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Il ragazzo di Udine, morire di Alternanza Scuola – Lavoro… o forse no?

La cronaca [1]:

“Lo studente morto tragicamente a Udine in un’azienda non è solo una vittima di un incidente sul lavoro. La pratica dell’alternanza scuola lavoro va rivista. Non possiamo pensare di esporre i nostri studenti allo sfruttamento, o peggio a incidenti. Lo studente friulano è morto lavorando gratis per maturare crediti formativi. La Scuola è altro”. A scriverlo in un post su Facebook è Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti.

E i relativi commenti [2]:

«Incidenti come questo sono inaccettabili, come inaccettabile è ogni morte sul lavoro. Il tirocinio deve essere un’esperienza di vita», ha detto il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Ma proprio sulle modalità di svolgimento degli stage scolastici sono piovute dure critiche. «L’alternanza scuola-lavoro non può essere trasformata in lavoro, oltretutto non retribuito, né le funzioni formative, gli stage, possono divenire l’occasione per ridurre il costo del lavoro e aumentare la produzione», ha scritto in una nota la Fiom. Sulla stessa linea d’onda l’Unione degli studenti: «Da anni segnaliamo al ministero una situazione di insicurezza, ma non siamo mai stati ascoltati seriamente. Non si può considerare didattica ciò che sfrutta, ferisce e uccide». Priorità alla scuola ha chiesto le dimissioni del ministro Bianchi.

E qui possiamo notare non solo gli errori concettuali ma con quali modalità si interpreta il mondo e la base valoriale sottostante. All’italiana, nel modo sbagliato.


—- La scuola insegna a pensare!!1! —-

Se siete passati dalle parti della scuola italiana non sarete nuovi a questo modo di pensare (male) [3]:

L’alternanza scuola-lavoro è spregevole, perché toglie le ragazze e i ragazzi dai banchi di scuola e dalla possibilità di costruirsi un pensiero. “La scuola dovrebbe insegnare un mestiere” è una frase che suona bene solo alle orecchie dei padroni del vaporetto. Una scuola che mira principalmente alla formazione professionale specifica, ha già fallito. Per insegnare un mestiere andrebbero potenziati i percorsi di formazione successivi alla maturità, perché non dovrebbe essere il compito principale della scuola superiore parcheggiare i ragazzi presso un’azienda privata qualunque. Io non voglio una scuola che insegni a servire, ma a essere liberi.

Qui notiamo subito la dicotomia lavoro/pensiero come se l’esperienza pratica non fosse necessaria per l’apprendimento e la formazione. È il tipico approccio tomistico che disprezza quello empirico ed è un peccato: anche un’esperienza in una grande azienda è formativa perché l’esperienza scolastica è individuale, si studia e ci si sottopone a interrogazioni e verifiche (salvo poi dimenticare tutto il giorno dopo). Ma ci sono contesti professionali dove si lavora in team e che succede quando l’italiano semi-sociopatico si ritrova in un contesto del genere? Che esplode in modo catastrofico e ne ho visto di casi del genere…

Si badi bene che sono perfettamente d’accordo nel posporre l’istruzione professionale dopo la maturità ma non di certo perché il lavoro non sia formativo. Io mi muovo su un versante differente:

  • Tutti gli studenti devono avere la stessa formazione di taglio civico idonea per seguire il dibattito pubblico perché saranno chiamati a ricoprire il ruolo di cittadini. Il percorso scolastico, quindi, non può che essere unico;
  • La scelta professionale post diploma è senza dubbio più efficace e consapevole che quella post licenza media inferiore;

Ma allo stesso tempo io sono per decimare l’istruzione universitaria e potenziare quella post diploma in un’ottica di istruzione continua per tutta la vita.

Ma siamo in Italia e si ragiona in un’ottica operaia 800tesca:

Le esperienze individuali non valgono niente in ambiente formativo scolastico; la scuola o è un processo collettivo, oppure non è. Quando la scuola si trasforma in un corso di formazione al lavoro, tra l’altro esternalizzato presso strutture commerciali private a cui fornisce manodopera gratuita (gli studenti), allora semplicemente quella non è più scuola. Abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente: “Vogliamo risparmiare, e per alcune centinaia di ore l’anno, principalmente per quei ragazzi e quelle ragazze di scuole che non sono i licei, sospendiamo la didattica”.

Se vostro figlio si è trovato bene con la scuola-lavoro mi dispiace per lui, non esulto. Perché può avere avuto fortuna per l’ambiente – beato lui o lei – ma in quel momento non ha goduto di un diritto, semplicemente di una botta di fortuna dovuta al suo lato B. Per i contatti che ho io con le scuole, le assemblee, studentesse e studenti di tutta Italia, sono comunque percentualmente pochi gli studenti soddisfatti degli stage in azienda. La maggioranza si rende bene conto che in quel preciso momento in cui stavano spostando una trave di metallo, stavano subendo un’ingiustizia: qualcuno stava sottraendo ore alla formazione del loro pensiero.

Notevole il “le esperienza individuali non contano” e subito dopo “i miei contatti”…


—- Bella la narrativa, ma i fatti sono un’altra cosa —-

Come si è già detto in passato su questi pixels, la propaganda ben fatta non nega i fatti perché le dure repliche della realtà alla lunga non lasciano superstiti. La propaganda ben fatta crea una narrativa fondata sui valori e le emozioni in grado di fornire una chiave interpretativa della realtà.

Ma partiamo dai fatti. Si mette sotto accusa l’Alternanza Scuola – Lavoro (PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) ma la realtà è un’altra [4]:

Che fra l’altro sono gestiti dalle Regioni con buona pace per le richieste di dimissioni del Ministro Bianchi.

Non stiamo parlando di uno studente sottratto allo studio e al pensiero delle scienze delle merendine letterarie, stiamo parlando di un persona che voleva imparare un lavoro e, pensa te, le cose s’imparano facendole. Lamentarsi delle esperienze lavorative in profili professionali è tanto stupido quanto lamentarsi della scarsa capacità professionalizzante dei licei. Ma i licei sono propedeutici per l’università – in teoria, poi nei fatti… – mentre i professionali  e i tecnici lo sono per il mondo del lavoro.

Il caso di Udine non è un problema relativo alla scuola, è un problema relativo alla sicurezza sul posto del lavoro. Non che la scuola possa insegnare qualcosa a qualcuno in un ambito del genere [5]:

Intonaci che crollano, rubinetti che perdono e vetri rotti. Ma anche seri problemi strutturali: preoccupano i dati sullo stato della nostra edilizia scolastica. Degli oltre 41.000 edifici scolastici statali, il Censis stima in 24.000 gli impianti (elettrici, idraulici, termici) che non funzionano, sono insufficienti o non sono a norma. Sono 9.000 le strutture con gli intonaci a pezzi. In 7.200 edifici occorrerebbe rifare tetti e coperture. Sono 3.600 le sedi che necessitano di interventi sulle strutture portanti (“tra queste mura 580.000 ragazzi trascorrono ogni giorno parecchie ore”) e 2.000 le scuole “che espongono i loro 342.000 alunni e studenti al rischio amianto”.

Edifici malandati e vetusti: più del 15% è stato costruito prima del 1945, altrettanti datano tra il ’45 e il ’60, il 44% risale all’epoca 1961-1980, e solo un quarto degli stabili è stato costruito dopo il 1980.

Medice, cura te ipsum.


—- Il mondo del lavoro, questo sconosciuto —-

Dici scuola e invece di pensare al mondo del lavoro si finisce nel classismo:

“Lo studio non può essere un obiettivo per tutti”, replica quasi sempre qualcuno di quelli che la possibilità di studiare invece ce l’ha avuta e l’ha usata così bene che ora pensa di orientare con le sue scelte le vite degli altri. Se tutti studiassero, dicono certuni, nessuno servirebbe più nelle pizzerie, o cambierebbe i pannoloni ai nostri anziani. Io penso invece che menti migliori all’interno della società eviterebbero semplicemente a molti il ricatto di un lavoro sottopagato, precario, sfruttato. Si favorirebbe la visuale di un’alternativa, e indipendentemente dal lavoro poi scelto – e ricordiamolo: ogni lavoro è dignitoso come gli altri – diminuirebbero il precariato e lo sfruttamento. Perché quando alle intelligenze si dà il tempo di fiorire, loro fioriscono. Ed è proprio questo abituare al pensiero i più giovani che diventa una scocciatura per una certa classe politica. Io penso che se tutti avessero la possibilità di studiare e di formarsi, nessuno morirebbe più stritolato al tornio, in fabbrica.

Come al solito il verosimile è più problematico del falso da confutare. È vero che un lavoro ben retribuito richiede skills/competenze o una domanda notevole – tipo Onlyfans per intenderci – ma le suddette skills/competenze non sono equivalenti al pezzo di carta: il possesso di un dottorato non è garanzia di essere in possesso delle capacità richieste sul mercato del lavoro. Ma se per il dottorato è logico, si tratta di un titolo spendibile nel mondo accademico e non in quello professionale, scendendo di un gradino a livello della laurea la musica non cambia e un idraulico può avere una maggiore richiesta rispetto a un laureato in lettere [6]:

A cui aggiungere la dimensione retributiva che viene plasmata dal gioco della domanda e dell’offerta. Da qui nasce l’isteria del mondo scolastico italiano verso il mondo del lavoro. Avendo una dimensione valoriale e una chiave di lettura del mondo basata sullo studio come dimensione pedagogica/escatologica – il “pensiero critico” o quello che è – gli umanisticosi non riescono a comprendere perché difettino di salario e prestigio sociale. Ma la domanda è molto semplice:

perché qualcuno dovrebbe darti dei soldi?

La risposta è altrettanto semplice:

perché sei in grado di fornire un servizio o un prodotto che quel qualcuno è disposto a pagare

Da questa fratture fra l’immagine di sé  e la realtà dei fatti viene fuori, poi, l’odio verso il mercato  e la fascinazione verso i regimi totalitari: il primo li vede sconfitti e nei secondi si immaginano al potere.

Ma risparmiatevi pure la pietà verso i “poverini” che non studiano ai licei e non prendono la laurea, alla fine può essere che il perito guadagni più del dottore. E al lavoro ho visto periti guadagnare di più di ingegneri Project Manager… Se si considera la mobilità sociale, allora, la chiave non è nello studio in quanto tale ma nel possesso delle skills richieste dal mercato (ergo dalle persone). Non contano i pezzi di carta, conta il valore che si è in grado di offrire. E se quelle skills si ottengono a scuola bene, altrimenti si dovrà ovviare alla cosa.


—- E il precariato? —

E il precariato? Discorso già noto su questi pixels quando si è trattato l’argomento del capitale umano. Migliori sono le skills professionali e migliori sono le possibilità professionali, ovviamente. Ma ancora una volta dobbiamo sottolineare che le skills/competenze richieste dal mercato del lavoro non  sono la stessa cosa dell’istruzione intesa all’umanisticosa. Il mercato del lavoro ricerca delle capacità specifiche, tanto soft quanto hard, e lascia la pretesa formativa agli umanisticosi.

Al discorso dobbiamo anche aggiungere altri due fattori:

  • il contesto macroeconomico;
  • i lavori che sono strutturalmente precari;

La performance occupazionale non è una variabile indipendente dal ciclo economico complessivo. Se l’economia non tira non ci saranno abbastanza posizioni lavorative specie se il contesto è avverso alle imprese: infrastrutture, tasse, burocrazie, scuola, odio sociale. Chi può scappa, chi non può resiste finché non cessa l’attività, chi può localizzare in Italia non ci pensa proprio. Storia degli ultimi anni italiani, in pratica…

Se si incontrano difficoltà occupazionali, infine, basta fare la prova del 9:

  • se il problema è l’ambiente basta cambiare aria: se non lavori in Italia ma all’estero sì il problema non sei tu;
  • se anche cambiando aria non lavori, allora, il problema sei tu;

Ma anche in un contesto di piena occupazione alcuni lavori rimangono strutturalmente precari e proco attraenti dal punto di vista retributivo. Perché? Di nuovo, la risposta è sempre quella: per via del valore che il lavoratore è in grado di offrire e che il consumatore riconosce. Un lavoro dal basso valore aggiunto sarà sempre poco retribuito ed eventuali interventi legislativi potrebbero promuovere il lavoro nero o l’estinzione di quella tipologia professionale. Per dire, il food delivery è attraente per i clienti perché costa poco o nulla. Imporre per legge uno stipendio pieno al consegnista porterà alla cessazione dell’attività perché un ristorante non vive solo di quello e non può permettersi un tale onere mentre il cliente non ci pensa proprio a pagare il doppio o il triplo per una cosa che può ottenere a minor prezzo uscendo di casa.

Ma non è un problema se si tratta di lavoretti temporanei per studenti, no? E se non si è più studenti torniamo al paragrafo precedente, alla necessità di migliorare le proprie skills professionali.

Ma siamo in Italia e la scuola non deve preoccuparsi della dimensione professionale, neppure ai professionali! Bene, allora stacchiamo del tutto le due dimensioni e posticipiamo l’aspetto formativo dopo il diploma: io propongo un 8+4, scuola base e poi liceo civico. E dopo il diploma l’aspetto formativo o l’università con tutte le limitazioni del caso.


P.S.

Ho sorvolato sull’idea “scuola – leggasi lettevatuva – insegna a pensare” perché ho trattato l’argomento in passato. Tanto è tempo perso…


[1] Cfr. https://www.tecnicadellascuola.it/ragazzo-morto-in-alternanza-scuola-lavoro-di-meglio-non-possiamo-esporre-i-nostri-studenti-agli-incidenti-pcto-va-rivisto

[2] Cfr. https://ilmanifesto.it/alternanza-scuola-lavoro-un-morto-e-tanti-feriti/

[3] Cfr. https://www.fanpage.it/politica/perche-la-morte-di-lorenzo-allultimo-giorno-di-stage-e-il-fallimento-dellalternanza-scuola-lavoro/

[4] Cfr. https://www.skuola.net/scuola/lorenzo-parelli-alternanza-scuola-lavoro-pcto-tirocinio.html

[5] Cfr. https://www.adnkronos.com/scuola-censis-intonaci-che-crollano-e-amianto-migliaia-di-istituti-a-rischio_1dVwSkpZgN0P0QYbcRKETE

[6] Cfr. https://excelsior.unioncamere.net/documenti/bollettinimensili/doc.php?id=7725

Un commento su “Il ragazzo di Udine, morire di Alternanza Scuola – Lavoro… o forse no?

  1. Pingback: Gli studenti italiani si lamentano? E perché mai, figli dell’utopia? Benevenuti nel socialismo surreale italiano (prima parte) | Charly's blog

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Questa voce è stata pubblicata il 26 gennaio 2022 da in cronaca con tag , , , , , , .
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