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Geopolitica e dintorni – Capire la Polonia

Ai tempi che furono si narra che durante le fasi terminali dell’assedio di Atene nell’86 a.C. i greci mandarono degli ambasciatori a trattare con il generale romano Silla. E per impressionare il militare romano ebbero la brillante idea di decantare la gloria della polis greca, dei suoi trionfi e vittorie passate. Al che Silla tagliò corto replicando che era stato mandato per vincere una guerra e non per una lezione di storia. Non a caso le fonti commentano che gli ateniesi dell’antico potere avevano conservato solo l’arroganza, non la forza.

A seguire la copertura mediatica destinata alla Polonia e a leggere certi commenti sui social media, chissà perché mi ritorna in mente l’episodio di Silla. Anche qui vedo esponenti di Nazioni che dell’antico potere conservano solo l’arroganza di essere nel giusto, di essere il modello socio-culturale definitivo. A cui aggiungere la sistematica incapacità di capire l’altro, le sue ragioni. Perché c’è una netta differenza fra avere delle ragioni e avere ragione.


—- Non sincronizzati: post storici vs storici —-

Per cosa si accusa la Polonia e i sodali del fu Est sovietico? Un breve ma non esaustivo elenco: di essere nazionalisti, anti europeisti, xenofobi, dittatoriali, ingrati e via dicendo. Tutte le accuse mosse da Occidente verso il fu Est – non chiamateli orientali, i polacchi si offendono: loro sono centro europei – sono dovute a una diversa sincronizzazione nella lettura del mondo:

visione post-storica vs visione storica

la post-storia si afferma negli anni ’90 con la proclamazione della fine della storia: il modello occidentale – leggasi anglosassone – è l’evoluzione definitiva della storia umana. Liberaldemocrazie, capitalismo con annesso il welfare, diritti umani, una spolverata di politicamente corretto. I commerci via globalizzazione – percepito come atto economico e non geopolitico – e il conoscersi via migrazione porterà all’obsoloescenza della guerra. Semplice, no? Ovviamente chi ha un background storico – come chi scrive – o geopolitico riconosce al volo una pax imperiale quando la vede. Le strutture imperiali presuppongono sempre un gruppo etnico dominante sugli altri ponendo il problema di come convincere chi sta sotto a stare sotto. Come fare? La sola violenza non basta perché con il venir meno della forza le province si staccano dal centro. Da qui il colpo di genio: l’interesse unito all’ideologia. Gli imperi che funzionano prevedono sempre un centro imperiale che arricchisce le periferie a proprio discapito e non il contrario. Per questo motivo la Germania o la Cina non sono egemoni credibili: il surplus commerciale non è imperiale. E per questo motivo il deficit commerciale americano arricchiesce il mondo e impoverisce gli USA – Trump è un sintomo, non la causa di un problema – a dispetto di quanto sostenuto dai marxisti de noantri.

E gli imperi promettono sempre vantaggi per i sottoposti: la pace, la cultura, i commerci. Lo facevano i Romani e l’Iliade l’abbiamo letta tutti a scuola:

Tu regere imperio populos, Romane, memento:

hae tibi erunt artes, pacique imponere morem,

parcere subiectis et debellare superbos.

Gli Arabi erano impegnati in una missione divina, i Cinesi erano la civiltà, i Mongoli si vantavano che nel loro impero una vergine poteva viaggiare ricoperta d’oro senza pericoli, i Francesi dovevano redimere il mondo con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, i Britannici erano letteralmente il progresso umano, scientifico e tecnologico, l’URSSA era la terra promessa dell’ultima grande religione della salvezza. E i loro eredi, gli Americani, continuano nella tradizione di famiglia: la globalizzazione non è altro che la pax imperiale a stelle e strisce.

Il dramma degli Europei occidentali, allora, è quello di aver confuso un periodo di pace imperiale con il progresso, una parentesi nell storia con la sua conclusione. Da qui l’incapacità di comprendere l’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’idea stessa che si possa far ricorso alla violenza – in tutte le su forme, non necessariamente militare – è aliena per via della curiosa idea che si possa risolvere tutto con la diplomazia. Gli stessi che non riescono a fare una riunione di condominio senza scazzi e che vivono con la convinzione di dover fregare il prossimo prima di essere fregati a loro volta, poi, di colpo diventano delle pecorelle quando si tratta di questioni assai più rilevanti tipo l’esistenza o meno di un paese.

I post-storici sono convinti che le Nazioni siano obsolete e che ci si possa dichiarare cittadini del mondo anche se si vive nella città dove si è nati a 20 km da mammà. Ma essere cittadini vuol dire prendere parte alla vita politica: essere cittadini del mondo equivale a dire a cambogiani e messicani cosa fare o non fare nei loro paesi. Sapete cosa ne pensano i locali di questa curiosa idea? Appunto. Essere cittadini del mondo o è puro imperialismo nei confronti di chi vuol farsi gli affari propri o è pura chiacchiera da social media, fatica zero vanagloria a mille.

I post-storici proclamano che l’interesse nazionale sia per definizione facccista e che il diritto internazionale abbia valore in sé. Dimenticando il fatto che il diritto riflette i rapporti di forza sia nella promulgazione sia nell’applicazione. Se non si ha il potere di imporla la legge vale meno della carta su cui è scritta. Concetto ben noto a Max Weber che evidenziava proprio nel monopolio legittimo della forza su un determinato territorio il tratto distintivo dello Stato.

La mentalità storica, invece, riconosce la realtà per quella che è. È consapevole che i rapporti internazionali sono rapporti di forza, che la violenza è la forza fondamentale dell’universo, che in un mondo di carnivori o mangi o vieni mangiato. E in un contesto del genere le possibilità d’azione sono limitate, la condotta è dettata dalle circostanze. E che ogni scelta impone dolore, sangue, sofferenza. Ben sapendo che la crudeltà e la ferocia non sono difetti, sono prerequisiti essenziali per esistere come popolo e come Nazione.


—- La geografia —-

Sono due i fattori dirimenti per comprendere la traiettoria di una collettività:

  • la geografia che è destino;
  • la storia che è un fardello;

Si dice che chi ignora la storia è condannato a ripeterla ma gli Stati che ignorano la geografia e la storia semplicemente vengono spazzati via. Prendiamo la geografia della Polonia [1]:

Non diversamente dalla Russia il paese non presenta barriere geografiche dietro cui ripararsi ma diversamente dalla Russia la Polonia è un paese piccolo e compatto. L’infelice geografia del paese ha portato a ripetute invasioni da tutte le direzioni: da Est (Mongoli e Russia), da Sud (Austriaci e Turchi), da Ovest (Tedeschi) e da Nord (Svedesi). Non a caso il massimo momento di potere geopolitico di Varsavia coincide con la massima debolezza del mondo germanico frazionato in una miriade di entità geopolitiche e dalla subalternità della Russia, regno arretrato posto alla periferia dell’Europa. E l’ascesa del mondo russo e di quello tedesco ha poi coinciso con la scomparsa dalle cartine geografiche del paese.

Oggi la Polonia non teme invasioni dal Sud – troppo frazionato – o dal Nord. Ma il paese rimane inserito in mezzo a due potenze di taglia maggiore per demografia, economica e potenziale militare. L’agire della Polonia è geopoliticamente razionale – assicurarsi la propria sopravvivenza – facendo leva su:

  • la dimensione interna: sviluppo economico, rilancio demografico, avanzamento scientifico e tecnologico, promozione di una mentalità storica a detrimento di quella post-storica;
  • la dimensione esterna: alleanza con una potenza esterna nemica dei miei nemici, gli USA;

E, soprattutto, i polacchi percepiscono la UE per quello che è. Non un impossibile Stato che semplicemente non può esistere:

  • per l’elevata frammentazione geografica e culturale con relativa mancanza di un’identità condivisa;
  • l’impossibilità di costruire un’identità condivisa per il rifiuto per la violenza che un tale processo richiederebbe.
  • per la mancanza di interessi condivisi fra i paesi con evidenti faglie conflittuali: Ovest vs Est, PIIGS vs frugali, periferici vs duo franco-tedesco;
  • per l’interesse contrario della potenza presente in loco, gli USA, o geograficamente prossima come la Russia;

ma un campo di gioco dove far valere i propri interessi prendendo il più possibile e concedendo il meno possibile. Verità del tutto aliena al povero italiota convinto che il futuro sia Leuropa e che la politica estera sia condotta via cuoricini e non con i ceffoni sul muso. Salvo poi ululare alle dure repliche della realtà.


—- Ingrati? Ma de che? —-

Il cavallo di battaglia dell’euroinomane è che i Polacchi, signora mia, sono tanto cattivi perché prendono i soldi di mamma Europa e non vogliono fare Leuropa. Tralasciando che Leuropa non la vuole fare nessuno a partire dai cattivi Olandesi che non pagano i casini degli Italiani per finire con i furbetti Francesi che quando parlano di forze armate europee si guardano bene dal condividere il comando delle armi nucleari. Secondo Parigi le forze armate “europee” sono pagate dai Tedeschi, sotto il comando francese e fornite da tutti gli Stati membri della UE. Per perseguire gli interessi geopolitici francesi. Solo quelli del PD non hanno capito la cosa…

Ma torniamo ai Polacchi. In un mondo storico possono esistere i buoni che regalano i soldi in nome dello sviluppo e della pace mondiale? Ovviamente no. I fondi europei servono a perseguire i propri interessi strategici. La Germania è un paese che vive di esportazioni ma a chi vendi i tuoi prodotti se i tuoi vicini non hanno le risorse per comprarle? Il problema è risolvibile tramite due leve:

  • i fondi europei che solo in parte sono finanziati dalla Germania;
  • le delocalizzazioni che permettono alle aziende tedesche di lucrare delocalizzando parte del processo produttivo in paesi dai costi minori e di creare un bacino di consumatori;

L’intera Mitteleuropa è parte della catena del valore tedesca e i paesi sono destinatari dell’export teutonico [2]:

In termini pratici i fondi europei sono solo uno strumenti di Berlino per ristrutturare l’estero vicino. E considerato che la Germania è un’economia export-led non può permettersi di perdere potenziali clienti perché fino a prova contraria se hai i soldi è più facile per te trovare un fornitore e non il contrario. Non ci sono molte collettività che possono permettersi il BMW e per ogni BMW ci sono le Suzuki, le Toyota, le Saab, le Peugeot.

Questa necessità spiega perché la Germania non “caccia” – come se fosse possibile – la Polonia dalla UE. Maggiore sarà lo sviluppo economico di Varsavia e minore sarà l’impatto dei fondi europei – la Polonia raggiungerà il Pil pro capite italiano PPA entro pochi anni, per la cronaca – mentre la Germania avrà sempre bisogno di un mercato per smerciare i propri prodotti. E finché la Germania tira economicamente andrà bene anche ai polacchi sia sul piano lavorativo sia quello dell’export polacco verso la Germania.

Il concetto è particolarmente ostico per gli italiani che sono puramente economicisti e che sono convinti che chi esporti sia bravo e chi importi sia il cattivo. Ma nel mondo reale un’economia basata sull’export è una debolezza geopolitica perché ti rende dipende dai paesi destinatari dell’export. Con il passare degli anni il taglio dei fondi europei sarà sempre più una minaccia spuntata mentre l’uscita dall’UE della Polonia sarebbe un problema tanto per Varsavia quanto per Berlino. Senza contare che nessun paese europeo desidera l’esistenza di meccanismi punitivi perché oggi tocca agli Ungheresi, domani tocca a me.

Il futuro economico della Polonia non è automaticamente rose e fiori. La demografia è negativa e una volta terminato il pocesso di sviluppo con relativo innalzamento di salari il paese dovrà per forza di cose rivedere la specializzazione produttiva puntando a risalire la catena del valore per non fare la fine dell’Italia. Molte sono le incognite, altrettante le potenzialità. Ma una cosa è certa: Varsavia non ha nulla da temere da Bruxelles, né oggi né domani.


—- La demografia. Per non fare la vostra fine —-

Altra pietra d’inciampo fra l’Occidente e Varsavia è la differente gestione del fenomeno migratorio. Se a Bruxelles sono per i porti aperti specie quando l’Italia deve fare da filtro, a Varsavia sono per i muri come dimostrato di recente con la Bielorussia. Insomma, lo “stay human” no è traducibile in polacco. Perché?

Per cominciare la Polonia presenta una popolazione straniera sul poprio territorio, incluso chi scrive. Fra meno di 38 milioni di residenti troviamo 2,1 milioni di stranieri [3]:

Gli stranieri non arrivano ancora al 6% della popolazione residente ma è un valore non tanto lontano dall’8,4% italiano.

Ma a fare la differenza è la qualità dell’immigrazione, non la quantità. Gli ucraini sono più del 60% della popolazione straniera e se a loro sommiamo i bierolussi raggiungiamo i 2/3 del totale. Parliamo di persone facilmente inseribili nel mercato del lavoro – altrimenti nel paese non durano – e facilmente assimilabili per prossimità culturale e storica. E grazie a questa prossimità le comunità straniere sono anche un vettore d’influenza nell’estero vicino polacco. Senza dimenticare i polacchi all’estero [4]:

According to the Ministry of Foreign Affairs, about 20 million Poles and people of Polish origin currently live outside Poland. Many of them remained in the eastern territories after the state’s borders shifted, whereas others moved abroad more recently and make up Polish communities in Western countries. The largest Polish community is in the United States, where over 9.6 million people declared to be of Polish origin (2012).

Di nuovo, vettore d’influenza geopolitica. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante perché sfugge totalmente agli italiani come il deprimente dibattitto sulla legge della cittadinanza dimostra. Non è mancato, infatti, chi denunciava l’ingiustizia del canale privilegiato per acquisire a cittadinanza se di discendenza italiana come per i sudamericani. Dimenticando che non è un regalo ma è uno strumento di influenza geopolitica: facilità di assimilazione più possibilità d’influenza oltreoceano. In teoria, poi in pratica ci si guarda bene dal farlo, siamo italiani d’altronde.

La Polonia, allora, non è ostile all’immigrazione se diretta dagli imperativi geopolitici del paese. Sviluppo economico, certo, ma senza danneggiare la fibra antropologica, l’identità nazionale. Perché una comunità coesa in termini culturali è più forte di una mucillaggine sociale tenuta insieme solo dall’interesse economico in un contesto di disprezzo reciproco. E abbiamo già visto che la Polonia ha bisogno di essere forte vista la sua posizione geografica.

E, soprattutto, la Polonia non vuole fare la fine dell’Europa occidentale. Gli effetti del fenomeno migratorio sono evidenti in Francia, Svezia, Olanda, Regno Unito. E sono completamente assenti in terra polacca: banlieu, separatismo islamico, attentati, seconde e terze generazioni che buttano giù statue e distruggono i miti nazionali. E perché dovrebbero fare lo stesso? Vi piace il multiculturalismo? Accomodatevi. Ma non sono i polacchi ad aver problemi con il multiculturalismo degli altri, sono gli altri che hanno problemi con l’omogeneità culturale polacca. Chissà perché, poi.

Per concludere, nel giudicare la traiettoria di un paese si dovrebbe mettere da parte il facile moralismo o le scemenze dei valori universali. E non solo perché come risposta si riceve una pernacchia destinata ad aumentare di intensità dura replica della realtà dopo dura replica della realtà. Si dovrebbe cercare di capire perché un paese persegue determinati obiettivi e adotta determinate tattiche. E ancor di più, invece di guardare a casa degli altri si dovrebbe cominciare dalla propria. Qual è la strategia dell’Italia? Ammesso che ce ne sia una.


[1] Cfr. https://canvas.it/cartine-geografica-europa-fisica-politica-fmb-kk-6562446.html

[2] Cfr. https://oec.world/en/profile/country/deu#:~:text=Destinations%20In%20June%202021%2C%20Germany,Italy%20(%E2%82%AC5.46B).

[3] Cfr. https://stat.gov.pl/en/experimental-statistics/human-capital/the-foreign-population-in-poland-during-the-covid-19-pandemic,10,1.html

[4] Cfr. https://www.gov.pl/web/diplomacy/polish-diaspora-and-poles-abroad-day

Un commento su “Geopolitica e dintorni – Capire la Polonia

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Questa voce è stata pubblicata il 26 novembre 2021 da in geopolitica con tag , , , , , , .
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