Charly's blog

Crisi climatica: tutta colpa del Pil? Nope

Il Nobel per la fisica Giorgio Parisi dice la sua anche sull’economia [1]:

“Permettetemi di aggiungere una considerazione di natura economica. Il prodotto interno lordo dei singoli paesi sta alla base delle decisioni politiche, e la missione dei governi sembra essere di aumentare il Pil il più possibile, obbiettivo che è in profondo contrasto con l’arresto del cambiamento climatico“. Nel suo intervento – alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e anche la Speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi – Parisi ha detto di volere fare proprie “alcune delle parole che Robert Kennedy pronunciò il 18 marzo del 1968 all’università del Kansas: ‘Il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per ripulire le nostre autostrade dalla carneficina. Comprende le serrature speciali per le nostre porte e le prigioni per le persone che le rompono. Comprende la distruzione delle sequoie e la perdita della nostra meraviglia naturale come effetto di un caotico sviluppo… Insomma misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. E può dirci tutto sull’America, tranne perché siamo orgogliosi di essere americani, ed è così in tutto il mondo'”.

Dunque, in vista della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici programmata a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi, il nuovo Nobel per la Fisica italiano ha lanciato un’indicazione molto forte per l’economia globale: “Il prodotto nazionale lordo non è una buona misura dell’economia. Cattura la quantità ma non la qualità della crescita”.

Ma credo che la news sia incompleta: manca, infatti, la parte “siccome il mio stipendio contribuisce al Pil, allora, me lo dimezzo”. O no?


—- Che cos’è il Pil? —-

A leggere in giro sembra che Parisi sia de sinistra/sinistra con tanto di trascorsi para marxisti in gioventù. Da quelle frequentazioni ha preso il tipico vizio della sinistra/sinistra di ubersemplificare i problemi e di cercare un colpevole per il problema di turno. Trovandolo, in questo caso, in un indicatore statistico. Peccato solo che così facendo si entri nella trappolla tipica della sinistra/sinistra, quella di dire cose tanto intelligenti… ma solo a prima vista. Vediamo perché.

Come di consueto cominciamo la nostra analisi con la definizione dell’oggetto di discussione [2]:

Il prodotto interno lordo (PIL) è pari alla somma dei beni e dei servizi finali prodotti da un paese in un dato periodo di tempo. Si dice interno perché si riferisce a quello che viene prodotto nel territorio del paese, sia da imprese nazionali sia da imprese estere. Se invece vogliamo riferirci solo a ciò che è prodotto da imprese nazionali, dobbiamo togliere dal pil quel che è prodotto sul territorio nazionale da imprese estere e aggiungere quel che è prodotto all’estero da imprese nazionali: abbiamo così il prodotto nazionale lordo (PNL).

Quando si analizza il Pil si deve avere presente che stiamo parlando dei beni e dei servizi finiti prodotti e venduti in un paese. Dal computo vengono esclusi i beni e i servizi prodotti dall’economia illegale mentre vengono conteggiati quelli prodotti dal lavoro nero. Ma, soprattutto, il Pil ignora i beni e i servizi che non vengono venduti: se una pasticceria vende le torte l’attività entrerà nel computo del Pil, se cucino lo stesso numero di torte e poi le regalo saranno gli ingredienti a entrare nel Pil ma non le torte. Altra rilievo da fare è quello relativo ai prodotti finiti. La farina e il pomodoro comprati per cucinare una pizza entrano nel computo del Pil in caso di uso domestico ma non per il pizzaiolo che vende la pizza. In questo caso sono dei beni intermedi e nel Pil verrà conteggiata la pizza.

Da una prospettiva ecologica è abbastanza evidente che il Pil è un indicatore dall’utilità prossima allo zero nel considerare l’impatto antropico sul pianeta. Se tenessimo gli stessi comportamenti produttivi all’insegna dell’aggratis – si lavora senza stipendio e si ricevono gli stesi beni e servizi senza pagare – il Pil se la passerebbe male ma l’impatto antropico sul pianeta sarebbe lo stesso.

Tornando al celebre discorso di Kennedy [3]:

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

—-

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Possiamo trovare il tipico approccio de sinistra/sinistra di cui parlavo in apertura. Il Pil non comprende l’inquinamento, al massimo le attività che producono l’inquinamento… tipo gli ospedali. Ma vengono anche conteggiate attività quali la riforestazione se condotta da aziende. La pubblicità viene conteggiata nel computo, ma anche quella delle ONG. E sì, tiene conto della salute e dell’educazione se i docenti e i medici vengono pagati.

Per concludere: il Pil è un indicatore statistico e come tutti gli indicatori è stato concepito per misurare un aspetto della realtà con tutti i limiti del caso. È un indicatore cieco perché misura la produzione senza distinguere la qualità dei prodotti/servizi o le finalità. Ma sostenere che il Pil non misuri la felicità equivale a criticare il sistema metrico decimale perché non misura la felicità. Una cosa tanto intelligente de sinistra/sinistra ma continuo a misurare le distanze con i metri e i km e non le frazioni di felicità, se permettete.


—- Il mito della decrescita —-

Quando si discute del Pil inevitabilmente si finirà nell’imbattersi di un’altra idea de sinistra/sinistra che a prima vista sembra tanto intelligente ma che, in realtà, non vuol dire assolutamente nulla. Parliamo della decrescita [4]:

La decrescita si propone di ridurre il consumo delle merci che non soddisfano nessun bisogno (per esempio: gli sprechi di energia in edifici mal coibentati), ma non il consumo dei beni che si possono avere soltanto sotto forma di merci perché richiedono una tecnologia complessa (per esempio: la risonanza magnetica, il computer, ma anche un paio di scarpe), i quali però dovrebbero essere acquistati il più localmente possibile.

Si propone di ridurre il consumo delle merci che si possono sostituire con beni autoprodotti ogni qual volta ciò comporti un miglioramento qualitativo e una riduzione dell’inquinamento, del consumo di risorse, dei rifiuti e dei costi (per esempio: il pane fatto in casa). Il suo obbiettivo non è il meno, ma il meno quando è meglio. In un sistema economico finalizzato al più anche quando è peggio, la decrescita costituisce l’elemento fondante di un cambiamento di paradigma culturale, di un diverso sistema di valori, di una diversa concezione del mondo.

Arrivati fin qui dovreste essere in grado di individuare la fuffa decrescionista: se un bene è autoprodotto e non finalizzato alla vendita non entrerà nel Pil ma non c’è nessuna garanzia che l’impatto antropico sull’ambiente sia minore. Anzi, se esiste un commercio è perché ci sono vantaggi competitivi tali da superare i costi di trasporto. Ripetete con me: il Pil non misura l’impatto antropico sull’ambiente.

La riduzione dei consumi, poi, rientra nell’ABC di una qualsiasi azienda perché rientrano nei costi da sostenere per rimanere attivi. E la ricerca dell’efficienza è la raison d’etre dell’attività economica al netto di buffi antropologi convinti che ci paghino per non fare nulla (e perché esiste la disoccupazione? Boh). E sapete che succede se le case vengono restaurate allo stato dell’arte dal punto di vista ambientale (autosufficienti, assorbono CO2, impatto zero)? Che il Pil cresce se l’attività viene svolta in un regime di mercato.

Vuol dire che si può crescere all’inifinito? No, ma non per via dei limiti fisici come pensano gli ambientalisti. Un aspetto che ‘sti qua non colgono è che il Pil non misura la produzione e basta, ma il valore di mercato. Secondo voi è più facile creare valore con l’hi-tech, le transazioni finziarie, il cinema o con le magliette da vendere a 5 euro? Basta vedere il Pil britannico [5]:

Londra non è più la fabbrica del mondo dal 19esimo secolo eppure il Pil britannico è molto più grande oggi rispetto a quello di 50, 100 o 150 anni fa. Perché? Perché il valore di mercato dei beni (pochi) e dei servizi (tanti) è molto maggiore rispetto alla produzione di un tempo. Per una volta non guardate il tasso di crescita del Pil, ma la dimensione del Pil: così facendo scoprireste che il Pil dei paesi europei sono enormi anche se crescono relativamente poco. E i paesi che crescono tanto hanno un Pil piccolo rispetto a quello dei paesi europei.

La riduzione dei consumi non è garanzia di calo del Pil perché la produzione restante potrebbe avere un valore di mercato superiore. Capito perché gli economisti invitano a risalire la catena del valore in termini di specializzazione produttiva?

Altro fattore da considerare è l’innovazione tecnologica che è in grado di far fare di più con meno. Ma, ad ogni modo, la crescita non può essere infinita a causa di questa cosa qui [6]:

Principio della utilità marginale decrescente

identici incrementi della quantità consumata apportano un aumento della soddisfazione maggiore se l’incremento si realizza in condizioni di relativa scarsità del bene a disposizione.

L’utilità marginale di un bene è una funzione decrescente rispetto alla quantità consumata del bene.

Un esempio pratico: rispetto a 6 anni fa il mio stipendio netto è quasi raddoppiato. Ma non i miei consumi: ho sempre un bagno, una cucina, non mangio il doppio o utilizzo 6 pc in contemporanea. Il consumo illimitato è una fantasia dei decrescionisti come l’economia ben sa grazie al principio dell’utilità marginale decrescente. Se il Pil mondiale cresce è perché non tutto il mondo ha raggiunto lo standard di vita occidentale e i paesi occidentali, ormai economicamente saturi, devono molto della loro ricchezza grazie all’export verso i paesi del Terzo mondo che sono in fase di sviluppo. Ma con una demografia negativa e un’economia satura su scala mondiale il Pil globale si bloccherà e si entrerà in una fase di stagnazione più o meno forte in base lo sviluppo tecnologico. Il Giappone rende bene l’idea per questo tipo di scenario. Il Pil, quindi, dipende anche dalla demografia e quella mondiale sta passando una fase di transizione verso un regime di bassa natalità e calo della popolazione mondiale probabilmente a partire dalla fine del secolo.


—- Il Pil? No, la vita umana —-

Arrivati fin qui possiamo tornare alle parole di Parisi. Anche mettendo in soffitta il Pil a favore di un altro indicatore statistico non otterremo nulla in termini pratici a meno che non si creda che sia sufficiente modificare la statistica per cambiare i comportamenti umani (i favolosi “nuovi paradigmi bio-filosofici”). Che se fosse vero basterebbe mettere in soffitta gli indicatori statistici relativi alla criminalità…

Probabilmente l’uomo de sinistra/sinistra è davvero convinto che viviamo in un mondo dominato dal consumismo, dai consumi “inutili” (quelli degli altri, non i suoi) e compagnia cantante. Tutto bello finché non proviamo ad adottare il punto di vista di un abitante del Terzo mondo: per loro la crescita del Pil non è altro che l’avere un tetto sopra la testa, l’acqua calda, l’elettricità, l’istruzione, la sanità, internet. Se volete potete pure cambiare gli indicatori statistici ma non cambierà la realtà. E a Sud dell’Equatore il discorso della decrescita non è altro che il raglio di un boomer bianco cisgender che dice agli altri “chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato”. Guardandosi bene da rinunciare ai propri consumi, al proprio reddito. A quanto pare la decrescita del Pil si accompagna alla crescita dell’ipocrisia…

Morale della storia? Che oltre alla ubersemplificazione, il discorso de sinistra/sinistra si basa sulla sovracomplessità intellettuale, il brutto vizio di prendere concetti semplici – magari di altre discipline specialistiche che non si padroneggiano – e di scriverci sopra pagine e pagine di discorsi tanto intelligenti… fino a quando, messa da parte l’oscura parte verbosa, provi a vedere in termini pratici cosa significa mettere in pratica idee simili. Lo abbiamo appena visto con il “più democrazia” in ambito politilogico.

Anche quelli de destra/destra ubersemplificano ma, almeno, si risparmiano la sovracomplessità e hanno il dono della sintesi (fin troppo). Nel caso di incontro con un parolaio basta sempre usare l’approccio empirico:

ah, va bene, ma come si deve fare in termini pratici? E perché non lo fai in prima persona?

Ricordate, l’approccio empirico salva la vita. La vostra!


P.S.

Con il ritorno di moda sul web del socialismo non mancano i socialisti del nuovo millennio convinti che “il kapppitalismo ha distrutto il mondo!!1!”. Solo una domanda: avete presente i danni ambientali del socialismo reale di matrice sovietica? No? Il capitalismo e il socialismo sono solo due facce della stessa medaglia, quella della rivoluzione industriale. La logica è la stessa, la produzione, cambia solo la modalità.


[1] Cfr. https://www.adnkronos.com/monito-del-nobel-parisi-laumento-del-pil-e-in-contrasto-con-il-clima_5eqPpoyVXnUoMbrBV8jhtv?refresh_ce

[2] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/prodotto-interno-lordo_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

[3] Cfr. https://www.comprensivo8vr.edu.it/attachments/article/369/Discorso%20sul%20PIL%20di%20Robert%20Kennedy%20del%2018%20Marzo%201968.pdf

[4] Cfr. https://www.decrescitafelice.it/la-decrescita-felice/

[5] Cfr. https://tradingeconomics.com/united-kingdom/gdp

[6] Cfr. https://www.coris.uniroma1.it/sites/default/files/capitolo_03_a_0.pdf

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 12 ottobre 2021 da in economia con tag , , , .
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