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Deframing il dibattito pubblico – Cingolani, le guerre puniche e la dittatura dell’umanisticoso

Il Ministro della Transizione ecologica Cingolani ha osato mettere in dubbio il predominio umanisticoso nel paese [1]:

Il problema è capire se continuiamo a fare tre, quattro volte le guerre puniche nel corso di dodici anni di scuola o se casomai le facciamo una volta sola ma cominciamo a impartire un tipo di formazione un po’ più avanzata, più moderna a cominciare dalle lingue, dal digitale. Serve formare i giovani per le professioni del futuro, quelle di digital manager per la salute, per l’energia per esempio. Lavori che nemmeno esistono oggi. Cosa hanno studiato a scuola i miei figli? Le guerre puniche, come me che ho 56 anni ma che appartengo alla generazione carta e penna.

Quanto basta per scatenare le reazioni rabbiose di persone che non conoscono la differenza fra Atilio Regolo e Amilcare Barca. Ma siamo in Italia, che volete…


—- Il dibattito pubblico? Dominato dai frame —-

Che il nocciolo della questione sia stato mal compreso lo dimostra la reazione stizzita di chi sottolinea che non si studiano mica quattro volte le Guerre Puniche, eh. Come se fosse quello il problema…

Nel strutturare una scuola pubblica si dovrebbero tenere a mente tre fattori:

  • lo scopo della scuola;
  • quindi cosa si studia;
  • e come lo si studia;

Il terzo punto, di solito, è totalmente trascurato perché la scuola italiana non ha interesse nella formazione degli studenti ma è solo uno strumento di propaganda. Duplice propaganda: socialista wannabe e umanisticosa. Si prende atto dell’inefficienza del sistema scolastico sono quando si commenta, sconsolati, dell’ignoranza delle persone. Peccato che, ignoranti o analfabeti funzionali che siano, tali sono dopo anni e anni di scuola. Non solo non si apprendono delle competenze ma persino le nozioni teoriche si dimenticano dopo poco tempo. Nessuna sorpresa, in realtà, perché basta prendere un qualunque manuale dedicato alla mnemonica per notare che le metodologie di memorizzazione più efficaci non hanno nulla da spartire con il metodo d’insegnamento a spezzatino/lezione frontale della scuola italiana.

Leggendo le reazioni e i commenti alle parole di Cingolani è facile notare come il dibattito sia del tutto privo di senso perché totalmente basato sui frame che la scuola italiana ha riversato per anni e anni nelle menti degli studenti. E già qui notiamo il primo problema: quanti fra gli studenti usciti dalla scuola italiana sono in grado di dare una definizione di “frame”? Appunto. Leggiamo [2]:

A frame in social theory consists of a schema of interpretation — that is, a collection of anecdotes and stereotypes—that individuals rely on to understand and respond to events. In simpler terms, people build a series of mental filters through biological and cultural influences. They use these filters to make sense of the world. The choices they then make are influenced by their creation of a frame. Framing is also a key component of sociology, the study of social interaction among humans.

——

Framing, a term used in media studies, sociology and psychology, refers to the social construction of a social phenomenon by mass media sources or specific political or social movements or organizations. It is an inevitable process of selective influence over the individual’s perception of the meanings attributed to words or phrases. A frame defines the packaging of an element of rhetoric in such a way as to encourage certain interpretations and to discourage others. Framing is so effective because it is a heuristic, or mental shortcut that may not always yield desired results

Al framing potremmo anche aggiungere le fallacie retoriche, i bias, lo spin, lo storytelling e la narrazione emotiva. Guarda caso è tutta roba che la scuola italiana si guarda bene dall’insegnare…


—- Il frame primario: umanisticosi uber alles —-

Per comprendere il problema, allora, si deve per prima cosa individuare e analizzare il frame degli umanisticosi. Tanto per cominciare si deve tracciare una netta distinzione fra Umanesimo come fenomeno storico e ideologia umanisticosa [3]:

UmanesimoPeriodo storico le cui origini sono rintracciate dopo la metà del 14° sec., e culminato nel 15°: tale periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis.

E

on riferimento, esplicito e implicito, all’U. quale periodo storico, il termine è usato infine per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua ‘dignità’ quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica.

Se fosse solo una passione per gli studi classici gli umanisticosi sarebbero comparabili agli entomologi o agli ingegneri meccanici, una disciplina come tante. Ma non è così perché l’umanisticoso, bontà sua, riuscirebbe a:

  • formare il famigerato “senso critico”;
  • e a creare “persone migliori” sul piano valoriale;

Quanto basta per creare una gerarchia all’interno delle varie discipline: al vertice l’umanisticoso per “sviluppo spirituale” e “senso critico”, a seguire le discipline tecniche incapaci di autoriflessione e avaloriali. In pratica una visione razzista e totalitaria dalla spiccata intolleranza come dimostra la pretesa di imporre lo studio del latino o del greco in tutti i percorsi di studio, tecnici inclusi. O il fatto che letterati e filosofi possono giudicare le discipline tecniche ma il contrario non è tollerato. Né gli umanisticosi si percepiscono come ignoranti pur non avendo la minima comprensione del mondo nel quale viviamo: informatica, energia elettrica, idraulica. Ma guai a non conoscere Dante!1!1!

Ma come sempre i problemi iniziano quando si mettono in pratica i concetti teorici: quali sono le discipline umanisticose? Lettere e filosofia? Arte e religione? Ma già con la storia si zoppica perché l’approccio storiografico è multidisciplinare e si basa ampiamente sui ritrovati della tecnica. E in più è avaloriale: la più grande lezione della storia è che ognuno è figlio della propria epica e che non può essere giudicato da metri morali differenti (anche perché pure quelli cambieranno). Se poi riduciamo tutto alla classicità greco-latina rimane il problema di come definire la letteratura cinese o persiana…

Sia come sia, dal novero rimangono escluse le scienze sociali che sono state codificate in età contemporanea appositamente per studiare il nostro mondo tecnico e industriale. Si comincia dall’economia che si affranca dalla filosofia morale alla fine del 18°secolo, passiamo poi alla sociologia e alla psicologia dalla metà del secolo successivo per arrivare alla geopolitica fondata durante l’Età degli Imperi. Senza dimenticare la giurisprudenza, le scienze strategiche o le scienze politiche che sono cosa assai differente rispetto alla filosofia politica.

Anche sul piano dello “sviluppo spiriturale” – come si diceva all’epoca di Gentile, autore della “più fascista delle riforme”, quella della scuola – non è ben chiaro cosa s’intenda con il termine. Né quali siano i valori umanistici: non puoi vendermi la tolleranza quando Dante mette nell’Inferno quelli che non la pensavano come lui. O il valore della vita umana quando nell’Iliade si trovano solo omicidi, stupri e violenze. E, soprattutto: dove sono i dati statistici a sostegno di questa tesi? Boh. Ah già, c’è anche chi sostiene che la distinzione fra umanisticosi e altri sia proprio nell’utilizzo dei dati empiri. Inesistente per gli umanisticosi…


—- Il famigerato “senso critico” —-

Ma torniamo al cavallo vincente degli umanisticosi, il “senso critico” [4]:

La questione è una: oggi più che mai serve fornire un metodo, interrogarsi su un metodo, o meglio: sapersi e sapere interrogare il mondo e se stessi, da Cartesio in poi. Dunque il vero problema della scuola oggi è come attivare e coltivare competenze accanto alle conoscenze: il senso critico, l’autonomia di riflessione e la capacità di creazione. Che poi li applichiamo nell’invenzione scientifica o in quella artistica o nella costruzione faticosa della propria personalità e del proprio posto nel mondo secondo me poco cambia.

Ad oggi, son proprio gli studi classici, dati alla mano, ad attivar meglio tali competenze. E allora la domanda dovrebbe essere un’altra: sono i licei classici ad essere obsoleti per i contenuti trasmessi, non più attuali, o sono tutti gli altri percorsi di scuola superiore inefficaci nel trasferire, provocare, coordinare e coltivare un metodo?

Fino al verdetto finale: «Ma il liceo classico è vivo e serve. Eccome se serve, anche come base per gli ambiti STEM, cioè gli studi tecnico-scientifici. Serve anche a travasare molto di se negli altri percorsi di scuola. C’è domanda di metodo. Guardate ciò che stiamo diventando, guardate ciò che siamo, fatevi qualche domanda e diamo risposte. Il problema è che senza conoscenza e competenza sono le giuste domande a latitare, più che le risposte giuste, il corso del progresso è una successione di giuste domande». Raccomando la lettura integrale di questo intervento perché indica esattamente come funziona il frame umanisticoso inclusa la tendenza a mal interpretare i dati statistici.

Ma prendiamo in pratica il “senso critico” umanisticoso: in pratica si sostiene che per comprendere il piano energetico nazionale o la riforma del fisco non serve avere la conoscenza specifica delle materie in questione ma si deve sapere questo

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

O che Giotto sia più utile di giurisprudenza per comprendere la riforma del Codice Penale e Virgilio più della genetica per distriscarsi nel dibattito sugli OGM. Messa così suona diversamente, non trovate?

Né si vedono argomenti a sostegno della funzione creativa degli studi umanisticosi in termini tecnici/scientifici. I due paesi che più sono legati alla dimensione umanisticosa sono l’Italia e la Grecia, due paesi semi falliti che stanno in piedi solo grazie ai fondi UE. Né Roma né Atene sono capitali d’innovazione tecnologica, scettro che rimane in mano anglossasone da 200 anni. E dubito che gli studenti giapponesi o indiani studino il latino prima di passare a ingegneria.

Fra i mitologici lavori di difficile reperimento, infine, troviamo figure tecniche, non latinisti. Le imprese si lamentano di non trovare i periti o chi conosce C# non di certo gli specialisti nel greco koinè. E gli stessi latinisti e grecisti non possono vantare brevetti o innovazioni tecnologiche altrimenti altro che Silicon Valley, la scuola italiana sarebbe l’equivalente della Flotta Stellare di Star Trek.


—- Il test del giornale: quello che la scuola non insegna —-

Decostruire il frame umanisticoso non basta e dobbiamo tornare al primo fattore: a che serve la scuola? A due cose:

  • a creare una Nazione via pedagogia nazionale;
  • a formare una cittadinanza preparata;

Nel primo punto dobbiamo distinguere fra:

  • mito formativo;
  • senso di predestinazione;
  • missione nazionale;

Tutte le potenze degne di questo nome presentano questi elementi e anche l’Italia non era un’eccezione – dal Risorgimento fino ai colli fatali – fino alla catastrofe del 1945. Ma dopo la sconfitta bellica l’egemonia culturale rossa ha reso la scuola italiana non più un agente attivo di costruzione nazionale ma l’avanguardia della rivoluzione. Rivoluzione che non è mai arrivata per insipienza economica, politica e sociologica dei Kompagni ma che ha avuto l’effetto di disintegrare il senso nazionale del paese vista l’impossibilità di creare un mito di unità nazionale facendo leva sulla Resistenza dato che automaticamente esclude mezzo paese (a esser buoni). D’altronde è difficile essere patriottici quando fin dal primo anno la maestrina di turno sputa merda sul paese, la sua storia, i suoi valori. Con l’effetto, questo non voluto, di aver reso uno Stato-Nazione una mucillagine sociale. Sai che sorpresa: nessuno si sacrifica per un paese che ti sputa in faccia…

Tornando a noi, vuol dire che il mondo classico è un tassello essenziale nella costruzione nazionale italiana? Certo ma è solo una parte del discorso (e il Risorgimento è assai più importante). Viviamo in una democrazia – a essere pignoli è una repubblica ma tanto l’italiano medio non conosce la differenza anche se Cicerone ha trattato l’argomento… – e si dovrebbe concordare che le forme di governo funzionano se la cittadinanza è in grado di usarle nel modo opportuno. In questi casi invito sempre a fare il test del giornale: prendere il Corriere – un giornale generalista, non una pubblicazione tecnica – e prendete nota delle tematiche proprie del dibattito pubblico: economia, diritto, geopolitica, sociologia, psicologia sociale, politologia. E considerato il vostro percorso scolastico fino al diploma, cosa sapete di queste discipline? Quale può essere il vostro contributo alla discussione delle riforme costituzionali, del fisco, della postura geopolitica dell’Italia se non avete la minima conoscenza delle materie proprie del dibattito pubblico?

Al netto dei clown convinti che Foscolo o Dante siano più importanti dei saggi specialistici – sì, mi è stato risposto così – arriviamo facilmente alla conclusione che gli studenti italiani non hanno ricevuto la minima preparazione per la maggior parte delle tematiche del dibatitto pubblico. E sono buono perché al posto del test del giornale potrei fare quello dell’esame universitario: riuscireste a superare un esame universitario in quelle discipline? Per la cronaca io ho già dato in storia, sociologia, scienze politiche, geopolitica, psicologia sociale e mi mancano solo l’economia (ma ho dato la sociologia economica) e il diritto.

La cosa non sarebbe poi tanto importante se solo non fosse per il piccolo dettaglio che a 18 anni si vota. Salvo poi lamentarsi dell’ignoranza degli elettori… peccato solo che le cose basterebbe spiegarle. E visto che il diritto, l’economia e la sociologia sono presenti in alcuni percorsi scolastici possiamo anche concludere che dal punto di vista civico l’istituto scolastico meno idoneo è il liceo classico. Ma in onore al paradosso dell’ignoranza di Platone non ne sono consapevoli semplicemente perché non conoscono virtualmente nulla delle materie richieste per seguire il dibattito pubblico. Lacuna che non viene colmata in caso di percorsi universitari non adeguati come MFN, ingegneria, medicina.


—- Che fare? —-

Essendo un uomo semplice io parto da un banale presupposto: per sapere un argomento bisogna studiare quell’argomento. Avendo come obiettivo una cittadinanza competente nelle materie di dibattito pubblico si giunge facilmente alle seguenti conclusioni:

  • si devono studiare la materie relative;
  • tutti devono avere lo stesso percorso scolastico perché tutti votano;
  • il limite di bilancio temporale impone delle scelte: non puoi studiare x, y,z e pure m, n e p;

Venendo meno il processo selettivo non ha più senso la distinzione fra scuola primaria e secondaria inferiore e tanto vale unire il tutto in una scuola primaria di 8 anni. Sul piano dei programmi si può lasciare il tutto invariato con la sola eccezione dell’educazione fisica da riformare con il connubio fitness+pancrazio.

Dopo la terza media, invece, la musica cambia con un unico percorso scolastico, il liceo civico della durata di 4 anni. Particolarmente rilevante è la forma organizzativa del liceo civico che segue il modello dei corsi monografici dell’università. L’attività didattica si concentrerà su un temo per corso per più corsi nello stesso periodo di studio (per quando mi riguarda: dal primo settembre al trenta giugno):

  • che cos’è la democrazia;
  • come funziona il dibattito pubblico;
  • come funziona il mercato del lavoro (così la piantate di scrivere che sono gli HR a stabilire i requisiti negli annunci);
  • come funziona il diritto;
  • come funziona il mondo industriale;
  • il mondo delle macchine: perché gli aerei volano e le navi non affondano?

E così via. È evidente l’approccio multidisciplinare: nel cercare di capire che cosa sia la democrazia per forza di cose bisogna partire dalla Grecia classica per arrivare fino al M5S. Non ho il minimo interesse per la diatriba umanisticoso no/sì, ho un argomento da trattare e come tale procedo con approccio multidisciplinare. E con un taglio pratico: il corso sul dibattito pubblico è propedeutico a un bel corso sull’arte oratoria, quella che oggi viene definita “public speaking”.

Questo è il curriculum obbligatorio necessario per ricoprire i propri doveri civici e ricordo a tutti che l’ignoranza non è un diritto. Rimane tempo e spazio – 30 ore di scuola a settimana per 9 mesi per 5 anni è un sacco di tempo, banalmente la scuola italiana lo butta nel cesso per insipienza metodologica – per corsi aggiuntivi di stampo liberale, come si diceva un tempo. Ma sempre con un taglio pratico: non studiare la letteratura, impara a scrivere. Non studiare l’arte, impara a disegnare. Non diversamente da come si faceva nel Rinascimento.

Ma perché il liceo civico dura 4 anni? Perché rimane anche la dimensione professionale. Attualmente la scelta scolastica è fuorvianete perché basata sull’adagio “i bravi al liceo, i mediocri ai tecnici, gli scarsi ai professionali”. Ma si tratta di una scelta che dovrebbe impattare sul resto della propria vita professionale e sarebbe sensato effettuarla con una maggiore consapevolezza. Da qui meglio seguire dei corsi unicamente professionalizzanti –  e senza altre materie di mezzo – della durata di 1/2 anni con annessa l’alternanza scuola/lavoro. È fattibile perché anche ai tecnici le materie tecniche sono solo una parte del totale e vengono messe in mezzo a discipline non rilevanti.

Qualora si volesse proseguire all’università si potrebbe optare per un percorso propedeutico perché il liceo civico essendo focalizzato sulla dimensione civica inevitabilmente trascura altri aspetti meno rilevanti nel dibattito pubblico ma essenziali nel percorso universitario. Ma nel complesso il percorso universitario dovrebbe essere sfavorito per lasciar posto alla formazione continua:

  • molti lavori anche tecnici non richiedono la laurea;
  • metà di quello che si studia all’univesità diventa obsoleto entro 5/20 anni in base ai percorsi universitari con la sola eccezione degli umanisticosi;
  • studiare troppo devasta la demografia di una Nazione;

E l’aspetto valoriale? Beh, il liceo civico spiega perché gli Stati-Nazione funzionano, perché la pedagogia nazionale è essenziale, perché i codici valoriali condivisi rendano le persone più felici. Io spiego affinché si agisca con cognizione di causa, il credere a slogan e frame lo lascio agli altri.


—- La falsa coscienza degli umanisticosi —-

Ho scritto che quando si progetta un sistema scolastico si deve aver ben in mente l’obiettivo da conseguire. Nel mio caso voglio creare una cittadinanza competente nelle materie di dibattito pubblico ma si può adottare un differente approccio che privilegia una dimensione valoriale al posto della competenza. Non diversamente dalla scuola di oggi o dai sogni erotici dei talebani, si può ritenere più importante imporre l’ortodossia ideologica al posto di spiegare come funziona il mondo agli studenti. Nessun problema, basta non lamentarsi delle conseguenze delle proprie scelte.

Ma al netto degli ayatollah dell’umanesimo, che obiezioni si possono muovere al liceo civico? Si può sostenere che le materie siano troppo difficili per uno studente ma si sopravvaluta il livello richiesto nel dibattito pubblico. Non sono un ingegnere ma so perfettamente che i ponti in panna montata sono una pessima idea. Ecco, il dibattito attuale è pieno di idee del genere… In più abbiamo già visto che alcuni percorsi scolastici trattano il diritto o l’economia anche se non con taglio civico. Poi è difficile non notare che secondo gli umanisticosi la geopolitica è troppo difficile per poter essere insegnata a uno studente liceale – ah, le carte geografiche! – a differenza del latino e del greco. Affascinante autogol, non trovate?

Il problema, allora, non è il liceo civico in quanto tale ma il venir meno della falsa coscienza che è il fondamento delo status e del reddito degli umanisticosi. Non puoi giocare a fare l’intellettuale in un mondo dove è diffuso un livello minimo di competenza civica e uno come Tomaso Montanari può fare il dotto solo perché il pubblico ignora persino l’ABC dell’HR e del capitale umano. Arrivati al dunque, quindi, sarebbe facile evidenziare quanto sulle consuete tematiche di dibattito pubbliche il letterato non sa nulla, il filosofo non comprende manco quello e l’esperto in teologia dovrebbe sedersi in panchina con il Mago Otelma con tanti saluti allo status. E in molti potrebbero cominciare a chiedersi perché dirottare risorse finanziare molto scarse a favore di questi incompetenti con tanti saluti al reddito.

Si badi bene che a differenza degli umanisticosi non sostengo che le scienze sociali siano superiori, formative o vattelapesca. Semplicemente sono le materie di dibattito pubblico e la storia o la sociologia non sono migliori dell’idraulica o dell’arte bianca. Lascio senza problemi il desiderio di dominio razziale ai nazisti e agli umanisticosi e vivo con un più prosaico “ognuno al suo”.

D’altronde le avvisaglie della crisi della falsa coscienza degli umanisticosi sono ben visibili nel collasso del sistema scolastico e del prestigio sociale della figura del docente. Pur difettando del quadro teorico per comprendere il fenomeno, sia gli studenti sia le famiglie degli studenti percepiscono l’inutilità del sistema scolastico. Inutile nel percorso di studi perché le superiori non sono un buon fattore predittivo per l’università, inutile nel mondo professionale, inutile nel comprendere il mondo e per esercitare i propri doveri civici. Da qui la ribellione, il chiedersi perché pagare con l’utile – soldi veri – chi si ostina a insegnare l’ortodossia vantandosi di essere inutile. Salvo poi, quando si è impegnati e non berciare contro il profitto, pretendere aumenti salariali. Che il profitto è brutto, ma quello degli altri.

Criticare un frame non è sufficiente a smantellarlo, anzi. Più lo si critica e più i meccanismi difensivi si rafforzano specie se in ballo ci sono la propria percezione di sé e il proprio reddito. Questo post, allora, non è dedicato agli umanisticosi ma a voi. Perché accettate che gli ignoranti concorrano a determinare il vostro futuro via gioco politico? E perché, se non avete la formazione minima per seguire il dibattito pubblico, ritenete di potervi prendere parte? E come potete accettare di non capire quello che vi succede attorno? L’ignoranza non è un diritto e a 30 anni suonati ho imparato che non si sa mai abbastanza. E per saperne di più bisogna studiare la materia che si vuole imparare. Semplice, no?


Approfondimento


[1] Cfr. https://www.tecnicadellascuola.it/le-guerre-puniche-e-il-ministro-cingolani-che-se-la-prende-con-la-storia

[2] Cfr. https://en-academic.com/dic.nsf/enwiki/5618991

[3] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/umanesimo/

[4] Cfr. https://milaspicola.medium.com/la-scuola-deve-stimolare-il-senso-critico-e6850d3fe7c9

2 commenti su “Deframing il dibattito pubblico – Cingolani, le guerre puniche e la dittatura dell’umanisticoso

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Questa voce è stata pubblicata il 30 novembre 2021 da in società con tag , , , , .
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