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Più democrazia? Sicuri, sicuri? – Ma è possibile una democrazia sperimentale/empirica? (terza parte)

Se c’è un aspetto su cui la riflessione politologica ha concordato per circa duemila anni è il pessimo giudizio da riservare alla democrazia: la cittadinanza è inadatta all’autogoverno per mancanza di competenza e per eccessiva predisposizione al giudizio affrettato basato sugli umori e non sulla riflessione. In pratica quanto scrivevano ai tempi Platone, Tucidide e Aristotele.

Curiosamente i problemi propri delle aristocrazie/oligarchie sono stati trattati in misura minore probabilmente perché molti autori erano parte del gruppo dirigente o ci gravitavano attorno. Ma fra le varie pecche del Governo dei pochi – da non dimenticare quello che Fedro ci insegna – annoveriamo anche la tendenza alla violenza. Se le democrazie combattono conflitti che ricordano le guerre di religione della prima Età Moderna, le oligarchie combattono conflitti per il potere in quanto tale fino a trascinarsi nella guerra civile e nell’eliminazione dell’avversario politico. La scala è minore, le motivazioni in parte dissimili, ma sempre di violenza si tratta.


—- L’illusione dell’epistocrazia —-

Negli ultimi anni come reazione al dilagare del “populismo” ha cominciato a diffondersi l’idea dell’epistocrazia [1]:

L’epistocrazia è una forma di governo che prevedere l’accesso all’elettorato attivo a tutti i cittadini che possiedono le conoscenze fondamentali ad esprimere un giudizio autonomo di voto e all’elettorato passivo a tutti i cittadini che dimostrano preparazione e idoneità a ricoprire una specifica carica istituzionale.

Nulla di nuovo, come di consueto, è solo Platone rimasticato e diluito. A prima vista l’idea dell’epistocrazia sembra ragionevole… fino a quando non si arrivano a definire le conoscenze fondamentali per esercitare i diritti politici. Di fatto non può esistere una persona competente in tutte le tematiche del dibattito pubblico, da qui la riduzione dei requisiti… ma fino a quale livello? Se scendiamo a livello di laurea vuol dire lasciar fuori il 95% della popolazione o forse più, compresi i laureati di discipline non rilevanti in ambito politico (STEM, ingegneria, medicina e compagnia). Né possiamo fermarci a livello diploma perché la scuola secondaria superiore italiana non è progettata per formare gli studenti sulle materie tipiche del dibattito pubblico. Vi soprende sapere che di solito i fautori dell’epistocrazia sono anche quelli che non hanno mai aperto un libro di scienze politiche in vita loro?

Ma c’è un modo banale per applicare l’idea di avere le competenze minime per esercitare i diritti politici. Una volta c’erano i partiti politici a formare la classe dirigente e per certi aspetti e limiti a plasmare l’elettorato. Ma oggi, si sa, siamo nell’epoca del “più democrazia” senza che ci si prenda il disturbo di iscriversi a un partito politico. Nessun problema, c’è un sistema alternativo: la scuola. Basta sostituire nella scuola media superiore le materie scolastiche tradizionali con gli argomenti tipici del dibattito pubblico, unificando il percorso scolastico nel liceo civico. Facile, no? Al netto di quelli convinti che la letteratura e il latino siano essenziali per formare il senso critico… nei giorni pari mentre in quelli dispari ci si lamenta dell’ignoranza delle persone che escono dalla scuola italiana. Che volete, il principio di non contraddizione non è umanista a quanto pare.

L’epistocrazia, poi, pone un altro problema nel vecchio “No taxation without representation”. Non sono abbastanza competente per dire la mia? E perché dovrei essere abbastanza competente per obbedire a leggi che mi ignorano o per pagare le tasse a uno Stato che mi considera incompetente? A cui aggiungere il rischio di lasciare al di fuori dell’azione politica rivendicazioni e gruppi sociali marginali. E dove non arriva la politica – la gestione del conflitto sociale – appare la violenza. Per cosa, poi? I sistemi istituzionali liberaldemocratici sono concepiti per funzionare a dispetto della politica:

  • Costituzione rigida;
  • divisione dei poteri;
  • netta distinzione fra l’amministrazione in carica e l’apparato amministrativo statale;
  • semplice realizzazione che fra milioni di elettori il singolo è ininfluente;

L’azione politica dell’elettorato è essenziale nella dimensione di massa per far filtrare rivendicazioni e problemi, non nella implementazione delle politiche. Per questo motivo ai tempi i partiti politici erano essenziali nel gioco democratico come cinghia di trasmissione fra la popolazione e il potere politico. L’aver demolito i partiti politici ci ha portati ai Grillo e ai partiti di plastica come FI o il PD.

L’epistocrazia pone tanti, troppi problemi quando basterebbe riformare la scuola per risolvere il problema delle competenze minime. E non si dovrebbe dimenticare che la politica dibatte sui valori, non sulle soluzioni tecniche. Ma analizzeremo il punto più avanti.


—- La democrazia empirica —-

Se confrontiamo la democrazia con l’ingegneria il confronto è deprimente. In ambito ingegneristico non abbiamo partiti politici, rivoluzioni, lotte, eliminazione fisica dell’avversario politico. Perché? Nel settore ingegneristico abbiamo una barriera d’accesso negli studi universitari ma si potrebbe replicare con l’istruzione obbligatoria con il nuovo liceo civico. Il fattore determinante è un altro, pur tenendo conto di alcune differenze ineludibili fra la politica e l’ingegneria, e si tratta del metodo. Vediamo i fattori in gioco:

  • fattore preliminare nell’educazione;
  • fattore filtro nell’analisi teorica;
  • fattore dirimente nell’esperienza pratica;

In ambito ingegneristico l’educazione ricevuta permette di ignorare le proposte più assurde. Si possono avanzare delle proposte ma verranno prima esaminate sulla carta, nella teoria. Una volta superata l’analisi teorica rimane la pratica, il test fondamentale e definitivo. Si ritiene di avere una super macchina in grado di fare tutto e anche di più? Bene, vediamo i progetti e se sono sensati vediamo un prototipo funzionante. Semplice, no?

Come traslare questa modus operandi al mondo politico? Se ci fare caso la politica è ricca di programmi politici che non vengono applicati e programmi, che pur rivelatasi fallimentari, continuano ad ammorbare il discorso politico decennio dopo decennio. Si potrebbe risolvere il problema adottando un approccio emprico. Invece di applicare su scala nazionale i programmi si potrebbe partire sulla scala locale per vedere se sono validi e, nel caso, come migliorarli. Invece di prendere il potere per fare la rivoluzione su scala nazionale si potrebbe, più semplicemente partire dal locale. Si vuole fare la rivoluzione socialista? Nessun problema, Bologna è un bel posto dove provare ad abolire la proprietà privata e dare l’intero comparto produttivo in mano al potere politico.

In un sistema empirico “hard” i partiti politici perderebbero la loro fisionomia classica andando a somigliare a un think tank mentre il Parlamento potrebbe essere formato facendo leva sulle competenze e non sul voto. Ma così facendo verrebbe meno la democrazia con tutte le conseguenze del caso: la gestione del conflitto sociale, la responsabilizzazione del potere politico, la creazione dell’agenda politica. Preferisco un approccio “soft” dove le elezioni e i partiti politici rimangono come sono con la sola differenza dell’approccio politico:

quale che sia il punto programmatico, verrà prima testato su scala locale. E verrà testato in prima persona da chi sostiene quelle posizioni con piena responsabilità penale.

Ma vediamo in dettaglio le implicazioni.


—- Democrazia empirica: casi pratici —-

La politica, si sa, è il meccanismo con il quale si chiede agli altri quello che non si vuole fare in prima persona. E non c’è miglior maestra della realtà con le sue dure repliche. D’altronde siamo empirici, no? Ecco un esempio al volo [2]:

Spranghe e coltelli impugnati contro le persone che erano presenti negli spazi del centro sociale Macao, presso la palazzina Liberty dell’ex Macello di Milano: così un gruppo di magrebini ha tenuto tutti sotto scacco nelle scorse ore, costringendo il collettivo ad evacuare i suoi 60 ospiti (era in corso una mostra sull’antirazzismo) e a richiedere l’intervento della polizia, mentre gli invasori si barricavano dentro la struttura. Una scena surreale e pregna di terrore, al termine della quale, per fortuna, non si sono registrati feriti e nessuna persona è stata identificata, dal momento che i nordafricani si sono dileguati prima dell’arrivo delle volanti.

Non è fantastico? Basta con il racccismo, il fazzzismo, viva il defund police ma al dunque si chiama la polizia, quella che è al servizio dei borghesi contro i proletari.

L’approccio empirico richiede un esame teorico iniziale ma vista la presenza di una discreta quantità di zucconi nulla vieta di mettere alla prova le posizioni, anche quelle più assurde, ma su scala limitata proprio su chi propone quelle idee. Ultimamente sul web è tornata di moda la propaganda per il socialismo e l’idea di abolire la prorietà privata o, più modestamente, quella di subordinare l’attività economica alla politica. Tralasciando che l’economia capitalista nella realtà non esiste – si pensi solo al fardello imperiale USA – se si vuole il socialismo, ehi, nessun problema. Come proposto su questi pixels possiamo adottare un approccio empirico al problema. Prendiamo una località, tipo la solita Bologna, e via con il socialismo del 21esimo secolo. Ma un attimo, abbiamo due elementi:

  • politica;
  • economia;

sui quali puoi scrivere tomi e tomi. Ma empiricamente come si traduce il tutto? Tanto per cominciare non esiste la politica, esistono i politici e i partiti politici. Quindi quando si sostiene che la politica debba dirigere il processo economico in termini pratici si sostiene che i politici Di Maio/Salvini/Letta debbano comandare l’economia. Ma che cos’è l’economia? La produzione, cosa si produce e in che quantità, la distribuzione – si vende? A che prezzo? – e il lavoro. In pratica chi propugna il socialismo in termini pratici chiede che i partiti – o il partito che si vota inneggiando alla dittatura del partito unico, il nostro non quello degli altri – dicano alle persone quale mansione lavorativa ricoprire e a che condizioni. E poi cosa consumare e in che quantità. Può funzionare? La storia e la logica dicono di no ma, ehi, se si vuole provare accomodatevi pure. Ma si comincia da voi, non dagli altri.

I socialisti, ovviamente, non sono gli unici nella loro follia politica. Come trascurare, infatti, i fascisti del terzo millennio che dopo aver passato anni a glorificare la dittatura poi si oppongono alle misure sanitarie prese per fronteggiare il Coviddi? La leggendaria “dittatura sanitaria”? Non diversamente dai loro amichetti socialisti – senza gli uni non puoi avere gli altri – i fascistelli inneggiano alla dittatura quando sono al potere, se sono all’opposizione pretendono le tutele liberali che combattono. Facile la vita così, no? Perché non applicare i loro stessi metodi? Il loro stesso programma? Si vuole il partito unico? Va bene, ma sarà quello degli altri. Piace ancora la dittatura?

L’approccio empirico è sperimentale e responsabilizzante perché si pagherà in prima persona per le proprie posizioni politiche:

  • si ritiene di essere un privilegiato? Ehi, basta dimettersi;
  • siete femministi? Ehi, lasciate il posto a un individuo dotato di cervice;
  • ritenete che la violenza sia fazzzista? Ehi, in caso di aggressione non sarete in grado di difendervi né riceverete nessun aiuto dai passanti;
  • volete il multiculturalismo? Ehi, nel vostro quartiere;
  • non amate le corporations? Ehi, nessun problema, tanto stanno già lasciando il paese (qui nella Polonia in piena occupazione ringraziano per la cultura anti impresa italiana);

Ma non basta applicare in prima persona all’elettorato le loro idee politiche, si deve anche far pagare in prima persona il politico che viene chiamato a gestire l’esperimento. Mandarlo a casa non basta, non è che se un ingegnere sbaglia a costruire un ponte non succede nulla, no? Via di penale… se si sopravvive al linciaggio, s’intende.

Scommettiamo che il combinato disposto di un’istruzione pensata appositamente per il dibattito pubblico, l’applicazione in prima persona delle proprie idee politiche e la piena responsabilità penale per i politici porterà a una forte moderazione nel dibattito pubblico? Facile sognare la rivoluzione o essere “antisistema” quando poi si viene sussidiati dal sistema stesso.


—-vs Inglehart&Maslow —-

Per funzionare la democrazia empirica deve risolvere un altro problema. Ricordate che la politica si basa sui principi e i valori e non sulla risoluzione delle problematiche? Il problema è in parte ovviato nella democrazia empirica: i valori sono tanto belli fino a quando non si sperimentano in prima persona le conseguenza pratiche. Ma ci sono alcuni aspetti identitari che possono eludere l’approccio empirico e scatenare un conflitto politico privo di senso. Avete mai sentito parlare di post-materialismo?

Postmaterialism, value orientation that emphasizes self-expression and quality of life over economic and physical security. The term postmaterialism was first coined by American social scientist Ronald Inglehart in The Silent Revolution: Changing Values and Political Styles Among Western Publics (1977).

Ed ecco la gerarchia dei bisogni di Maslow [4]:

Nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow propose un modello motivazionale dello sviluppo umano basato su una “gerarchia di bisogni”, cioè una serie di “bisogni” disposti gerarchicamente in base alla quale la soddisfazione dei bisogni più elementari è la condizione per fare emergere i bisogni di ordine superiore.
Alla base della piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza mentre salendo verso il vertice si incontrano i bisogni più immateriali.

Se mettiamo insieme i due elementi possiamo comprendere alcuni aspetti che caratterizzano il quadro politico attuale. In Occidente le pance troppo piene hanno portato la politica a occuparsi di questioni prettamente identitarie – identità di genere e amenità simili – che non hanno il minimo impatto sulla traiettoria di una collettività ma che risultano essere fortemente divisive e polarizzanti. L’approccio empirico rimane applicabile ma nella politica odierna troviamo l’ultimo grave difetto della democrazia che rende il “più democrazia” non solo non fattibile ma neppure desiderabile. All’espandersi della sfera pubblica, infatti, si contrae lo spazio privato, l’autonomia individuale. La democrazia come tutte le forme di governo definisce chi prende le decisioni e in che modalità, ma nulla dice su quali politiche adottare. È perfettamente democratico imporre di fare figli per legge per combattere la crisi demografica, per esempio. Più si delibera e meno si può scegliere liberamente.

A dispetto di quel che dice la sinistra noventecesca, allora, la libertà non è nella partecipazione politica sia per il costo temporale che richiede la partecipazione in prima persona sia nell’esposizione all’arbitrio del potere politico. La libertà è nella costruzione di uno spazio privato inviolabile, una sfera d’azione basata sulle mie preferenze. La fortissima polarizzazione politica americana e il femoneno del woke sono un esempio lampante di cosa succede a impostare il conflitto politico sui valori e sull’applicazione in prima persona (get woke go broke).

La democrazia empirica per funzionare richiede un elettorato dotato delle competenze minime per filtrare le proposte più assurde e la riduzione dell’azione politica alle problematiche d’impatto pubblico tracciando una netta distinzione fra la sfera pubblica e quella privata. Tutta teoria, lo so. Non perché non sia fattibile ma perché gli idealisti sono tali perché vogliono applicare i loro ideali agli altri. E così torniamo alla definizione di base di politica, il meccanismo con il quale si vuol far fare agli altri quello che non si vuol fare in prima persona…

[… fine]


Approfondimenti:


[1] Cfr. https://epistocrazia.it/

[2] Cfr. https://www.ilsussidiario.net/news/spranghe-e-coltelli-magrebini-occupano-centro-sociale-macao-paura-a-milano/2227833/

[3] Cfr. https://www.britannica.com/topic/postmaterialism

[4] Cfr. https://www.risorseumanehr.com/blog-hr/la-piramide-dei-bisogni-di-maslow

Un commento su “Più democrazia? Sicuri, sicuri? – Ma è possibile una democrazia sperimentale/empirica? (terza parte)

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Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2021 da in politica con tag , , .
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