fanatici ebbri dei loro stessi memi – nell’accezione di Dawkins – che lottano in un agone privo di regole effettive. Da una parte la lotta porta alla marginalizzazione delle persone più moderate, dall’altra in un contesto dove tutti gridano si finirà con l’alzare la voce, nel creare la polemica del giorno per guadagnarsi la visibilità pubblica. E la cosa a sua volta causerà una reazione dalla parte avversa in un ciclo ascendente di violenza prima verbale e poi fisica. La novità degli ultimi anni, infatti, non è tale nel tono della discussione pubblica ma nel fatto che il peso del centro moderato sia in riduzione lasciando il posto agli esagitati.


—- Di gay e di senza cittadinanza —-

Possiamo illustrare il meccanismo con due esempi della cronaca politica recente. Partiamo dal Ddl Zan il cui obiettivo dichiarato è combattere la violenza contro gay, lesbiche, trans e disabili (tutti li dimenticano ma ci sono pure loro). Peccato che la legge sia priva di ogni ragione giuridica perché sono già vietate le aggressioni o le violenze dettate dall’orientamento sessuale. Questo è l’omicidio [3]:

Dispositivo dell’art. 575 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO – Dei delitti in particolare → Titolo XII – Dei delitti contro la persona → Capo I – Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale

Chiunque cagiona la morte(1) di un uomo(2) è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno(3) [276, 295, 579; c. nav. 1150].

Non c’è scritto da nessuna parte “non puoi fare x ma per i gay o le lesbiche non vale”. Al massimo ci sarà una mancata azione repressiva detta dall’inefficienza dell’apparato giuridico. E indovinate chi si oppone alla politica della tollerenza zero (altra illogicità: le leggi o si applicano o non sono leggi)? Gli stessi che piagnucolano per trans e lesbiche.

Ma lo scopo del Ddl Zan non è risolvere un problema che non esiste, è imporre un sistema valoriale basato sull’identità di genere percepita [4]:

per identità di genere si intende l’i­ dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corri­ spondente al sesso, indipendentemente dal­ l’aver concluso un percorso di transizione

Aspetto che non ha la minima attinenza con le aggressioni fisiche. E che, per non farsi mancare nulla, crea anche la propria opposizione culturale. Essere o meno omosessuali è un fatto privato e come tale non dovrebbe essere soggetto all’interferenza da parte di altre persone. Ma quando si comincia a blaterare di distruggere l’idea stessa di virilità automaticamente si avrà l’opposizione delle persone consapevoli che un mondo multipolare è un mondo violento e in un mondo violento è meglio essere virili. Ma il discorso democratico si fonda sulla lotta politica e senza la parte avversa contro chi si lotta?

Anche sullo Ius soli abbiamo lo stesso meccanismo. Non solo perché le proposte sul tavolo tali non solo. La legge 91 del 1992 in merito all’acqusizione della cittadinanza prevede tre casistiche:

  • da genitori italiani;
  • da uno italiano e uno stranieri;
  • da genitori stranieri;

Nel primo caso è automatico – Ius sanguinis – e nel secondo basta fare la richiesta in base alla normativa vigente. Per gli stranieri basta seguire l’apposita normativa con le dovute tempistiche e i dovuti requisiti (bassi).

Nel caso delle persone nate in Italia ma prive della cittadinanza italiana si deve notare:

  • che sono prive della cittadinanza italiana non di una cittadinanza perché hanno quella dei genitori;
  • che se i loro genitori avessero acquisito la cittadinanza italiana a loro volta l’avrebbero ricevuta;
  • i minori non ottengono la cittadinanza perché sono minori: ci fidiamo così tanto del loro giudizio che non li facciamo votare, non li facciamo guidare;
  • ma una volta raggiunti i fatidici 18 anni possono fare domanda;

Ma i problemi per l’acquisto della cittadinanza una volta raggiunta la maggiore età nascono dalla burocrazia e da eventuali requisiti finziari di difficile ottemperanza da parte di un neo 18enne. Ma è un problema di facile risoluzione: se si nasce e si cresce in Italia si viene registrati all’anagrafe e si frequenta la scuola italiana. Basta semplificare la burocrazia ed eliminare ventuali requisiti per questa particolare tipologia di persone: a 18 anni – ma si può fare anche a 16 anni –  prendi un appuntamento in Comune, firmi il pezzo di carta, fai il giuramento e porti a casa il tricolore. Ma rimane un obbligo da ottemperare: se si è italiani perché si è nati e vissuti qui non si può essere x visto che non si è né nati né vissuti lì. L’acquisto della cittadinanza italiana dovrebbe logicamente comportare la decadenza di quella di un altro paese per decenza e per rispetto nei confronti delle altre nazionalità.

È un problema che si può risolvere in 5 minuti senza che ci sia un’opposizione razionale alla riforma. Ma il discorso sulla cittadinanza non mira a risolvere un problema ma a imporre la visione del mondo sradicata e nomade che vede nella cittadinanza un orpello del passato e che addirittura adombra il rimpiazzo etnico dei “nativi”. E pazienza se l’alternativa allo Stato-Nazione è la società tribale afghana dove gli omosessuali li amazzano. Non tutte le ciambelle escono con il buco, pare. E poi in democrazia contano i valori e non le conseguenze delle proprie scelte.

[… continua]


[1] Cfr. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/03/07/seimila-voti-ed-era-subito-ostracismo.html

[2] Cfr. https://www.cittadinanzattiva.it/aree-di-interesse/attivismo-civico/201-sussidiarieta-e-articolo-118.html

[3] Cfr. https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art575.html

[4] Cfr. https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/356433.pdf

Un commento su “Più democrazia? Sicuri, sicuri? – Il ciclo ascendente della violenza

  1. Pingback: Ma perché l’egemonia culturale della Sinistra italiana non riesce a portare la Sinistra al potere? | Charly's blog

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2021 da in politica con tag , , , , , .
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