Charly's blog

Gli aspiranti magistrati non padroneggiano la lingua italiana? Dimostrazione di quanto bocciare sia inutile…

Piccola nota di cronaca [1]:

Succede, infatti, che dalla correzione dei compiti per il concorso da 310 posti, che si è svolto dal 12 al 16 luglio 2021, su 5.827 candidati hanno consegnato il test 3.797, ma la maggior parte è stata bocciata alla prova scritta. Le correzioni sono ancora in corso, i numeri, però, parlano chiaro: alla data del 2 dicembre la commissione ha esaminato 1532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi. Un numero decisamente basso che mostra un trend già verificatosi in passato, ovvero che gli aspiranti magistrati non sanno scrivere. C’è chi ha lacune tecniche, ma anche chi non conosce bene la grammatica. E questo non fa che rallentare la selezione alla professione a causa dell’elevato numero di respinti.

Che, inevitabilmente, porta alla soluzione sbagliata: bisogna bocciare/severità a scuola eccetera, eccetera. Ma, in realtà, è l’esatto opposto, la dimostrazione che bocciare in ambito scolastico non è necessario, bastano le dure repliche della realtà.


—- Bocciare, la logica —-

Per capire l’arcano partiamo dai fondamentali, dalla logica retrostante la bocciatura in ambito scolastico. Logica assai semplice, invero: agli studenti viene offerto lo stesso menù senza nessuna distinzione in merito a interessi o capacità. Chi raggiunge lo standard richiesto, la sufficienza, passa all’anno successivo, chi non riesce nell’impresa viene rimandato o espulso dal sistema scolastico. Un modus operandi che riflette l’epoca dell’impostazione della scuola di massa, l’età della Seconda Rivoluzione Industriale nel 19° secolo. Non diversamente da una fabbrica, anche nella scuola pubblica si creano gli stessi pezzi adottando i medesimi stampi e si buttano via i prodotti difettosi incanalando gli studenti nei vari percorsi scolastici. Un tempo mandando i bambini a lavorare dopo la licenza elementare o quella media, oggi incanalando gli studenti nella sacra trinità scolastica italiana:

  • i bravi ai licei;
  • i mediocri ai tecnici;
  • gli scarsi ai professionali;

Tutto bello fino a quando non si notano gli effetti pratici di una simile impostazione. Il più evidente è il diffondersi dell’ignoranza: se ti cacciano da scuola a 10 anni non è che migliori lavorando in fabbrica o nei campi. Abbiamo milioni e milioni di persone che non hanno mai tenuto un saggio universitario fra le mani né sono in grado di comprenderlo perché in termini scolastici si sono fermati al sussidiario di quinta elementare o persino prima. E con il passare del tempo, anche con livelli d’istruzione superiori, si perdono le capacità di scrittura/lettura se non vengono esercitate come testimoniato dagli analfabeti funzionali che in larga parte sono over 50 con livelli d’istruzione bassi o molto bassi. Se perdo tempo per un blog un motivo pur vi sarà, no? Senza esercizio le capacità/skills/competenze si perdono…

Ma ancora più deprimente è il fenomeno dell’abbandono scolastico [2]:

L’aspetto più noto della dispersione è quello esplicito, cioè l’abbandono anticipato degli studi nel quale gli studenti tra i 18 e i 24 anni possiedono al massimo un titolo di scuola superiore di primo grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni.

La dispersione implicita è forse meno evidente, ma i suoi effetti a livello individuale e collettivo sono tutt’altro che irrilevanti. I dispersi impliciti sono coloro che, anche se conseguono il diploma superiore, non possiedono però le competenze adeguate per affrontare in maniera agevole la vita adulta. Se gli studenti al termine della scuola superiore non raggiungono il livello minimo di competenza previsto per loro e si attestano sui livelli di chi esce dalla scuola media, è come se non avessero portato a termine il loro percorso di studi e si fossero fermati alla fase precedente.

In effetti dopo essere respinti dalla scuola è più probabile mettersi sotto con lo studio o mollare tutto? Specie in caso di bocciature multiple o insufficienze multiple? Il che ci riporta al punto di sopra: cosa succede se si molla la scuola? Di sicuro non si migliora… e si viene a creare una frattura fra gli “imparati” e gli asini con annesso l’orgoglio dell’ignoranza da un lato e il disprezzo da parte del colto verso i poco istruiti dall’altro.


—- Principi ordinatori: politica vs mercato —-

Ma al netto degli effetti pratici – bella la teoria ma io guardo alle conseguenze – abbiamo un problema a monte con la teoria. Bocciare equivale a ripetere l’anno scolastico ma così facendo si ripetono anche le materie dove si era conseguito la sufficienza. Perché? Boh. E poi: quante materie insufficienti comportano la bocciatura? Solo una? E se il profitto scolastico fosse notevole nelle altre materie? E se fossi iscritto al liceo scientifico con l’intenzione di frequentare la facoltà di ingegneria perché mai dovrei essere fermato da un’insufficienza in letteratura italiana? O perché se fossi uno studente al classico con velleità letterarie dovrei essere fermato dalla matematica? O che dire della povera educazione fisica? Se dopo 13 anni di scuola non si è grado di eseguire correttamente una trazione alla sbarra bocciamo? E poi chi le sente le fanciulline con 8 di media e un culo che sembra un Dominion dell’Impero Britannico?

Senza dimenticare che in ambito scolastico abbiamo una netta distinzione fra:

  • indirizzo generalista;
  • indirizzo specialistico;

La scuola primaria, quella secondaria inferiore, i liceo classico e quello scientifico rientrano nel primo caso mentre i tecnici, i professionali e l’università nel secondo. Ha senso bocciare uno studente di informatica perché insufficiente in storia, una materia del tutto secondaria nel suo indirizzo scolastico? Tenendo conto, poi, che in caso di studi universitari gli esami saranno di natura specialistica?

Tutte queste considerazioni mi portano alla domanda scontata di questa storia: ma perché esiste la necessità di bocciare? I docenti sostengono che sia necessario per imporre lo studio agli studenti descritti come pigri e svogliati. Già, ma se invece fossero semplicemente razionali? Ricordiamo che la nostra società è organizzata sull’idea che le persone siano in grado di identificare e perseguire i propri interessi. Prendiamo in esame due principi ordinatori:

  • Quello politico – “monopolio legittimo della violenza”, cit. – che impone con la violenza un modo di agire;
  • E il mercato, il punto d’incontro fra la domanda e l’offerta;

La scuola notoriamente è un pessimo strumento di predizione non solo delle performance scolastiche – andare bene alle superiori non è sinonimo di una brillante carriera all’università: generale vs specialistico, ricordate? – ma anche delle traiettorie di vita. Se uniamo i puntini:

  • Netta distinzione fra mondo professionale e mondo scolastico;
  • Scontro fra principio ordinatore politico dettato dall’ideologia del momento e realtà che emerge dall’interazione di mercato;
  • Formazione che si vanta di essere generale – ma non è vero: guardate quante materie rimangono fuori dalla scuola dell’obbligo – contro una vita professionale inevitabilmente specialistica;
  • Attore razionale;

Emerge un’altra spiegazione: la bocciatura è lo strumento del terrore necessario perché la scuola è in larga misura inutile in termini professionali o accademici. Andare bene o male in seconda liceo o al professionale non cambia niente in termini universitari o professionali.

Ma gli studenti e le famiglie sono razionali e si rendono conto dell’inutilità della scuola non solo a livello professionale e civico (la comprensione delle materie proprie del dibattito pubblico) ma persino a livello pedagogico perché un Dante o un Foscolo nulla dicono all’uomo contemporaneo alle prese con un’epoca pre-spaziale. La consapevolezza dell’inutilità della scuola porta a una pressione per disarticolare lo strumento del terrore che, una volta venuto meno, porterà al crollo della disciplina. Ma gli studenti e i genitori sono consapevoli che non avranno danno dalla cosa visto lo iato fra il mondo professionale e quello scolastico.

Ma si badi bene che se i docenti non vengono rispettati non è colpa del ’68 o della pedagogia come si sente dire in giro, ma perché sono inutili e in larga misura una massa sterminata di mediocri. C’è una bella differenza fra un’ucraina nata negli anni ‘90 con un double degree, anni di esperienza in ambito multinazionale e fluente in 5/6 lingue e una over 50 meridionale con un diplomino magistrale che insegna lettere in una scuola di periferia… E in entrambi i casi non sono esempi di fantasia ma mie esperienze dirette.

A riprova si consideri che non esiste nessuna crisi della figura del docente in quanto tale, nessuna crisi dell’autorità se si vale qualcosa. Che siano docenti di scuola di lingue, scuola di disegno, di guida o istruttori di palestra nulla cambia. Loro sono rispettati, i docenti di scuola no. Ma se per primo ti vanti della tua inutilità come puoi pretendere rispetto e salari?


—- Processo vs risultato —-

E adesso torniamo ai nostri amici magistrati wannabe. Che un laureato in giurisprudenza non sia in grado di padroneggiare la grammatica italiana non è affatto un problema né per me né per la società. È un problema suo, non nostro. Per ottenere la posizione professionale desiderata si deve padroneggiare la lingua quindi basta prendere una qualsiasi grammatica della lingua italiana e studiare (nonché leggere un buon libro). Se non si vuole procedere in tal senso nessun problema, si farà altro in termini professionali. Non è colpa della società, di questo o di quello ma è solo un atto di responsabilità personale, di essere in grado di pianificare in vista di un risultato. Per una volta tanto vediamo di responsabilizzare le persone: se hai ragione buon per te, se hai torto ne pagherai le conseguenze. Fine della storia.

Invece di avere un approccio orientato al processo la scuola italiana dovrebbe cambiare con un approccio orientato al risultato. Se la scuola è utile allo studente perché non dovrebbe studiare? Mica è scemo, no? Ma per procedere in tal senso si deve stravolgere l’organizzazione scolastica non solo per le materie di studio ma anche per le finalità. Tornando alla letteratura italiana, c’è una bella differenza fra conoscere i libri scritti da altri e saper scrivere. E la scuola italiana non insegna a scrivere o a effettuare esperimenti… anche perché i docenti sono i primi a non saperlo fare.

E se proprio non si riesce ad avere fiducia nelle facoltà razionali altrui si può sempre replicare il metodo universitario. Si può essere bocciati a un appello ma non si ripetono quelli già sostenuti o si viene espulsi dall’università. E lo studente si sceglie liberamente la facoltà e in alcuni corsi anche gli esami da sostenere. Semplice, no?

Ma ogni riforma del sistema scolastico viene osteggiata dai docenti perché, a loro volta, sono attori razionali. Sono consapevoli di valere poco e di rischiare di essere fatti fuori se misurati sul risultato e le capacità e non per l’adesione a un processo burocratico. Razionalmente scelgono le loro chiappe e non il futuro dei loro studenti. Al prezzo, però, di bassi salari e disprezzo sociale: non esiste la torta gratis, neanche a scuola…


[1] Cfr. https://www.ilmessaggero.it/italia/magistrati_concorso_2021_prova_scritta_bocciati_tirocinio_news_oggi-6368244.html

[2] Cfr. https://www.invalsiopen.it/insuccesso-scolastico-dati-invalsi/

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23 gennaio 2022 da in società con tag , .
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